Operazione Libeccio: dal carcere chat galanti e chiamate per estorsioni e droga a Isola
- Postato il 11 marzo 2026
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Operazione Libeccio: dal carcere chat galanti e chiamate per estorsioni e droga a Isola

Operazione Libeccio contro i clan di Isola, dal carcere gestivano affari di droga ed estorsioni e intrattenevano chat galanti.
ISOLA CAPO RIZZUTO – «Con la massima urgenza mi servono tre schede. Una per lui, una per la casa, una per te. Tre schede, anzi quattro. Un’altra la diamo a quel ragazzo di Crotone». In qualsiasi carcere si trovasse, Pasquale Manfredi detto “Scarface” sarebbe riuscito a comunicare con l’esterno e con detenuti ristretti in altri penitenziari. Le Case circondariali di Napoli Secondigliano, Terni, Rovigo, Livorno, Voghera, a quanto pare, erano facilmente vulnerabili. Per il presunto capo del gruppo criminale sgominato l’altra notte dalla Dda di Catanzaro, e per i suoi più stretti collaboratori, era un gioco da ragazzi procurarsi schede Sim e reperire telefoni da usare come “citofoni”, nonostante il loro stato detentivo. L’ergastolano, ex bazookista della cosca Nicoscia, riusciva così a intrattenere conversazioni con chiunque, come se fosse un uomo libero.
TRAFFICI DI DROGA DAL CARCERE
Dalla disamina dei capi d’accusa contestati nell’ambito dell’inchiesta che l’altra notte ha portato all’operazione Libeccio, emerge come Manfredi, nonostante la carcerazione, continuasse imperterrito a intessere alleanze e a compiere i più svariati traffici. Sono soprattutto gli affari di droga a formare oggetto di discussione con sodali e familiari. L’indagato chiave nell’ambito dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Comando provinciale e del Ros di Catanzaro si interfacciava con rifornitori provenienti da diversi territori. L’obiettivo dichiarato era quello di smerciare droga sulla piazza di Isola per sostenere le spese legali del clan.
CANALI A NAPOLI E PLATÌ
Nelle carte dell’inchiesta, coordinata dal procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio e dal sostituto Pasquale Mandolfino, si parla di joint-venture con trafficanti campani. Un altro canale di rifornimento era nel Reggino. Attraverso Pietro Comberiati, esponente di vertice dell’omonima cosca di Petilia Policastro detenuto a Livorno, Manfredi avrebbe cercato una sponda presso la cosca Marando di Platì. Il figlio Luigi sarebbe stato tra i più attivi collaboratori del padre, perché sarebbe riuscito ad avviare contatti in carcere per ottenere una consegna di cocaina al prezzo di 33mila euro al chilo. L’accortezza, in alcuni casi, era quella di comunicare tramite l’app Signal.
ISOLA CAPO RIZZUTO, CORTEGGIAMENTO VIA CHAT DAL CARCERE
In carcere poteva accadere di tutto. Dal penitenziario di Lanciano, in particolare, Luigi Manfredi avrebbe informato il padre dell’aggressione subita dal cugino Antonio Nicoscia. Pare che questi insultasse buona parte dei detenuti. Inoltre, avrebbe corteggiato la moglie di un detenuto reggino via chat. Antonio Nicoscia avrebbe pertanto informato il padre Salvatore, che avrebbe chiesto un interessamento a Pasquale Manfredi. “Scarface”, però, preferì non prendere posizione, perché quello che era accaduto era la conseguenza di un comportamento irriguardoso da parte del giovane Nicoscia. Facendo diversamente, Manfredi si sarebbe attirato l’ira delle altre cosche.
IL RISENTIMENTO
Un po’ ce l’aveva con la famiglia Nicoscia, l’ex bazookista. Non lo avevano sostenuto durante la sua detenzione, essendo stato condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Pasquale Tipaldi, compiuto la vigilia di Natale 2005 in piena guerra di mafia a Isola Capo Rizzuto. Tra gli elementi che lo inchiodavano anche le rivelazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Marino, che la Cassazione ritiene riscontrate. Durante una delle conversazioni captate in carcere, Manfredi avrebbe manifestato il proposito di avvicinare i familiari del pentito per indurlo a ritrattare. Appena il caso di rilevare che Marino non riveste più lo status di collaboratore di giustizia. L’ex esponente della cosca Vrenna Bonaventura di Crotone è stato arrestato di recente essendo ritenuto al vertice di un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti scoperta nel corso di un’indagine della Squadra Mobile di Ascoli Piceno.
