Parola alla fondatrice di Dàme, la rivista che racconta il corpo femminile in ogni sua parte 

  • Postato il 22 gennaio 2026
  • Editoria
  • Di Artribune
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Tra le pagine di Dàme non c’è un corpo unico e standardizzato, e nemmeno un corpo intero: ci sono tutte le sue parti, ciascuna approfondita singolarmente in ogni issue. Il corpo a cui si presta parola e attenzione è quello femminile, con close-up sulle aree che spesso generano disagi e insicurezze in chi quel corpo lo rappresenta e lo contiene, lo espone, lo nasconde, lo dimentica, lo respira. Fin dal primo numero dedicato alla pancia, il magazine – fondato da Sara Augugliaro ed edito da Frab’s Publishing – racconta il corpo delle donne come un luogo, fatto di micro-luoghi, e cioè di parti intese come spazi di identità e trasformazione

Dalla pancia al seno, Dàme un progetto di editoria indipendente sul corpo femminile 

Qual è l’urgenza da cui nasce il progetto editoriale indipendente Dàme? Incoraggiare la riflessione sullautoconsapevolezza e accettazione di sé, partendo da quelle zone del corpo di una donna (e di chiunque si senta rappresentato in questa espressione) spesso attraversate da aspettative e giudizi, osservate con un duplice sguardo: quello della società e quello di noi stessi. 
Tra le pagine della rivista le zone del corpo femminile prese a pretesto per confrontarsi su esperienze, vissuti, trasformazioni. Queste vengono intercettate, scelte, ascoltate come punti da cui partire per aprire conversazioni profonde sul tema del corpo percepito, del corpo rappresentato e del corpo vero che esiste nelle sue contraddizioni. 
Andando oltre e affrontando anche questioni come discriminazione, confini di genere, sessualità e inclusione, Dàme magazine intende rivedere (per riscrivere) – con la lentezza e la cura della carta stampata – i canoni della performance femminile. Se il primo numero si era concentrato sulla pancia partendo dalla sua simbologia ancestrale di fertilità, il secondo ha esplorato le gambe, il terzo i capelli e il quarto la pelle. Il quinto, riprendendo il filone delle aree di corpo come contenitori fisici di significato – come confini di identità – si dedica al racconto del seno. Non solo simbolo di nutrimento, il seno esprime desiderio e sacralità e attraversa fasi significative della vita. Cosa significa viverlo, perderlo, rifiutarlo, ridefinirlo o rivendicarlo? A questa domanda ha risposto Dàme insieme alla sua community attraverso, illustrazioni e approfondimenti, interviste a donne, designer e artisti, progetti fotografici e anche una colorata guida all’autopalpazione.  
Con un accento ulteriore sulla prevenzione, Dàme nasce quindi dall’idea che solo insieme e – parte per parte – sia possibile rendere, attraverso parole e carta, la complessità e le possibilità di un corpo femminile. 

Photo Hanna Panchenko x Dàme 05
Photo Hanna Panchenko x Dàme 05

How do you feel about your breast? L’intervista a Sara Augugliaro, Founder ed Editor in Chief di Dàme 

Sara, cosa ti ha spinto a creare  Dàme? 
L’idea di Dàme nasce durante l’università. Già al secondo anno, avevo iniziato a interrogarmi sul rapporto fra immagine e identità. Il mio progetto sui filtri di Instagram analizzava perché le persone sentissero il bisogno di modificare la propria immagine online: un tema allora emergente, oggi centrale nel nostro modo di stare sui social. 

Perché hai scelto di usare la carta stampata come strumento principale per raccontare il corpo delle donne? 
Quando ho iniziato a lavorare alla tesi, mi è sembrato naturale concludere il percorso con qualcosa di concreto: un magazine dedicato al corpo delle donne che riportasse al centro lentezza, profondità e significato. Così che ho scelto la carta. Cercavo un luogo “slow”, che richiedesse attenzione, che potesse essere sfogliato, toccato, riletto nei momenti di conflitto con la propria immagine. In un ecosistema dominato da informazioni veloci e spesso inaccurate, volevo creare uno spazio affidabile, che fosse un punto di riferimento e non l’ennesima voce che amplifica disinformazione o stereotipi. 

Qual è il messaggio vuoi veicolare? 
Mi sono resa conto che mancava una pubblicazione davvero inclusiva, autentica, libera da logiche di marketing o dalla ciclicità dei soliti temi. Non ho mai letto, da bambina, un articolo che dicesse che avere la pancia è “ok”, che i rotolini non sono un problema da risolvere.  
Con Dàme volevo perciò offrire un messaggio diverso, mettendo al centro la community: nelle pagine della rivista ci sono i corpi, le storie – positive e negative – raccontate con un tono diretto e onesto. 

Come definiresti lapproccio di  Dàme  alla body positivity, lontano dalla versione mainstream dai toni più “aggressivi”; e come questo approccio si riflette nei contenuti della rivista?  
Dàme parte da una consapevolezza storica: la body positivity è un movimento politico prima che estetico. Le sue radici affondano nelle lotte femministe – dalla prima ondata delle suffragette, alle rivendicazioni degli Anni Sessanta negli Stati Uniti, fino alle battaglie sulla parità salariale e sulle discriminazioni lavorative negli Anni Novanta. Le sue origini non hanno nulla a che fare con l’idea, diventata poi mainstream, di amati al 100% così come sei. 

