Nel cuore del diluvio…

  • Postato il 14 gennaio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Generico gennaio 2026

“L’argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata, non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio” afferma Eugenio Montale in un’intervista del del 1976. Non credo sia necessario citare i testi montaliani che, senza tradire la sua poetica, si sono occupati del “transitorio”, del tragico contingente dalle dittature alla guerra, sempre con la coscienza che, in una prospettiva molto più dilatata, anche avvenimenti di tale rilevanza storica rimanevano non “essenziali”. Resta da determinare cosa si deve intendere per essenziale. Un poeta come il grande ligure non ha mai promesso verità eterne ma approssimazioni lungo il complesso percorso dell’eliminazione per negazione, affermava, in “Non chiederci la parola”, che non è onesto offrire formule geometriche definitive nella comprensione dell’essere umano ma solo approssimarsi ascoltando “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, con la precisa consapevolezza che quanto detto vale per l’oggi; l’animo nostro, ribadisce il poeta, permane “informe”. Ciò lascia intravedere un’idea di cosa sia da intendersi per essenziale nella sua poetica: la comprensione della perenne mutevolezza della forma dell’animo umano. Difficile “formalizzare” il concetto di “animo nostro”, ma almeno abbiamo compreso che è informe, che difficilmente potrà soddisfare la perenne fuorviante interrogazione socratica: ti estì? In chiusura, sempre provvisoria, di questa introduzione, è necessario completare con la seconda parte dell’interrogativo provocatorio dell’amico Gershom Freeman con il quale sono titolate queste righe: “Nel cuore del diluvio… ha senso parlare del colore dell’ombrello?” Ciò su cui vorrei provare brevemente a riflettere è: ha senso oggi parlare di intellettuale engagé? Quale dovrebbe essere il ruolo di un libero pensatore? Quale spazio di libertà sopravvive per il pensiero? Addirittura: è ancora possibile un “pensiero altro”?

In un’intervista a Catherine Camus, figlia del grande filosofo e nobel per la letteratura, proprio intorno al concetto di verità assoluta, oggettiva, inconfutabile, questa rispose: “Io penso che mio padre non avesse tale idea della verità, ma che ritenesse la verità cangiante e in movimento. Un essere evolve, con l’età, con gli incontri, le situazioni sociali”. Credo che in queste affermazioni ben si sarebbe riconosciuto Albert Camus, che pure poteva sicuramente essere considerato un intellettuale engagé, ma, assolutamente onesto intellettualmente, credo fosse convinto che è impossibile slegare il pensiero delle sue radici storiche, dal contesto nel quale l’intellettuale si è formato e, successivamente, lo ha generato. Credo, sostenuto da tutta la sua opera, che per impegno non abbia mai inteso di certo l’essere schierato aprioristicamente, vincolando se stesso e la propria autonomia di pensiero a una verità assiomatica alla quale servire da “utile idiota”, oppure concepire ontologicamente la verità e, in una certa misura, annichilirla. Mi sembra opportuno ribadire che per onestà intellettuale non sia da intendersi la garanzia che il soggetto divenga espressione di verità o che non possa sbagliare analisi, così come che non cambi la propria posizione, anzi, in quel caso onestà è anche contraddirsi piuttosto che sclerotizzare il pensiero, ma credo che il pericolo peggiore, il vero tumore dell’onestà intellettuale sia l’asservimento, com’è facile osservare nei dibattiti nostrani, di numerosi opinionisti al servizio di aree politiche o interessi di potere, soggetti abituati a spacciare dati formalmente oggettivi e manipolabili con facilità per incontrovertibili verità storiche, mercanti di informazioni premasticate che un geniale poeta, anche se, modesto e saggio, preferiva definirsi cantautore, aveva splendidamente definito “gente consumata nel farsi dar retta”. Ma torniamo al tema: è diritto o dovere per l’intellettuale prendere posizione pubblica su questioni di rilevanza politica, economica e, credo soprattutto, etica? L’interrogativo lascia intravedere, mi sembra, l’imprescindibilità della dignità deontologica dei vari “protagonisti dell’intellighenzia”.

