Saif Gheddafi e gli altri: quando la “sentenza” arriva dai nemici e non dalla giustizia internazionale
- Postato il 7 febbraio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Spesso arriva prima la vendetta dei nemici che la condanna della giustizia internazionale. E il caso della recente morte di Saif al-Islam lo dimostra. Secondogenito dell’ex leader libico Muammar Gheddafi e ultimo erede politico del rais, Saif al-Islam è morto lo scorso martedì nell’area di Zintan nel nord-ovest della Libia per mano di un commando di quattro persone che lo ha freddato nel giardino della sua abitazione. Ma Gheddafi junior non era un uomo libero. Ricercato dal 2011 dalla Corte Penale Internazionale, pendeva su di lui la spada di Damocle di un mandato di cattura per crimini contro l’umanità – omicidio e persecuzione – commessi presumibilmente in Libia proprio nel 2011.
Latitante per la giustizia internazionale, non hanno fatto fatica i suoi nemici a rintracciarlo ed emettere la “sentenza definitiva”. Con Saif al-Islam Gheddafi, salgono così a undici i personaggi con mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale deceduti prima di ricevere la sentenza di condanna da parte della più alta istituzione giudiziaria intergovernativa. Tutti – tranne uno morto causa Covid-19 – sono riusciti a sfuggire alla giustizia internazionale per rimanere vittime della “giustizia fai da te” dei loro nemici. Dati alla mano, nella storia della Cpi, delle 73 persone che sono state incriminate pubblicamente, il 15% – circa 3 persone ogni 20 indagati – muore prima che la giustizia possa fare il suo corso e arrivare al giudizio finale che li dichiari colpevoli di fronte alla Storia.
Libia, Sudan, Gaza, Repubblica Democratica del Congo, Kenya e Uganda sono le aree di provenienza degli “scampati” alla giustizia internazionale. Saif al-Islam Gheddafi (Libia), ricercato dal 2011 e ucciso nel 2026 dalle milizie locali; Muammar Gheddafi (Libia), ricercato dal 2011 e ucciso nello stesso anno durante la cattura a Sirte da parte dei ribelli; Mahmoud Al-Werfalli (Libia), ricercato dal 2017 e ucciso da un uomo armato non identificato a Benghazi nel 2021; Al-Tuhamy Mohamed Khaled (Libia), ricercato dal 2013 e morto per Covid-19; Saleh Jerbo (Sudan), ricercato dal 2009 e morto nel 2013 durante un combattimento nel Nord Darfur contro le forze della fazione del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza. Segue Mohammed Deif (Gaza), ricercato dal 2024 e ucciso nel sud di Gaza in un attacco aereo dell’Idf; Sylvestre Mudacumura (RDC), ricercato dal 2012 e ucciso nel 2019 dall’esercito della RDC nel territorio Rutshuru. E ancora, Paul Gicheru (Kenya), ricercato dal 2015 e ritrovato morto presso la sua abitazione nel 2022 in circostanze non chiare; Vincent Otti (Uganda), ricercato dal 2005 e morto misteriosamente in una remota area della RDC nel 2007; Raska Lukwiya (Uganda), ricercato dal 2005 e fucilato nel 2006 dalle truppe dell’esercito ugandese nel distretto di Kitgum. E infine, Okot Odhiambo (Uganda), ricercato dal 2005 e dichiarato morto nel 2013 nella Repubblica Centrafricana al ritrovamento di un corpo riesumato dalle autorità ugandesi due anni più tardi.
Accuse di crimini efferati – genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione – rimaste pendenti per anni, fino alla registrazione del decesso e alla conseguente chiusura del procedimento da parte della Corte. La giustizia internazionale non conosce infatti processo in contumacia: a meno che l’imputato non sia presente in aula, nessuno può essere processato. E il caso rimane bloccato alla fase preliminare – fintanto che dura la latitanza – per essere poi chiuso alla ricezione del certificato di morte. Post-mortem non se ne fa nulla in Corte, così che i “criminali” resteranno per sempre “presunti”: guardando al totale parziale, che non considera i 24 procedimenti chiusi per assoluzione o ritiro delle accuse, un quarto dei casi della Cpi resta dunque irrisolto.
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