Sanremo 2026, siamo sopravvissuti alla prima serata

Il Quotidiano del Sud
Sanremo 2026, siamo sopravvissuti alla prima serata

Sanremo 2026 impressioni da una metà febbraio della prima serata. Can Yaman flirta col palco, Laura Pausini condannata senza processo da X, Tiziano Ferro ci fa piangere e Gianna Pratesi a 105 anni ci ricorda chi siamo. Una cronaca ironica del 76° Festival.


Siamo noi. Siamo italiani. Non c’è cura. Mentre il mondo cade a pezzi, guardiamo il festival di Sanremo. Anno dopo anno. Da 76 edizioni. Ieri sera, martedì 24 febbraio 2026, l’Ariston ha riaperto i battenti per Sanremo 2026, e in pochi minuti abbiamo capito due cose: il tempo non esiste, e la scaletta men che meno. Io come dress code per la festa avevo indossato una corona di spine. E male non ho fatto. Che insomma la noia, signora mia, ci avvinti come l’edera.

IL BAGNO NEL FIUME GANGE DELLA MALDICENZA MUSICALE, OVVERO SANREMO

Sanremo è la nostra catarsi trash, il bagno nel fiume Gange della maldicenza musicale. L’occasione per stare lì con la penna rossa in mano pronti a dire: OMMIODDIO ma come si è vestita quella? Ma la voce l’ha lasciata in camerino? Ma che testo orrendo è? Cioè ancora tu, ma non dovevamo risentirci più? Fiumi di parole, tram che non vanno avanti più, Luca che non torna, felicità e italiani veri. Oltre a tutta quella sequela di cattiverie condivise che ti fanno andare a letto felice nella convinzione di far parte di qualcosa di più grande di te ma pure così vicina.
È forse l’unico evento al mondo in cui un paese intero si siede sul divano, scrive su X o Fb o Threads cose che non direbbe mai in faccia a nessuno, piange per una canzone che non avrebbe scelto su Spotify manco sotto tortura, e il giorno dopo dice che Sanremo fa schifo ma quello dopo ancora è già in fila per il prossimo.

CARLO CONTI, IL CONDUTTORE PERFETTO CHE HA FRETTA (E HA RAGIONE)

Carlo Conti sale sul palco dell’Ariston e ha già fretta di chiudere con quella sua aria da bravo ragazzo di provincia che ha letto tutti i libri di Dale Carnegie ma li ha applicati con grazia, e non con quell’energia da venditore di aspirapolvere che uno si aspetterebbe. È lì, è preciso, è elegante nel modo in cui l’Italia elegante lo è: senza esagerare, senza sudare, con una battuta pronta e l’omaggio a Pippo Baudo che è giusto, dovuto e ci fa sentire tutti improvvisamente molto vecchi.
Carlo Conti tiene il Festival come si tiene un bicchiere pieno di vino con un panino in un pranzo di famiglia complicato: fermo, calmo, con un sorriso che non cede mai. Un talento. Un’arte. Un mestiere che pochissimi in questo paese sanno fare. E lui lo sa. E lo sa che lo sappiamo. Ed è per questo che ci piace.

LAURA PAUSINI LA CO CONDUTTRICE DI SANREMO 2006. IMPALLINATA DAI SOCIAL, DA SUBITO

Parliamo subito della cosa più importante della prima serata, che non è la musica.
Sal Da Vinci canta. Prende una standing ovation. È una istituzione vivente di questo paese e la standing ovation è sacrosanta. Come dicono su Threads sono pronte già una decimigliaia di richieste di matrimonio su queste note. Laura Pausini, dal suo posto, guarda la scena e pronuncia ad alta voce tre parole. Tre parole. Le telecamere le riprendono le labbra. X si mette in moto. L’hashtag parte. Il processo ha inizio.
Secondo il Tribunale Popolare di X, Laura avrebbe detto «lui si droga».
Laura ha detto «hai visto che roba?».
Come “che meraviglia”, come “che spettacolo”, come direbbe chiunque di noi vedendo Sal Da Vinci ricevere quella ovazione. Ma il web aveva già deciso. Il web aveva già emesso la sentenza. Il web aveva già condiviso tremila gif di aule di tribunale e si era già stufato di chiedere spiegazioni.
Laura Pausini, a questo punto, aveva due opzioni: difendersi, o voltarsi dall’altra parte e fare finta di niente con la compostezza di chi ha venduto sessanta milioni di dischi nel mondo. Ha scelto la seconda. Giustamente.