Ascoltando numerosi dibattiti sui social e in televisione il dubbio circa l’onestà intellettuale e la libertà di pensiero di tanti opinionisti, mi sembra, sia inevitabile. Si può parlare di onestà intellettuale se si analizzano orrori come la violenza esercitata da uno stato nei confronti di un altro stato discriminando a seconda di chi la mette in atto? Si può parlare di onestà intellettuale se deliberatamente si elencano “dati storici” occultandone altri al fine di sostenere i propri preconcetti che si innalzano a verità ontologiche? Si può parlare di onestà intellettuale quando in un confronto l’intento non è quello di comprendere ma solo quello autoreferenziale di confermare la propria prospettiva come l’unica corretta? Si può parlare di onestà intellettuale quando l’ideologia è appena tornata dal funerale dell’idea trascurando che la prima è responsabile della triste dipartita della seconda? In coda a queste malinconiche domande retoriche possiamo tornare alla caustica provocazione di Freeman: in quest’epoca così lacerata e incerta, cuore di un vero diluvio, potremmo descriverla come il preludio a una prossima palingenesi oppure come la fine della storia o, ancora, come la liberazione del pianeta dal virus umano, comunque, cosa è da intendersi per il colore dell’ombrello? Credo sia opinione condivisa che, quando la pioggia è furibonda, chiunque accetti l’uso di un ombrello indipendentemente dal colore, ma ritengo sia altrettanto rilevante non confondere lo sterile “dibattito cromatico” con il sano pragmatismo, quello che troppo spesso viene proposto come Realpolitik. Sarà figlia della congenita esterofilia italiana o astuzia ottusa, ma, ancora una volta, si utilizza un termine esotico forse con intenti “estetici”, di fatto per indicare le scelte ritenute magari non del tutto etiche ma che portano a vantaggi pratici, un ambiguo intreccio tra pragmatismo e opportunismo consacrato dalla benedizione dell’utilitarismo. Mi sembra si cerchi, sovente, solo di imbellettare interessi faziosi o privati, dogmi e preconcetti che non si ha il coraggio di rinnegare, gabbie ideologiche consuete e rassicuranti.

Già mi sembra di sentire le voci dei saggi che avallano la “politica concreta” al fine di tutelare l’interesse collettivo anche a scapito della dignità etica e intellettuale, ma non dimentichiamo che la sopravvivenza a ogni costo può tradursi in accanimento terapeutico e che, tornando a Freeman, litigare per il colore dell’ombrello per poi utilizzarlo comunque per colpire l’altro mentre la pioggia rimane devastante non è Realpolitik ma Real stupidità. Sono convinto che non possa esistere onestà intellettuale senza libertà di pensiero, ma il pensiero non è mai assolutamente libero così gravato dal peccato originale dell’essere stato concepito da una mente che è umana, figlia di un tempo e di un luogo, del tragitto che il suo proprietario ha compiuto fino a quel punto, dei preconcetti che ha assorbito troppo spesso inconsapevolmente dall’ignoranza di un sistema che, incapace al confronto, celebra il conflitto, nel quale l’interesse economico è superiore a quello per l’individuo. Parlare di libertà senza declinarla nel tempo e nello spazio è tanto utile quanto sterile, utile per dichiarazioni di massima ma sterile di fatto, potremmo affermare, parafrasando, “liberamente” e con un pizzico di autoironia, il pensiero di Bauman, che la liquefazione dell’identità nella ricerca della libertà assoluta porta ad annegare l’individuo. Riflettiamo sul colore dell’ombrello, quando la pioggia finirà ci riconosceremo da quello, ma ascoltiamo il rumore della pioggia senza perderla di vista, forse distratti dalle nostre considerazioni cromatiche. Se vuoi essere libero devi avere il coraggio della tua idea e il rispetto e la curiosità per quella dell’altro, se sei pieno di te non sarai mai attraversato dall’idea di un altro, ma si sa che, chi è troppo pieno di sé spesso è solo pieno di …! Non so quali margini di sopravvivenza siano possibili per “un pensiero altro” ma anche e, forse, soprattutto per la loro fragilità credo sia imprescindibile il più onesto impegno nel tentativo di garantirli.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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Il Vostro Giornale

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