Rooster: la nuova serie HBO con Steve Carell racconta padri, figlie e la solitudine del nostro tempo
- Postato il 6 marzo 2026
- Di Panorama
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C’è una frase che emerge quasi per caso durante la presentazione stampa di Rooster, ma che finisce per definire perfettamente l’anima della serie. “In fondo è uno show sulla solitudine”, dice lo showrunner Matt Tarses. Non è una dichiarazione studiata, ma uno di quei momenti che rivelano più di quanto si voglia davvero dire.
Ed è forse proprio lì che si trova il cuore di Rooster, la nuova serie HBO guidata da Steve Carell e firmata da Bill Lawrence e Matt Tarses: una commedia che ride molto, ma che sotto la superficie racconta qualcosa di più fragile e universale — l’incertezza degli adulti che cercano ancora di capire chi sono, mentre il mondo intorno cambia velocemente.
La serie segue Greg Russo, scrittore di una popolare saga di romanzi d’avventura il cui protagonista — Rooster — incarna tutto ciò che lui vorrebbe essere: coraggioso, istintivo, quasi mitologico. Quando Greg accetta un incarico come docente in un campus universitario del Massachusetts, la sua vita inizia lentamente a scomporsi e ricomporsi attraverso una serie di relazioni imprevedibili: quella con la figlia Katie, interpretata da Charly Clive, il rapporto con i colleghi e con gli studenti del campus, e l’incontro con Dylan, interpretata da Danielle Deadwyler, una presenza destinata a cambiare gli equilibri della sua quotidianità.
Accanto a Carell il cast riunisce anche Phil Dunster, Lauren Tsai e John C. McGinley, insieme a una serie di interpreti ricorrenti che ampliano progressivamente il mondo narrativo della serie. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Bill Lawrence — creatore di serie come Scrubs e Ted Lasso — e Matt Tarses, ed è costruito come una commedia corale capace di alternare momenti di ironia molto fisica a passaggi più malinconici e riflessivi.
Rooster debutta su HBO domenica 8 marzo alle 22 negli Stati Uniti e sarà disponibile in streaming su HBO Max subito dopo la messa in onda. La prima stagione è composta da otto episodi e costruisce progressivamente il mondo della serie attraverso le dinamiche tra i personaggi, lasciando emergere sotto la superficie comica temi più ampi che fanno parte del nostro quotidiano.
L’idea di una serie nata dalle relazioni
L’origine della serie, raccontano gli autori durante la press conference, non nasce da un’idea narrativa precisa ma piuttosto da una relazione professionale e umana. Lawrence e Tarses lavorano insieme da anni e a un certo punto si sono trovati a fare la domanda più semplice e più rara dell’industria televisiva contemporanea: con chi vorremmo davvero fare il prossimo progetto?
La risposta è arrivata quasi subito. Steve Carell.
Quando l’attore accetta anche solo di discuterne, raccontano con ironia gli showrunner, diventa immediatamente chiaro che qualunque cosa nascerà da quella conversazione vale la pena di essere fatta.
«Abbiamo iniziato da una domanda molto semplice: con chi vorremmo fare uno show?», spiega Bill Lawrence. «E Steve ha fatto l’errore enorme di accettare anche solo di parlarne con noi.»
Dietro l’idea della serie si nasconde però anche qualcosa di molto più personale. Lawrence, Tarses e lo stesso Carell si trovano tutti in una fase simile della vita: quella in cui i figli, e in particolare le figlie, stanno entrando nell’età adulta. È una trasformazione sottile ma destabilizzante, perché costringe i genitori a fare i conti con una verità poco romantica: il bisogno di restare presenti nella vita dei figli non sempre nasce dal loro bisogno di noi, ma dal nostro bisogno di restare necessari.
«A volte ti rendi conto che il desiderio di essere nella loro vita non è davvero per loro», dice Lawrence. «È per te.»
In quella tensione emotiva — tra affetto, perdita di controllo e nostalgia — prende forma il nucleo emotivo della serie.
Steve Carell e un protagonista pieno di contraddizioni
Il personaggio interpretato da Carell, Greg Russo, è uno scrittore che ha costruito la propria carriera attorno a un protagonista immaginario chiamato Rooster, una figura quasi mitologica che rappresenta tutto ciò che lui vorrebbe essere.
Carell racconta che la sua prima reazione, quando gli è stato presentato il progetto, è stata evitare una trappola narrativa molto comune: trasformare Greg in una caricatura dell’uomo mediocre che sogna di essere qualcun altro.
«Non volevo che fosse una specie di Walter Mitty», spiega l’attore. «Non è un uomo patetico che sogna di essere qualcun altro. È una persona con senso dell’umorismo, consapevole di sé.»