CAN YAMAN FA CAN YAMAN

Poi c’è Can GIAN Yaman.
Co-conduttore per una sera, presenza scenica garantita, nessuna sorpresa per nessuno. Can Yaman è diventato, negli ultimi anni, una di quelle figure che l’Italia ha semplicemente deciso di adottare senza troppo ragionamento. Come i gatti randagi, ma pettinato meglio. Mi prendo le mie responsabilità e ho già chiesto la scorta, è un tamarro. Descamisado e unto d’olio fa il suo. Con la giacchetta bianca stile cameriere in una crociera in terza classe anche meno.
Il suo momento più atteso era l’incontro con Kabir Bedi – il Sandokan degli anni Settanta, quello che ha fatto innamorare le nonne di mezza Europa – per i cinquant’anni di quella serie leggendaria. Due Sandokan sul palco dell’Ariston. Kabir Bedi che ha settantanove anni e l’autorevolezza tranquilla di chi non ha più niente da dimostrare a nessuno. Can Yaman che ha trentaquattro anni e il physique du rôle. Il simbolismo era chiaro. Il marketing era chiarissimo. Ci siamo commossi lo stesso.
Non è una contraddizione. È Sanremo.

SANREMO 2026, AH GIÀ CI SONO ANCHE LE CANZONI

Trenta Canzoni in una Sera. Una maratona ma piena di fiori.
Tutti e trenta i Big in gara nella prima serata. Trenta. Come le tasse, come le scadenze, come gli anni che ti senti addosso quando provi a stare sveglio fino alla fine del Festival. La scaletta è quella di un ultra-maratoneta con ambizioni sinfoniche, eppure, miracolo della Madonna di Lourdes e della regia Rai e di Carlo Conti che ha fretta, la serata finisce con quasi un quarto d’ora di anticipo.
Un quarto d’ora di anticipo a Sanremo. Scrivetelo nei libri di storia. Mettetelo nelle teche degli archivi. Raccontatelo ai vostri figli. Vi racconto solo di quelli che hanno colpito me.

SERENA BRANCALE CANTA LA MADRE. DI BIANCO VESTITA

Serena Brancale sale sul palco e canta sua madre. Non come metafora. Non come trovata lirica per sembrare profondi. La canta nei dettagli esatti, nei particolari fisici, nel modo in cui l’amore e la perdita abitano le stesse stanze. Finisce. Scoppia in lacrime. L’Ariston si alza. Noi piangiamo sul divano cercando di far finta di no.
Standing ovation. Prime cinque posizioni nella classifica provvisoria, in ordine sparso, perché questo Festival ama fare il misterioso anche quando non dovrebbe. Bravissima. Davvero. Andate ad ascoltarla.

LE BAMBOLE DI PEZZA, IL ROCK A SANREMO 2026

In un oceano di ballate con pianoforti e voci che tremano nell’ottava giusta, Le Bambole di Pezza portano chitarre elettriche e la gloriosa notizia che il rock non è morto, si è solo preso una lunga pausa per motivi personali. L’Ariston risponde con energia. Noi rispondiamo alzando il volume. Un momento di defibrillazione collettiva, benedetto e necessario.

LEO GASSMANN O DELL’IRONIA

Leo Gassmann, che nei giorni precedenti aveva ironizzato su X circa il suo orario di esibizione — “il raccomandato che suona alle quattro di mattina” — porta in gara una canzone che contiene uno dei versi più belli della serata: “Roma d’agosto sembra l’Antartide”. Qualcuno lo scriva su un muro. Meglio ancora, qualcuno lo metta su un disco e lo venda.

