Non solo Venezuela. Ecco come il Sud America è diventato un player mondiale dell’energia

  • Postato il 23 gennaio 2026
  • Di Il Foglio
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Non solo Venezuela. Ecco come il Sud America è diventato un player mondiale dell’energia

Buenos Aires. Il Sud America è diventato una regione chiave negli equilibri mondiali per l’energia. Non c’è analisi politica ed economica sul Venezuela che non concentri l’attenzione sulle sue riserve petrolifere di 303 miliardi di barili, le più grandi al mondo. Un dato corretto, ma che rischia di essere fuorviante se preso isolatamente. Caracas oggi produce circa un terzo del petrolio che estraeva all’inizio degli anni Duemila. Vent’anni fa, con riserve stimate in circa 80 miliardi di barili, la produzione superava i 3 milioni di barili al giorno. Oggi, nonostante le riserve ufficiali si siano quasi quadruplicate, l’estrazione si attesta a stento intorno al milione di barili giornalieri. Il problema, dunque, non è nel sottosuolo, ma in superficie.

Le sanzioni statunitensi hanno avuto un impatto, ma non spiegano da sole il declino. La produzione venezuelana ha iniziato a diminuire ben prima, a causa di investimenti insufficienti, di una gestione fortemente politicizzata del settore e di un progressivo deterioramento delle capacità operative. A questo si aggiunge la qualità del greggio, in larga parte pesante o extra-pesante, che richiede tecnologie di estrazione e raffinazione più complesse. In assenza di capitali e know-how, le riserve venezuelane restano tali solo sulla carta.

Nel frattempo, il resto del Sud America ha seguito una traiettoria opposta. Il Brasile ha più che raddoppiato la produzione in vent’anni: da circa 1,6 milioni di barili al giorno nel 2005 a oltre 3,3 milioni nel 2025. Nonostante abbia riserve per un ventesimo di quelle venezuelane, Brasilia produce oggi più del triplo del petrolio di Caracas. Il tutto grazie a investimenti continui, sviluppo dell’offshore e un quadro regolatorio relativamente stabile.

Ancora più rapido è stato il percorso della Guyana. Considerato fino a pochi anni fa un attore marginale, il piccolo paese caraibico ha scoperto riserve stimate intorno agli 11 miliardi di barili. Un volume lontano da quello venezuelano, ma sufficiente a trasformare l’economia nazionale. Nel solo 2024 il pil della Guyana è cresciuto di oltre il 40 per cento e la produzione petrolifera ha raggiunto livelli prossimi al milione di barili al giorno, sostanzialmente in linea con quella del Venezuela, e una previsione di quasi raddoppio della produzione entro il 2030 (1,7 milioni di barili). E’ anche alla luce di questo riequilibrio regionale che vanno lette le tensioni territoriali tra i due paesi. La Colombia produce circa 700 mila barili al giorno, il 50 per cento in più rispetto a vent’anni fa. Eppure le sue riserve sono meno dell’1 per cento di quelle venezuelane. Anche in questo caso, la differenza è stata fatta da investimenti e stabilità politica.

 

Negli ultimi mesi si registra, infine, una ripresa significativa della produzione in Argentina, arrivata a circa 850 mila barili al giorno, contro i 660 mila del 2005. Il dato riporta Buenos Aires su livelli simili a quelli degli anni Ottanta, dopo decenni di disinvestimenti e la disastrosa nazionalizzazione di Ypf. Il perno di questa ripresa è il giacimento petrolifero di Vaca Muerta, che ha consentito all’Argentina di tornare esportatrice netta di energia. Con circa l’1 per cento delle riserve petrolifere venezuelane, Buenos Aires sta rilanciando il settore e, anche grazie al Rigi (Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones), un pacchetto di incentivi fiscali e di assicurazioni legali introdotto dal governo Milei per attrarre investimenti privati nel settore minerario e energetico. A oggi, nel solo settore dell’energia sono stati approvati progetti per 20 miliardi di dollari. Il confronto è più netto allargando lo sguardo oltre la regione. Oggi gli Stati Uniti producono 13,2 milioni di barili di petrolio, quasi il doppio dell’intera produzione dell’America latina.

 

Viene invece spesso trascurato il gas naturale. Il Venezuela possiede circa 5 mila miliardi di metri cubi di riserve di gas, pari a circa il 2,5 per cento del totale mondiale e a cinque volte le riserve combinate di Argentina e Brasile. Eppure, la produzione venezuelana si ferma a circa 22 miliardi di metri cubi all’anno, contro i circa 50 miliardi del Brasile e i 56 dell’Argentina. Anche in questo caso, l’abbondanza di risorse non si traduce automaticamente in capacità produttiva. Il Venezuela è il paese con le maggiori riserve di petrolio e gas del continente, ma la sua produzione è in forte declino e richiede ingenti investimenti per essere recuperata. Sono i paesi vicini, con riserve più limitate ma istituzioni più solide, a trainare oggi l’industria energetica del Sud America. E, quasi sicuramente, sarà ancora così per molti anni.

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Il Foglio

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