“Non ci sono più i documenti”, la confessione di Jacques Moretti ai pm svizzeri sui lavori del Costellation a Crans-Montana

  • Postato il 15 gennaio 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Non ci sono più i documenti”. Dieci ore dopo il devastante rogo del bar Le Costellation, davanti agli inquirenti, il titolare Jacques Moretti pronuncia una frase destinata a pesare come un macigno sull’inchiesta per la strage del primo gennaio a Crans-Montana, costata la vita a 40 persone e costretto al ricovero oltre 100. Il titolare, ora in carcere in attesa di poter tornare libero su cauzione, ammette che fatture, certificazioni tecniche e atti legati alla ristrutturazione del club sono andati perduti. Un’assenza che oggi rappresenta uno dei nodi più delicati dell’indagine per omicidio, lesioni e incendio colposi che vede indagata la coppia di imprenditori.

I documenti perduti

Moretti si trova ancora nel carcere di Sion, La moglie, anch’essa indagata, è stata rimessa in libertà con l’obbligo di firma e il divieto di espatrio. Sul piano giudiziario, però, la mancanza di documentazione rischia di complicare ulteriormente l’accertamento delle responsabilità, soprattutto in relazione alla ristrutturazione dell’ex bunker antiatomico che ospitava il locale.

Secondo quanto emerge dai verbali, il bar – 250 metri quadri interamente interrati – era stato rilevato e ristrutturato nel 2015. Ma di quei lavori, spiega Moretti agli investigatori, non sarebbe rimasta traccia. Una “sfortunatissima concatenazione di eventi”, così la definisce l’imprenditore: prima un allagamento della sinagoga confinante con il disco-bar, che avrebbe danneggiato l’archivio del locale; poi, tre mesi fa, una seconda inondazione nell’abitazione della famiglia, dove erano stati trasferiti gli archivi rimasti. “In quell’occasione – racconta – abbiamo gettato diversi scatoloni di documenti contabili danneggiati”.

Una spiegazione che lascia aperti molti interrogativi. Senza fatture, perizie, certificazioni antincendio e autorizzazioni edilizie, diventa più complesso stabilire se la ristrutturazione fosse conforme alle norme di sicurezza e se le misure previste fossero adeguate alla capienza del locale. Una lacuna che pesa ancora di più se si considera che il locale – che aveva un’unica via di accesso e un’uscita di sicurezza bloccata da un mobile – aveva una capienza massima dichiarata di 100 persone ed era ricavato in uno spazio sotterraneo, per sua natura più vulnerabile in caso di incendio. La stima è che nel locale ci fossero almeno 300 persone.

“Dietro l’uscita abbiamo trovati corpi inanimati”

Durante l’interrogatorio, Moretti – che non era presente al momento dell’incendio – ricostruisce di suo pugno la planimetria del piano interrato: la scala di accesso che conduce al salone centrale, i servizi igienici, la stanza per fumatori, il ripostiglio, l’ufficio e una serie di box tipo privé, arredati con divani in stile chesterfield. “Ci sono due uscite di sicurezza”, spiega agli inquirenti: una che conduce alla tromba delle scale della palazzina e l’altra coincidente con la porta principale al piano terra. C’è poi una terza porta, quella di servizio che dà accesso alle gallerie commerciali, che però – precisa Moretti – “non è indicata come uscita di sicurezza”. Ed è proprio quella porta a diventare uno dei simboli della tragedia. “L’abbiamo scoperta chiusa e bloccata – racconta – con altre due persone l’abbiamo forzata ed è finita per cedere aprendosi all’esterno”. Dietro, il dramma: “Ci siamo imbattuti in cinque o sei persone inanimate, a terra, ammassate dietro la porta”.

Tra le vittime c’era anche Cyane Panine, 24 anni, presunta figlioccia di Moretti e cameriera del locale. È stata lei, secondo la ricostruzione degli inquirenti, ad accendere la candela sulla bottiglia di champagne che ha incendiato la schiuma fonoassorbente del soffitto, dando origine al rogo. Moretti l’aveva definita “una sorellina“. La madre ora la piange e accusa: “La proprietaria aveva paura che i clienti non pagassero, quindi era tutto chiuso a chiave”.

I suoi genitori non accettano le ricostruzioni che parlano di un rapporto stretto tra la figlia vittima della strage e i proprietari. Tra Cyane e i Moretti c’era stato di mezzo anche un tribunale, richiesto dalla barista per avere contratto e busta paga. La ragazza parlava di “mancanza di empatia” da parte degli imprenditori. “Non si sono mai dati del tu – dicono i parenti – Soffriva per le condizioni di lavoro. Si sentiva sfruttata. Prima di morire ha raccontato il suo esaurimento, fisico e mentale”. Secondo l’avvocata Sophie Haenni “il lavoro di Cyane era accogliere gli ospiti. Non avrebbe dovuto servire ai tavoli. Non è mai stata informata della pericolosità del soffitto e non ha ricevuto formazione. La morte di 40 persone si sarebbe potuta evitare. Cyane è una vittima“.

Mentre l’inchiesta cerca di fare luce sulle responsabilità, si apre ora anche il capitolo dei risarcimenti. Il Cantone del Vallese ha deliberato un primo aiuto di emergenza di 10mila franchi per ciascuna famiglia coinvolta. Parallelamente sarà aperto un conto corrente per raccogliere donazioni private, che confluiranno in una fondazione indipendente incaricata di gestire e distribuire i fondi. Resta però una domanda centrale, destinata a segnare l’intera vicenda: come è stato possibile che un locale sotterraneo, teatro di una delle peggiori tragedie nella storia recente della Svizzera, sia arrivato al giorno dell’incendio senza che oggi sia possibile ricostruirne con certezza il percorso autorizzativo e tecnico?

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Il Fatto Quotidiano

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