Allora qual è il punto? 
Gli standard di bellezza erano sbagliati in origine, perché costruiti su razzismo, grassofobia, classismo, transfobia. Allargarli non basta. La body positivity originale nasce per smantellare del tutto il concetto di bellezza come parametro di valore sociale.  
Per questo Dàme sceglie un approccio non aggressivo, ma radicale nella sostanza, lavorando sulla rappresentazione: riscrivere come i media raccontano i corpi, restituire dignità e complessità, far sparire l’equazione tra corpo e performance. La carta stampata diventa così un modo per sottrarre questi temi alla velocità del feed e riportarli in uno spazio di riflessione. 

Dàme  non si limita alla rappresentazione del corpo, ma affronta temi come discriminazione, confini di genere, sessualità e inclusione. Qual è stato il percorso per integrare queste tematiche in un progetto editoriale indipendente?  
Ogni numero nasce da una parte specifica del corpo. È un punto di partenza quasi intuitivo: quando ci guardiamo allo specchio, la nostra percezione non è “globale”, ma spesso si concentra proprio su quel dettaglio che viviamo come imperfezione o stigma. Da lì ho iniziato a chiedermi quanto si potesse raccontare su ogni singola parte del corpo, e quanto quella parte potesse diventare una lente per osservare questioni più ampie. 
Le candidature arrivate negli anni lo hanno confermato: parlare, ad esempio, di pancia significa parlare necessariamente anche di questioni di genere, rappresentazione, sessualità, maternità, disabilità, età, identità ecc.  
Sono le persone della community a portare la propria personale interpretazione, contribuendo con punti di vista spesso molto diversi tra loro. È questa pluralità a dare forza a Dàme. 

Per il numero 05 avete scelto di concentrarvi sul seno, perché?  
Il seno è una parte del corpo che porta con sé una molteplicità di significati, e per questo abbiamo scelto di affrontarlo da prospettive molto diverse. C’è la dimensione personale: avere un seno piccolo, grande, asimmetrico; perderlo a causa di una malattia; riacquisirlo tramite ricostruzione; sentire che non corrisponde alla propria identità di genere. Poi c’è la dimensione culturale: il seno nella religione, nell’arte, nella cultura; il ruolo della tecnologia e dei bias algoritmici; la lingua e l’etimologia; la censura e le lotte transfemministe; il piercing, il reggiseno, la maternità e l’allattamento, e altro ancora. 

Dàme magazine
Dàme magazine

Quali storie o prospettive vi hanno colpito maggiormente?   
Ogni contributo mostra quanto il seno sia un luogo di identità, conflitto, trasformazione, ma anche un simbolo su cui la società – e spesso noi stesse in primis – continua a proiettare aspettative. 
Tra le storie che mi hanno colpito di più ci sono quelle che mostrano quanto il seno sia, prima ancora che una parte del corpo, un luogo identitario attraversato da contraddizioni profonde

Ci puoi dire di più?  
Nel saggio  Tettona e femminista? ad esempio, emerge con forza il conflitto tra lo sguardo maschile e la volontà di autodeterminazione. Di segno diverso, ma altrettanto significativo, è  Monotetta inconsapevole, in cui Chiara racconta la malattia, la mastectomia e la scelta – imposta dai medici – di asportare anche l’altro seno: testimonianza che restituisce un nuovo modo di abitare il proprio corpo, di raccontarsi e di relazionarsi con gli altri.  Molto toccanti anche le voci che parlano di gravidanza e allattamento, dove il seno emerge sia come immagine idealizzata sia come spazio di solitudine, fatica, attaccamento e continua riscrittura del rapporto con sé.  
Accanto a queste esperienze si collocano i racconti della crescita e della transizione di genere, che mostrano quanto il seno possa essere allo stesso tempo conferma e ostacolo, desiderio e rifiuto, e come la sua presenza – o assenza – incida profondamente sulla costruzione dell’identità.  
Infine, la lettura ironica e politica del linguaggio che ruota attorno al seno – la nostra  Tettologia – rivela quanto la cultura, prima ancora del corpo, plasmi il modo in cui lo guardiamo: soprannomi, metafore, categorie che oscillano tra infantilizzazione, erotizzazione e oggettificazione. 

Come siete riusciti a rappresentare la pluralità di esperienze legate al seno, e in che modo questo numero contribuisce a riscrivere la percezione del corpo femminile, nonché i canoni della  performance  femminile?  
Il seno è uno dei simboli più potenti legati al corpo femminile, ma proprio per questo è stato spesso ingabbiato in rappresentazioni rigide: nutrimento e cura da un lato, erotizzazione e censura dall’altro. In realtà è uno spazio molto più complesso, attraversato da desideri, insicurezze, memorie, cambiamenti. Segna fasi della vita – adolescenza, allattamento, malattia, transizione di genere – senza definire l’identità di nessuno, ma toccandola in profondità.  
Nel costruire questo numero siamo partiti dall’ascolto. Non volevamo una definizione unica, ma un coro di voci. Le risposte arrivate sono state molteplici, contraddittorie, intime e politiche allo stesso tempo. In questo senso il numero 05 contribuisce a riscrivere i canoni della performance femminile, proprio perché smette di chiedere al corpo di “essere qualcosa”: perfetto, giovane, armonioso, leggibile. Lo restituisce invece alla sua realtà: mutevole, personale, plurale.  
E, cosa fondamentale, questo numero è aperto a tutte le persone che hanno – o hanno avuto – un seno, indipendentemente dalla loro identità di genere. Perché parlare del corpo significa includere chiunque quel corpo lo abiti, nella forma che è stata, che è o che sarà. 

Annarita Genova 
 
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Artribune

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