Nada Cella, la sentenza in primo grado: Annalucia Cecere condannata per omicidio
- Postato il 15 gennaio 2026
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- Di Genova24
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Genova. Sono passati 10.846 giorni da quando Nada Cella è stata uccisa. E dopo 10.846 giorni è stato stabilito, seppure per ora in primo grado, un colpevole. È stata Annalucia Cecere a uccidere Nada Cella, il 6 maggio 1996, nello studio del commercialista di Chiavari, Marco Soracco. Il giudice Massimo Cusatti, presidente della Corte d’Assise di Genova, ha letto la sentenza di primo grado sul delitto di via Marsala, e ha condannato Cecere a 24 anni di carcere. Per lei la pm Gabriella Dotto aveva chiesto l’ergastolo per omicidio aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. La corte non ha riconosciuto le aggravanti della crudeltà ma quella dei futili motivi. Anche Marco Soracco , il commercialista alle cui dipendenze Nada lavorava, e nel cui studio avvenne il delitto, è stato condannato a due anni per favoreggiamento. L’accusa aveva chiesto quattro anni.
Quella di oggi a Genova è una sentenza di primo grado, quindi le parti potranno – se lo riterranno – ricorrere in appello. Le motivazioni della sentenza sul delitto Nada Cella saranno rese note dal giudice tra 90 giorni.
“Giustizia è fatta, non vedo l’ora di parlare con Silvana”. Ha detto, commossa, Silvia Cella, cugina di Nada, unica familiare presente oggi in aula, in contatto constante con l’anziana madre di Nada, la sorella e la criminologa Antonella Delfino Pesce, che ha contribuito a fare riaprire il caso. La cugina di Nada, nel momento in cui il giudice ha pronunciato la parola “colpevole” si è portata una mano alla bocca “bloccando” un’espressione colorita. I suoi occhi si sono subito riempiti di lacrime di gioia.
Commossa e raggiante anche Sabrina Franzone, avvocata della famiglia Cella: “Non so spiegare quanto sia importante quello che è successo oggi, ci sono stati momenti, in questi anni, in cui avrei quasi voluto fare un altro lavoro, ma oggi siamo ripagati di tanti sforzi”.
Dopo la lettura della sentenza, visibilmente scosso Marco Soracco, uscito dall’aula accompagnato dal suo legale Andrea Vernazza. “Non me l’aspettavo – ha detto – sicuramente ricorreremo in appello. Se Cecere è l’assassina sono contento che sia stata condannata ma mi aspettavo che riconoscessero la mia estraneità”.
Nada Cella, trent’anni di interrogativi: la riapertura delle indagini
Stamani, con le ultime repliche da parte di Andrea Vernazza, avvocato di Soracco, l’ultima udienza del processo sul giallo di Chiavari, iniziato nel febbraio scorso dopo la riapertura del caso, nel 2021. Una vicenda che Genova24 ha raccontato per anni con gli approfondimenti di Katia Bonchi. La criminologa Antonella Delfino Pesce, che insieme all’avvocata Sabrina Franzone ha seguito la famiglia Cella, ha raccolto gli elementi necessari a smuovere la procura. Secondo loro, nelle precedenti indagini sul delitto, troppi elementi erano stati tralasciati o trattati superficialmente.
Il 6 maggio del 1996 la 24enne Nada Cella fu aggredita brutalmente nello studio di commercialisti dove era impiegata. A ritrovarla, in un lago di sangue – morì qualche ora dopo – era stato proprio il titolare Marco Soracco, inizialmente sospettato per l’omicidio della ragazza. Anche Cecere, all’epoca, fu indagata: alcuni testimoni l’avevano vista uscire dal palazzo dove avvenne il delitto. L’indagine a suo caricò durò solo pochi giorni. Ma proprio in quei giorni i carabinieri, durante una perquisizione a casa della donna, trovarono un reperto che si è rivelato fondamentale per la riapertura del cold case.
Si trattava di alcuni bottoni con base metallica e la scritta “Great Seal of the State of Oklahoma”. Un bottone quasi identico, senza base di metallo, era stato trovato vicino al corpo di Nada Cella. Ma nel rapporto dei carabinieri alla polizia, che acquisì successivamente l’incarico delle indagini, non se ne faceva cenno. Quei bottoni, peraltro, vennero solo fotografati ma mai sequestrati.
Le testimonianze “anonime” e il dna “dimenticato”
L’accusa aveva riportato all’attenzione dei giudici anche alcune testimonianze non tenute in grande considerazione nelle vecchie indagini. Quella di una mendicante, ormai deceduta, che aveva raccontato di avere visto uscire dall’edificio dove avvenne l’omicidio, la mattina dello stesso omicidio, una donna sporca di sangue e con una mano fasciata. Fornì un identikit che, secondo l’accusa, ricalcava l’aspetto di Annalucia Cecere negli anni Novanta.
Un’altra testimonianza era quella di una vicina di casa di Cecere che riportò una frase che avrebbe detto, brandendo una statuetta in mano: “A quelle che vengono dalla campagna e trovano lavoro spaccherei la testa”. Infine molto spazio, nel dibattimento, ha avuto l’intercettazione di una telefonata tra la madre di Soracco e una donna rimasta anonima che aveva rivelato di avere visto proprio Cecere fuggire da via Marsala la mattina del delitto.
Nella riapertura delle indagini aveva pesato anche il riferimento alle tracce di Dna trovate sulla scena del crimine, tracce che almeno in parte riportavano alla presenza di una donna. E nonostante questo non vennero fatti, al tempo, raffronti con il profilo di Cecere. Nel 2021 venne disposta l’analisi del motorino della donna, ancora nel garage della sua abitazione a Boves, ma il materiale, ormai deteriorato, non ha fornito riscontri.