Quei «No» che fanno aumentare la bolletta
- Postato il 19 marzo 2026
- Di Panorama
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Da oltre mezzo secolo, ma forse sarebbe meglio dire dal Dopoguerra, l’Italia è alle prese con un problema di autonomia energetica. L’Eni di Enrico Mattei, grazie ad accordi con alcuni Stati africani e del Golfo, ci garantì una relativa tranquillità nelle forniture fino agli anni Sessanta. Poi, però, ci fu il cosiddetto choc petrolifero e le misure messe in campo per rendere l’Italia indipendente dalle crisi geopolitiche si sono rivelate traballanti e insufficienti.
Lo abbiamo visto alla fine degli anni Ottanta, quando in seguito alle rivolte algerine, Roma ha scelto di diminuire le importazioni di gas da Hassi R’Mel per privilegiare quelle dalla Russia, ritenuta più affidabile. Con l’invasione dell’Ucraina, però, la nostra dipendenza da Mosca ci ha messo in crisi e per effetto delle sanzioni europee contro Putin abbiamo dovuto rivolgerci in fretta ad altri Paesi, puntando di nuovo sull’Algeria e in più sul Qatar. E se, per ora, il flusso di gas che dalla costa africana arriva a Mazara del Vallo è garantito, in seguito alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran quello dal Golfo Persico è in forse, come pure il petrolio.
L’eredità di Mattei e il ritorno forzato al nucleare
Insomma, siamo nei guai e le alternative per evitare rincari o blocchi non sembrano molte. Soprattutto è sempre più lontana l’idea di poter contare – se non su un’autonomia energetica – quantomeno su fonti che possano ridurre il rischio. Intendiamoci, non siamo i soli. La gran parte degli Stati europei non dispone di giacimenti petroliferi o di gas. Le economie più sviluppate all’interno della Ue, vale a dire, oltre a noi, Germania, Francia, Spagna, sul fronte del petrolio sono all’incirca nella nostra stessa situazione.
Con una differenza: che Parigi e Madrid si sono rese in qualche modo meno dipendenti dal gas altrui. La Francia ha le centrali nucleari, la Spagna ha sviluppato impianti di energie alternative che le consentono di non essere soggetta alle conseguenze di crisi come quella attuale. Anche la Germania, nel corso degli anni, aveva puntato sull’energia prodotta dall’atomo, ma poi, in seguito alla sciagurata pressione dei Verdi, Angela Merkel ha deciso di chiudere tutte le centrali, puntando sulle rinnovabili e, soprattutto, sulle generose (perché a basso prezzo) forniture da Mosca. Un modello che negli ultimi vent’anni ha consentito a Berlino di far correre la locomotiva tedesca, ma che ora è in crisi.
Il mea culpa di Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen, che nel 2011 da ministro del Lavoro votò a favore dello stop al nucleare, almeno si mostra pentita. «Allontanarsi dall’atomo è stato un errore», ha spiegato di recente. «Nel 1990 un terzo dell’energia europea era prodotta dai reattori mentre oggi siamo a meno della metà» ha ricordato, aggiungendo che oltre a essere «affidabile, conveniente e a basse emissioni», l’energia nucleare renderebbe l’Europa meno dipendente da conflitti e ricatti dei Paesi petroliferi. «Potremmo essere leader mondiali» ha concluso. Per Ursula von der Leyen le rinnovabili non bastano, e se lo dice la sacerdotessa del Green deal, ovvero colei che negli ultimi sette anni ha predicato e praticato politiche per dire addio ai combustibili fossili e riconvertire la produzione energetica verso l’eolico e il solare, c’è da crederle.
Il muro dei no che tiene alte le bollette
Tuttavia, mentre a Bruxelles si riflette sulla necessità di una svolta, in Italia, dove per l’appunto siamo alle prese con aumenti delle bollette e rischi di blackout, che si fa? Il governo ha un piano per dare il via a investimenti nei reattori a fissione, ma la sinistra, che da 40 anni si oppone a qualsiasi costruzione di centrali nucleari, che dice? Niente. Pd, Avs, 5 stelle, che pure nel passato si batterono contro la legge voluta dal governo Berlusconi per impedire la realizzazione delle infrastrutture necessarie, ignorano il problema.
La sola cosa per cui lottano, attaccando l’esecutivo, è la riduzione del prezzo delle bollette. Purtroppo, per non pagare a caro prezzo il gas c’è un solo modo: esserne meno dipendenti. Ovvero, poter disporre di fonti alternative. Ma se si è contrari al nucleare, si contesta la costruzione di centrali idroelettriche, e perfino i parchi eolici diventano nemici da combattere, il gas resta l’unica alternativa. Insomma, Schlein e compagni dovrebbero riflettere e soprattutto decidersi: volete l’energia a prezzi più accessibili? E allora qualche Sì oltre ai No bisogna dirlo.