Morto Valentino: addio all’imperatore della moda che vestì i sogni del mondo

  • Postato il 19 gennaio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Morto Valentino: addio all’imperatore della moda che vestì i sogni del mondo

Morto Valentino Garavani: l’imperatore della moda ha deposto la corona. Addio al maestro dell’haute couture che ha fatto della bellezza una missione e di Roma la sua casa eterna.


L’Italia si ferma, la moda trattiene il respiro. L’imperatore ha deposto la corona. Valentino Garavani non c’è più. E con lui se ne va uno degli ultimi veri miti del Novecento italiano, un uomo la cui fama ha attraversato confini, gusti, generazioni, fino a diventare patrimonio collettivo. Si è spento oggi (19 gennaio) nella Città Eterna, all’età di 93 anni. Proprio a Roma, scelta come patria dell’anima e della creazione, teatro ideale di una vita vissuta all’insegna della bellezza assoluta. A darne l’annuncio, con parole misurate e dense di rispetto, sono la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Mercoledì e giovedì la camera ardente, venerdì i funerali: tre giorni di silenzio e memoria per salutare non soltanto uno stilista, ma un’epoca intera, una visione del mondo, un’idea di eleganza che oggi appare quasi irreale.

Ci sono morti che chiudono un capitolo, e altri che ne sigillano definitivamente il senso. La scomparsa di Valentino appartiene a questi ultimi. Con lui se ne va non solo un maestro della couture, ma la concezione stessa di una moda solenne, totale, sacrale. Una moda che non chiedeva di essere compresa, ma rispettata. Che non inseguiva il tempo, lo dettava. Che non ammiccava, ma rimaneva. Valentino aveva trasformato la bellezza in una missione. Non un esercizio estetico, ma una responsabilità.

Morto Valentino: addio al maestro dell’haute-couture che vestì i sogni del mondo

Non serviva amare la moda per sapere chi fosse Valentino. Bastava aver visto una donna attraversare una stanza indossando uno dei suoi abiti e sentirsi bellissima. Bastava quel modo di stare al mondo, improvvisamente più saldo, più fiero, più luminoso. I suoi vestiti non coprivano: rivelavano. Non imponevano: liberavano. Erano architetture dell’anima, costruite con disciplina estrema e sensibilità assoluta. «Cosa desiderano le donne? Essere belle». In quella frase, semplice e definitiva, è racchiusa tutta la sua poetica. Valentino non ha mai voluto stupire con la provocazione, né inseguire il rumore del nuovo a ogni costo. Il suo obiettivo era più alto, e infinitamente più raro: la grazia. Far coincidere sartoria e sogno, rigore e felicità, misura e incanto.

Valentino: la nascita dell’impero

Nato l’11 maggio 1932 a Voghera, Valentino Clemente Ludovico Garavani ha inseguito il bello fin da giovanissimo. Una vocazione che coltiva con disciplina e ambizione, sostenuto dai genitori, studiando moda e francese prima di partire per Parigi, allora capitale indiscussa dell’haute couture. Qui si forma tra i grandi, apprendista da Jean Dessès e Guy Laroche, respirando la severità e la magia della couture francese. È giovane, è italiano, eppure è già inconfondibile.

Quando rientra in Italia, Roma diventa la sua casa e il suo palcoscenico. Nel 1959 apre il primo atelier in via Condotti, ma l’inizio è tutt’altro che facile. I soci si ritirano, i conti non tornano. La svolta arriva nel 1960, in un café della capitale, con l’incontro destinato a cambiare tutto: Giancarlo Giammetti. Studente di architettura, spirito pragmatico e visione manageriale, Giammetti diventa il compagno di vita e di destino creativo, l’altra metà perfetta di un sodalizio che durerà per sempre. Valentino crea, Giancarlo governa. Insieme hanno dato forma a un impero che non è mai stato solo economico, ma profondamente simbolico.

La consacrazione arriva negli anni Sessanta. Nel 1962 il debutto nella Sala Bianca di Pitti a Firenze. Nel 1967 la collezione completamente in bianco. Una scommessa folle, in piena epoca psichedelica, che si trasforma in trionfo. È il momento in cui Valentino smette di essere solo un grande stilista e diventa un simbolo. L’eleganza assoluta, senza tempo.

Il rosso Valentino

E poi c’è il rosso. Il rosso Valentino. Più che un colore, una dichiarazione. Una tonalità diventata leggenda, capace di attraversare i decenni senza mai perdere forza. Ma ridurre Valentino a un colore sarebbe ingiusto: la sua grandezza sta nell’aver saputo vestire donne completamente diverse tra loro, esaltandone l’identità senza mai sovrastarla. Jackie Kennedy, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Sharon Stone, Linda Evangelista. Dive, first lady, attrici, regine. Tutte alla sua corte, tutte fedeli a quel sarto che non chiedeva di essere protagoniste, ma di esserlo già.

Il rapporto con Jacqueline Kennedy Onassis, iniziato nel 1964, resta uno dei più emblematici: Valentino la veste nei momenti più pubblici e più intimi, dal lutto al matrimonio con Aristotele Onassis. Lei diventa musa silenziosa, simbolo di uno stile che unisce rigore e malinconia, misura e potere. La carriera corre veloce, costellata di successi, premi, riconoscimenti. Valentino veste Oscar e incorona attrici, attraversa decenni restando sempre fedele a sé stesso. Nel 1998 vende il marchio, intuendo prima di molti altri la necessità di separare creatività e industria.

Valentino: l’addio alla direzione creativa della maison

Nel 2007 lascia ufficialmente la direzione creativa della maison con un addio monumentale, tutto romano, tutto suo. Non un tramonto, ma un’uscita di scena perfetta. Quando scelse di ritirarsi, lo fece con la stessa eleganza con cui aveva vissuto: senza clamore, lasciando dietro di sé un vuoto colmo di senso. La moda ha continuato a camminare, ma qualcosa si è incrinato: la certezza che la bellezza potesse essere eterna, disciplinata, indiscutibile.

Da allora, la vita privata, la Fondazione creata con Giammetti nel 2016, l’impegno filantropico, la presenza discreta ma costante. E lo sguardo sempre vigile sulla moda, pronto a riconoscere il talento. Valentino non scompare mai davvero. Continua a vivere nei suoi archivi, nei designer che ha formato, nella seconda giovinezza della maison. Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, scelti come eredi, sono la prova più evidente della sua lungimiranza. Pierpaolo Piccioli.

Valentino è stato molto più di uno stilista. È stato un architetto di immaginari, un educatore del gusto, un esteta radicale in un mondo sempre più rumoroso e distratto. Ha incarnato il lusso come disciplina e la bellezza come responsabilità morale, mai come eccesso o ostentazione. Ha insegnato che l’eleganza non ha bisogno di alzare la voce per imporsi: non urla, non rincorre, non consuma. Resta.

Morto Valentino Garavani: addio all’imperatore della moda

Oggi quel vuoto diventa definitivo. Roma lo saluta in silenzio, come si fa con i sovrani veri. La camera ardente a Piazza Mignanelli, i funerali nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri: luoghi simbolici, come simbolica è stata la sua vita. Il rosso, da oggi, sembra un po’ più scuro. E mentre l’imperatore depone la corona, resta l’eredità incorruttibile di un uomo che ha saputo trasformare l’abito in un gesto morale, l’eleganza in un atto di fede. L’imperatore non c’è più. Ma il suo regno — fatto di sogni, stoffe e perfezione — non conoscerà mai tramonto.

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