SEMPRE OCCUPATO
Era sempre occupato al telefono, “Scarface”. Avrebbe anche rimproverato, dal carcere, uno dei coindagati che non lo aveva informato di un viaggio a Napoli per l’acquisto di una partita di “fumo”, salvo poi lamentarsi per la “truffa” subita dal fornitore campano. Ma a quel punto Manfredi avrebbe fatto presente che avrebbe contattato il cugino di quel fornitore, detenuto, come lui, a Secondigliano. Puntava ad inserirsi in maniera sempre più consistente nel narcotraffico, Scarface. E dal carcere reclutava nuovi adepti, procurava telefoni anche per altri indagati, dettava la strategia. Il denaro introitato tramite traffici di droga doveva restare “dentro Isola”. Non doveva, cioè, essere destinato ad altre consorterie.
MAGLIE LARGHE
Non è un caso che la gip distrettuale di Catanzaro Arianna Roccia, che ha firmato i 19 arresti scattati l’altra notte, abbia parlato di «maglie larghe della restrizione penitenziaria». Pasquale Manfredi e Tommaso Gentile, del resto, rispondono, anche, di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti con ruolo apicale proprio perché sarebbero stati in grado di dirigere l’organizzazione pur essendo reclusi. Dal penitenziario avrebbero pianificato le attività, avrebbero stabilito il prezzo e la tipologia della sostanza trattata e avrebbero investito risorse in nuovi affari illeciti.
“AZIENDA” CREATA DAL CARCERE
Del resto, per Manfredi era un lavoro vero e proprio. E lui prendeva molto serio il suo lavoro. «Me la sto facendo io questa impresa. Piano, piano, piano. Sto facendo questi sacrifici». E se qualcuno agiva di propria iniziativa senza interpellarlo, Manfredi gli intimava che non bisognava coinvolgere altri nella sua «azienda». Perché quella era una cosa sua. Gli inquirenti sono certi di trovarsi di fronte a un’organizzazione criminale stabile e strutturata anche grazie ad affermazioni del genere.
RENDICONTO AI CAPI DETENUTI
Non solo droga. Dal carcere si gestivano tutte le dinamiche criminali. Gli affiliati liberi dovevano dare conto ai maggiorenti in stato di detenzione di ogni affare a cui era dedita l’associazione mafiosa. L’indagato Rosario Capicchiano, uno dei più attivi sul versante estorsivo, avrebbe contattato un esponente di vertice del gruppo criminale come Tommaso Gentile per informarlo che si era attivato per trovare un posto di lavoro al figlio. Si era rivolto per questo a un imprenditore.
ESTORSIONE IN VIVA VOCE
Sempre dal carcere, Gentile parlava addirittura in viva voce con un imprenditore edile vittima di estorsione. Glielo avrebbero passato i coindagati Rosario Capicchiano e Luigi Liberti. Secondo la ricostruzione accusatoria, all’imprenditore era stata chiesta una tangente di 2mila euro. L’imprenditore obiettava che nei giorni precedenti aveva prestato 3mila euro a Gino Colacchio. La replica di Gentile? Colacchio non era nessuno, e l’imprenditore doveva dare conto soltanto a Capicchiano e Liberti in quella circostanza.
CHAT GALANTI
L’autorevolezza criminale di Gentile verrebbe fuori anche da un colloquio intercettato tra Pasquale e Luigi Manfredi. Gentile, dopo il trasferimento di Antonio Nicoscia dal carcere di Lanciano a quello di Terni, avrebbe fatto in modo di farlo mettere in isolamento. Pasquale Manfredi, però, stando al suo racconto, avrebbe contestato questa azione a Gentile, poché la mancanza di Nicoscia sarebbe stata agevolata dal comportamento della moglie del detenuto reggino con cui l’isolitano “messaggiava”. Gentile, però, replicava che nel carcere di Terni vi erano alcuni detenuti che avrebbero potuto picchiare il giovane Nicoscia. In carcere le chiamate erano sempre in corso. Per affari di droga ed estorsione, ma anche per affari galanti.
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