Il suo Greg non è un perdente né una figura patetica; è piuttosto un uomo complesso, relativamente sicuro di sé, capace di ironia e autoconsapevolezza, che però vive costantemente con il sospetto di non essere la versione migliore di se stesso. È proprio in questa frizione tra ciò che si è e ciò che si immagina di poter diventare che Carell trova il punto di accesso al personaggio.
Un ensemble che vive di chimica
Una parte fondamentale della costruzione della serie riguarda il suo carattere corale. Lawrence insiste più volte sul fatto che Rooster non è stato concepito come un veicolo per una singola star ma come un ensemble in cui ogni personaggio possiede un proprio percorso narrativo.
È una scelta che riflette anche la trasformazione del linguaggio televisivo negli ultimi anni. Se un tempo una serie poteva permettersi di impiegare intere stagioni per far crescere lentamente la chimica tra i personaggi, oggi lo spettatore decide molto più rapidamente se restare o cambiare piattaforma.
«Oggi se non costruisci subito personaggi complessi e relazioni credibili, il pubblico cambia semplicemente serie», osserva Lawrence.
Per questo motivo, spiegano gli autori, i personaggi devono rivelare complessità e contraddizioni fin dai primi episodi.
Comicità, malinconia e il tono della serie
Durante la presentazione stampa emerge anche un’altra chiave di lettura interessante. Una giornalista osserva che Rooster è molto divertente ma allo stesso tempo attraversata da una corrente sotterranea di malinconia e isolamento.
Gli autori non solo accettano questa interpretazione, ma la considerano centrale.
Lawrence ammette che il vero equilibrio della serie consiste proprio nel passaggio continuo tra comicità e vulnerabilità emotiva, un equilibrio delicato che può funzionare solo con attori capaci di attraversare registri molto diversi nello spazio di una singola scena.
Danielle Deadwyler lo descrive con una metafora che resta impressa.
«La tristezza è come un ronzio», spiega. «Non è sempre visibile, ma è sempre lì.»
È quell’energia sotterranea che attraversa tutti i personaggi. Ridono, litigano, cercano di andare avanti con le proprie vite, ma sotto la superficie si avverte costantemente quella vibrazione emotiva più fragile.
Università, generazioni e identità
Parte della serie è ambientata in un campus universitario, e questo contesto diventa uno spazio narrativo importante. Per Danielle Deadwyler l’università rappresenta uno dei pochi luoghi in cui il conflitto di idee è non solo accettato ma incoraggiato.
«È uno spazio in cui il confronto e il dibattito sono incoraggiati», racconta l’attrice. «È un ambiente che spinge le persone a crescere e a mettere in discussione se stesse.»
Lauren Tsai, che interpreta Sunny, porta invece nella serie uno sguardo generazionale più giovane ma sorprendentemente complesso. Durante la conferenza stampa anche Panorama ha avuto l’occasione di intervenire chiedendo all’attrice come la serie abbia lavorato per evitare di trasformare il suo personaggio in una semplice rappresentazione simbolica della Gen Z. Tsai ha spiegato che la chiave sta proprio nella specificità del personaggio e nella pluralità di sguardi presenti nella scrittura. «È stato molto interessante lavorare su un progetto in cui gli sceneggiatori appartengono a età diverse, anche vicine a quella dei personaggi più giovani», racconta. «Molto dell’autenticità di come parlano e di come navigano il mondo nasce proprio da lì.»
Per l’attrice, Sunny non è pensata come una dichiarazione generazionale ma come una persona precisa, con le sue rigidità emotive e le sue difese intellettuali. «È una outsider», spiega. «Ha questa tendenza a iper-intellettualizzare tutto, come se fosse un modo per nascondere le emozioni.» Proprio questa combinazione — una tensione costante tra lucidità analitica e vulnerabilità emotiva — rende il personaggio una figura molto riconoscibile: una giovane donna brillante, un po’ goffa, che usa l’analisi del mondo come una forma di protezione.
Una serie fatta con cura
Tra racconti di backstage e battute improvvisate emerge progressivamente il ritratto di una serie che non ha paura di oscillare tra registri molto diversi. L’assurdo convive con il quotidiano, la commedia con una malinconia appena percettibile.
Alla fine della presentazione qualcuno chiede a Steve Carell se durante le riprese abbia avuto la sensazione che Rooster potesse diventare qualcosa di speciale.
La sua risposta è sorprendentemente sincera.
«Non si può mai sapere come andrà uno show», dice. «Puoi avere grande scrittura, grandi attori, ma non c’è mai una garanzia.»
Poi aggiunge qualcosa che forse spiega meglio di qualsiasi analisi perché la serie potrebbe funzionare.
Sul set, racconta, si percepiva chiaramente che tutti tenevano davvero al progetto.
«C’era gioia nel farlo», dice Carell. «E quando succede, è già qualcosa di raro.»
E a volte, in televisione come nella vita, è già un inizio sorprendentemente promettente.