Meta limita le bufale di Barbero sul referendum
- Postato il 23 gennaio 2026
- Di Il Foglio
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Meta limita le bufale di Barbero sul referendum
Lo storico Alessandro Barbero in questi giorni è tornato sotto i riflettori, ma stavolta non per i suoi podcast o per le lezioni che affollano teatri e sale conferenze. È per un video in cui annuncia che voterà “No” al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia e per le contestazioni durissime arrivategli da più fronti. Ora anche Meta, la società madre di Facebook, ha ridotto la visibilità del video in cui il divulgatore spiegava perché votare contro la riforma Nordio. La decisione della piattaforma è scattata dopo un fact-checking al quale hanno contribuito partner italiani certificati, tra cui Open, il giornale online fondato da Enrico Mentana.
Secondo Barbero, la riforma che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la riforma dell’autogoverno della magistratura (con nuovi organismi e sorteggio dei membri) rischierebbe di “distruggere il Csm” e indebolire l’indipendenza della giustizia, conferendo maggiore influenza politica ai poteri esecutivi. Ma sul campo sono scattate risposte chirurgiche, e niente affatto indulgenti. Pagella Politica, nota piattaforma di fact-checking, ha pubblicato una dettagliata analisi delle affermazioni di Barbero: molte delle tesi centrali del suo video – come l’idea che oggi non esista una vera separazione delle carriere o che la riforma consegni la magistratura alla politica – non reggono alla verifica dei fatti o sono fuorvianti rispetto al testo normativo approvato dal Parlamento.
È poi arrivata anche una cristallina reprimenda firmata da chi conosce il diritto "dall'interno". Con un altro video su Fb, il pubblico ministero di Pescara Gennaro Varone ha smontato pezzo per pezzo le argomentazioni di Barbero. Secondo Varone, molte delle affermazioni del docente appaiono come semplificazioni forzate, frutto più di un tentativo di spettacolarizzazione che di analisi giuridica rigorosa. L’esempio più citato riguarda proprio la rappresentazione del Csm e dei meccanismi di nomina: è un’interpretazione parziale, secondo il magistrato, che non tiene conto dei dettagli procedurali attuali e di quelli proposti.
Non sorprende, quindi, che la moderazione di Meta abbia seguito un’analisi indipendente per limitare la portata di un contenuto che stava diventando virale nella campagna referendaria. Secondo quanto riportato da varie testate, la visibilità del video è stata abbattuta sulle pagine che lo condividevano, non per volontà di censura, come si urla da più parti, ma perché il contenuto è stato identificato come potenzialmente disinformativo o ingannevole nei suoi passaggi salienti. Il video rimane in ogni modo accessibile su altre piattaforme e in pagine che non sono state soggette a interventi di moderazione.
Insomma, quando la cornice del dibattito pubblico su temi costituzionali viene affidata a figure carismatiche più che a esperti di diritto costituzionale, il rischio è la diffusione di narrazioni che rischiano di confondere più che informare. Il fatto che Barbero sia uno storico di grande richiamo non lo immunizza dal confronto serrato sui fatti e sulle interpretazioni giuridiche. Un confronto che ora è sotto i riflettori, con critiche nette da parte di addetti ai lavori, fact-checker e magistrati. Il caso Barbero ricorda a tutti che autorevolezza e viralità non sono la stessa cosa e che, soprattutto, nel dibattito pubblico su questioni istituzionali servono chiare distinzioni tra interpretazioni personali e valutazioni fondate sui testi e sulle norme.
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