Quali aiuti per l’energia? L’Italia distribuisce bene ma compra caro
- Postato il 11 marzo 2026
- Di Il Foglio
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Quali aiuti per l’energia? L’Italia distribuisce bene ma compra caro
Roma. Le autorità di Pune e di altre città hanno proibito che si usi il gas per le cremazioni, scrive il Times of India. La Corea del sud ha imposto un tetto ai prezzi, per la prima volta in 30 anni, come aveva già fatto la Spagna subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il Pakistan ha deciso di bloccare il gasolio, la fonte più usata, lasciando che la benzina aumenti del 20 per cento. L’impennata dei prezzi di oil&gas ha messo in moto una corsa forsennata e anche dissennata in tutto il mondo. Ad Hanoi comincia a scarseggiare la benzina. La Cina ha blindato le sue consistenti riserve. Il Giappone sta valutando insieme agli altri paesi del G7 se vendere parte delle proprie, un annuncio che ha calmato per un po’ i mercati, ma non è possibile prendere a cuor leggero una decisione del genere perché è rischiosa, difficile e costosa da realizzare: nessuno può essere sicuro di riempire in tempo i serbatoi, e senza svenarsi, nel momento in cui si dovesse presentare uno scenario di vera scarsità, come accadde negli anni 70 dopo l’embargo arabo in seguito alla guerra dello Yom Kippur. Persino gli Stati Uniti che sono sostanzialmente autosufficienti temono il colpo di coda della benzina alla pompa. Trump rassicura, i suoi studiano qualche calmiere, non sia mai che The Donald si trovi a fare la parte di Jimmy Carter travolto dalla rivoluzione iraniana e dalla seconda crisi petrolifera.
Anche i governi europei si muovono a tentoni e in ordine sparso. In Gran Bretagna si è diffuso il panico dopo che il Daily Mail ha scritto che ci sono scorte solo per due giorni. La Francia nuclearizzata è meno esposta della Germania, la Spagna può contare su un migliore equilibrio tra diverse fonti, con le rinnovabili che coprono circa il 60 per cento, tuttavia dipende ancora molto da gas liquefatto e petrolio. In Italia si levano alti lai perché l’energia costa più che negli altri paesi dell’Unione. Governo e opposizione, Confindustria, Coldiretti e sindacati, divisi su tutto, su questo sembrano uniti. Quindi bisogna intervenire spendendo soldi pubblici. Si discute se a scapito dell’Iva come avvenne dopo l’invasione dell’Ucraina o con bonus per le famiglie a basso reddito. Mentre si riapre la vexata questio sul meccanismo che determina il prezzo del gas al quale tutti gli altri sono collegati. E’ il solito psicodramma o c’è del metodo in questa fobia energetica?
Per capirlo, guardiamo alla situazione di base, cioè prima della crisi attuale. Il Financial Times ieri ha pubblicato un grafico che appare molto eloquente: le famiglie italiane spendono il 7 per cento del loro reddito per pagare le bollette, quelle francesi il 4,7, le tedesche il 5,5 e le spagnole il 6,5 per cento. La fonte è l’Agenzia internazionale dell’energia. Ci sono altri calcoli fatti da Eurostat che offrono un quadro in parte diverso. Una famiglia italiana tipo spende mediamente 54,85 euro al mese, contro i 50,10 euro della media europea. In Germania si paga sensibilmente di più. Anche se si guardano i dati relativi a un intero anno, con un consumo di 2 MWh la media europea nel 2024 (ultimi dati disponibili) è stata di 57 euro al mese contro i 60 dell’Italia, insomma un divario di appena tre euro. Per le piccole e medie aziende la differenza è più netta, circa 50 euro al mese, ma non disastrosa. Il costo dell’energia pura e semplice pesa solo per il 57 per cento sulla bolletta; il resto riguarda trasporto, distribuzione e oneri impropri, soprattutto fiscali. L’Italia recupera terreno grazie ai minori costi distributivi: secondo Eurostat sono circa 48 euro per MWh, contro una media europea di 78 euro. In Germania superano i 100 euro, in Francia sono circa 20 euro in più dell’Italia. La rete italiana vanta un primato in termini di efficienza, per questo è tra le meno care per l’utente. Ciò consente ai consumatori di risparmiare circa tre miliardi di euro all’anno. Insomma: compriamo caro, ma distribuiamo benissimo. E questo fa la differenza. Per le industrie energivore la situazione è peggiore. Acciaio, carta, ceramica e chimica, dove l’energia pesa per il 30–35 per cento dei costi di produzione, pagano il prezzo all’ingrosso e per questo ricevono oltre due miliardi di euro all’anno di aiuti pubblici. Aiuti necessari che ricadono però sul sistema complessivo delle bollette. Si possono applicare pannicelli caldi o concedere sussidi che pesano inevitabilmente sul bilancio pubblico vincolato per di più dalla procedura d’infrazione al patto di stabilità. Ma la via maestra è un sola: ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e da quadranti mondiali esplosivi come il Golfo Persico. E qui s’infrange subito l’apparente unità nazionale.
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