Perché Cerignola è la capitale degli assalti ai portavalori: il testamento del crimine di padre in figlio e il “modello aziendale”

  • Postato il 10 febbraio 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Tutte le strade portano a Cerignola. Sempre. A ogni colpo. Da Nord a Sud. Quando un portavalori viene svaligiato in assetto paramilitare, carabinieri e poliziotti della città sentono squillare i loro telefoni e devono iniziare a controllare, perquisire, ascoltare. Perché sarà probabilmente in questo paesone al confine tra le province di Foggia e di Barletta-Andria-Trani che l’indagine sul commando troverà la soluzione. Ci sono ormai decine di inchieste che lo raccontano. E dentro le loro pieghe è spesso ricostruita la genesi della specializzazione della criminalità cerignolana: le bande hanno ormai assunto un assetto logistico assimilabile a un “modello aziendale”, spiegarono gli inquirenti dopo un blitz del 2022 che portò in carcere 17 persone.

Il testamento di Giuseppe Bruno

Uno schema altamente professionalizzato, con compiti e ruoli precisi, dove però non manca l’archetipo familiare come in qualsiasi clan, nonostante le squadre d’assalto spesso siano variabili e composte da specialisti assoldati senza un legame associativo stabile. Giuseppe Bruno, considerato uno dei “boss” delle rapine a tir e portavalori, venne intercettato mentre impartiva la lezione del comando al figlio: “Tu coordinerai il lavoro Salvatore, è importante – gli spiegava – Devi avere il cervello di capire (…) Domani tu devi gestire (…) Sei tu che devi comandare e… non devi sbagliare, perché devi essere d’esperienza”. Una sorta di lascito testamentario del crimine, un passaggio di consegne tra padre e figlio: una vera e propria “investitura” delle nuove generazioni.

Decenni di colpi, nonostante le condanne

Gli assalti, e quindi gli affari, devono andare avanti come succede da decenni. Pochi anni fa, sulla scena di una rapina milionaria venne ritrovato un bossolo che – secondo le perizie balistiche – era stato esploso da un’arma che era stata utilizzata durante un colpo nel 2011. L’elenco delle azioni contro caveau e portavalori, del resto, è sterminato: Paolo Sorbo, detto il Genio, entrò in azione con la sua banda per due volte nel 2008 tra Bologna e Forlì. Altri commando hanno agito a Poggio Bagnoli nel 2011, a Loreto quattro anni dopo, quindi Collesalvetti nel 2016, Catanzaro dodici mesi più tardi e così via fino ai giorni nostri. Nonostante gli arresti e le condanne, il fenomeno sta conoscendo una recrudescenza negli ultimi mesi.

Cinque assalti in 4 mesi

Con l’assalto sulla superstrada Brindisi-Lecce il conto è salito a cinque rapine – tentate o portate a segno – dallo scorso autunno. Le tracce finiscono sempre a Cerignola. A ottobre nel commando che tentò un assalto lungo la A14 tra Loreto e Civitanova Marche c’era Savino Costantino, già coinvolto in una numerose inchieste per vicende simili. E ci sono le impronte digitali dei foggiani anche sul colpo fallito tra Brindisi e Lecce: Giuseppe Iannelli e Giuseppe Russo, i due arrestati dopo la sparatoria con i carabinieri, erano di lì. Due volti finora sconosciuti rispetto alla rete degli specialisti che si allungano fino ai paesi della Bat e a paesi alle porte di Bari come Bitonto.

Azioni rapide e di fuoco

Il passato di Iannelli – che, ha svelato la Rai, è stato un militare – racconta bene il grado di preparazione richiesto per essere assoldato nelle squadre criminali impegnate negli assalti con kalashnikov, bombe e jammer. Lo schema è sempre lo stesso: mesi di studio, allenamento, poi si parte. Disposti a tutto pur di portare a casa il bottino grosso: nel 2022 uno di loro, Giovanni Rinaldi, morì durante un conflitto a fuoco a Cesinali, nell’Avellinese. Nelle regioni dove agiscono spesso possono vantare legami malavitosi: è stato documentato in Calabria, dove andò a colpire uno dei più temuti specialisti, Alessandro Morra detto il Pavone. In 11 minuti lui e i suoi bloccarono le vie di fuga, aprirono un caveau a Catanzaro con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubarono 8,5 milioni di euro e fuggirono tra le campagne.

L’impero di Pasquale Saracino

Soldi, tanti soldi. Che spesso vengono poi riciclati. Pasquale Saracino – anche lui di Cerignola e ritenuto la “mente” di diversi colpi tra Abruzzo, Campania e Toscana – tra il 2020 e il 2024 ha subito sequestri per oltre 10 milioni di euro da parte della Direzione Investigativa Antimafia che lo ha definito un “esponente di spicco” della criminalità organizzata. Il suo “impero” – formalmente intestato a prestanome – comprendeva distributori di benzina, bar, tabacchi, sale slot, autonoleggi, vetture lussuose, conti all’estero, un’azienda agricola di 28 ettari, parcheggi e una barca. Nel 2025 gli inquirenti sono tornati a bussare alla sua porta: ufficialmente nullatenente, ci sarebbe stato lui, Lino u’niur, come è soprannominato, dietro un mega-resort di lusso a Lavello. Un riciclaggio milionario, denaro che generano denaro: la fase finale del “modello aziendale”.

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Il Fatto Quotidiano

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