Migranti rientrati dall’Albania, Meloni attacca i giudici. Ma sarebbe bastato non trasferirli: ecco cosa dice la legge

  • Postato il 11 marzo 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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A dieci giorni dal referendum sulla giustizia, Giorgia Meloni torna ad attaccare la magistratura. Lo fa durante le comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo e sulla crisi in Medio Oriente, che chiude parlando di immigrazione e in particolare degli stranieri trasferiti nei centri in Albania. Che, assicura, sono “pienamente in linea col diritto internazionale ed europeo” (video). “Anche se temo – aggiunge – che per alcuni non basterà neanche questo e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania, come è accaduto nel recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo e, molto desolante doverlo raccontare, violenza sessuale su minori che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale: decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso”.

In altre parole, secondo Meloni la magistratura starebbe violando la legge. A ben guadare, però, i giudici non c’entrano, ed è proprio la normativa a contraddire la premier. La magistratura si è invece premurata di investire la Corte di Giustizia europea perché dica una volta per tutte se è legittimo portare un migrante in un centro fuori dall’Ue prima del rimpatrio. E soprattutto se un richiedente asilo può essere trattenuto fuori dal territorio dell’Ue, questione decisiva nelle ordinanze che hanno disposto il rientro di chi ha presentato domanda d’asilo nei centri in Albania. Di più: alla Corte di Giustizia pende addirittura un rinvio sulla titolarità dell’Italia a siglare accordi su una materia di competenza europea come il diritto d’asilo. Ma invece di attendere la Corte Ue, il governo ha preferito insistere, e a un mese dal referendum sulla giustizia ha intensificato i trasferimenti.

I giudici impediscono di rimpatriare gli stupratori?

Il trasferimento in Albania di stranieri irregolari già trattenuti nei Cpr italiani è inutile e costoso: non aumenta le probabilità di espulsione (i rimpatri di Meloni e soci sono inferiori agli anni pre Covid) e anche in caso di rimpatrio lo straniero dovrà prima rientrare in Italia. Eppure il governo non si ferma, battendo in particolare sulla pericolosità sociale delle persone trasferite. E’ appena il caso di ricordare che quella nei Cpr è una detenzione amministrativa, giustificata dall’assenza del titolo di soggiorno e dalla necessità del rimpatrio. Certo, alcuni sono pregiudicati e in alcuni casi il trattenimento segue una pena in carcere. Ma questo non pregiudica il diritto di presentare domanda di protezione, in qualunque momento, anche in caso di precedenti penali. La domanda potrà poi essere rigettata o dichiarata inammissibile, ma non può essere impedita né ignorata. A proposito di normativa europea e internazionale, il diritto di chiedere protezione deriva dal sistema europeo d’asilo, che attua la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

Ordinanze contrarie alla normativa Ue?

Quello che Meloni imputa ai giudici è in realtà un cortocircuito tra le norme europee, quelle che la Costituzione impone di rispettare, e quanto il governo pretende di fare. Dal momento in cui lo straniero presenta domanda d’asilo, e fino all’esito della richiesta, non è più un irregolare ma un richiedente asilo. E questo cambia tutto perché, a differenza dei Cpr in Italia, quello in Albania è incompatibile con il nuovo status di richiedente. La direttiva Ue 32/2013 è chiarissima: il richiedente ha diritto di attendere l’esito della domanda sul territorio dello Stato italiano. Finché la Corte di Giustizia non dirà che le cose non stanno così, sarà ben difficile interpretare diversamente una norma che la Corte d’Appello di Roma ha definito “chiara, precisa ed incondizionata”, e cioè l’articolo 9 della direttiva: “I richiedenti sono autorizzati a rimanere nello Stato membro, ai fini esclusivi della procedura, fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione”. Con buona pace di Meloni, che dice l’opposto, il principio resta anche nel nuovo Patto Ue su migrazione e asilo: “I richiedenti hanno il diritto di rimanere nel territorio dello Stato membro… fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione” (art. 10 Regolamento Ue 1348/2024).

Il buco nel Protocollo Italia-Albania

C’è poi che il Protocollo siglato con Tirana, modificato nel maggio 2025 per consentire il trasferimento dai Cpr italiani, non disciplina in modo esplicito il caso della domanda d’asilo presentata dopo il trasferimento. Così, oltre alla direttiva Ue ci si mette l’articolo 13 della Costituzione, che circoscrive la restrizione della libertà personale ai soli casi e modi esplicitamente previsti dalla legge. Invece nel decreto legge del maggio scorso non c’è nulla. Con un esito a dir poco paradossale, perché se i trasferiti in Albania fossero stati lasciati nei Cpr in Italia, di fronte a una richiesta d’asilo strumentale, cioè fatta al solo scopo di evitare il rimpatrio, il governo avrebbe potuto continuare a trattenerli, senza inutili e costose traversate dell’Adriatico. Al contrario, in barba a tutte le norme citate e ai rinvii pendenti presso la Corte di Giustizia, si è preferito riempire il centro in Albania nell’attesa che arrivassero, identiche, nuove ordinanze della magistratura. Così da potersene lamentare sostenendo, per dirla con Meloni, che i giudici impediscono al governo di “rispettare la volontà popolare di combattere l’immigrazione illegale e garantire la sicurezza dei cittadini”.

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