MARIA ANTONIETTA E COLOMBRE

Synth pop. Omnichord. Testi che citano supermodelle con la pelle splendida, con quella leggerezza ironica che è rarissima in un Festival che prende tutto molto sul serio, sé stesso in primis. Maria Antonietta e Colombre fanno la cosa più difficile di Sanremo: essere divertenti senza sembrare che ci tengano troppo ad esserlo.
Non vinceranno. Probabilmente. Ci ricorderemo di loro lo stesso. Ah Colombre è una citazione dal troppo poco ricordato Dino Buzzati e solo questo per me vale il palco. Il colombre incarna le paure, le minacce immaginarie e i destini inesorabili che crediamo ci perseguitino. Perfetto per questo Sanremo 2026

TIZIANO FERRO, L’AMORE CHE TUTTO VINCE

Tiziano Ferro, i venticinque anni di Xdono e una standing ovation che si sentiva arrivare dal 2001. È il superospite. Che torna. Sale sul palco. Attacca con Xdono – venticinque anni, signora mia, venticinque anni – e poi Ti scatterò una foto e Sono un grande, e lo fa con quella voce che evidentemente ha un accordo privato con il tempo per non invecchiare. L’Ariston si alza. Non metaforicamente. Non “un po'”. Si alza completamente, rumorosamente, con quella qualità di applauso che viene dal ventre prima ancora che dal cervello abbia il tempo di decidere se vuole partecipare.
Tiziano Ferro fa così. Lo fa da sempre. E noi caschiamo ogni volta come se fosse la prima, perché dentro siamo ancora quei ragazzini del 2001 che ascoltavano Xdono in camera pensando che nessuno capiva quanto stavamo soffrendo.
Grazie, Tiziano. Per tutto. Anche se diciamocelo, un pelino hai steccato.

GIANNA PRATESI 105 ANNI, FA CIAO CIAO AI FASCISTI


Gianna Pratesi. Centocinque anni. Una delle prime donne a votare in Italia, nel 1946, quando andare alle urne era ancora qualcosa di nuovo e rivoluzionario per metà del paese. Sale sul palco dell’Ariston, sul palco dell’Ariston, nel 2026, e canta 24mila baci di Adriano Celentano. A marzo compirà 106 anni.
Davanti a lei, i trenta cantanti in gara sembrano, con tutto l’affetto del mondo, dei bambini alla recita di fine anno. Non è un insulto. È una constatazione. Il tipo di prospettiva che ti dà solo qualcuno che ha visto abbastanza del mondo da non doversi più preoccupare di niente, e sale su un palco di fronte a tutta l’Italia e canta Celentano a 105 anni perché sì, perché può, perché è la cosa più bella da fare in questa serata di febbraio.
È il momento migliore della serata. Forse del Festival. È anche la paraculata del secolo, Conti anestetizza l’effetto Pucci e si rimette sui binari.

MAX PEZZALI IN COSTA

Il collegamento con la nave Costa Toscana era scritto nella scaletta come momento di respiro. È diventato uno dei picchi di energia più alti della serata. Max Pezzali con Sei un mito, Nella notte, La regina del Celebrità, Disco Inferno. Il mare, le luci, le persone che ballano su una nave. Anche Gaia da Piazza Colombo. Il Festival che si allarga oltre il teatro e invade la città, come dovrebbe fare, come fa ogni anno, come è giusto.

LEVANTE O DELLA BELLEZZA


Sono le 23 e passa, la serata è già lunga come un romanzo russo e il pubblico dell’Ariston ha già esaurito le lacrime su Serena Brancale e gli applausi su Tiziano Ferro. Levante sale sul palco.
E l’Ariston ammutolisce.
Non nel modo in cui ammutolisce quando qualcosa va storto, microfono ko, come è toccato al povero Tredici Pietro, ma nel modo giusto, quello che ti trattieni il respiro perché ti sembra che qualsiasi rumore possa rompere qualcosa di fragile e prezioso. Avvolta in un tubino di lustrini, Levante si mostra sicura di sé come sempre, consapevole della sua voce e delle sue potenzialità ormai assodate. Un tubino scintillante, scollatura a cuore, longuette. Brillantini ovunque. È Sanremo: anche l’intimità si fa con i lustrini.


La canzone si intitola “Sei tu”, ed è un brano che parla di innamoramento come se fosse una crisi medica. Gambe che non reggono. Braccia che scompaiono. Respiro che manca. Voce che non risponde. Mani che ingannano. Il testo descrive l’innamoramento come una crisi corporea: è un lessico quasi da attacco di panico, e proprio per questo credibile.
Levante non scivola. Levante vola.

POI C’È PATTY PRAVO anche A SANREMO 2026


Undici partecipazioni al Festival di Sanremo. Undici. Nella stessa serata in cui Gianna Pratesi sale sul palco a 105 anni, Patty Pravo sale per l’undicesima volta a 77 anni con la sicurezza di qualcuno che di palchi ne ha visti abbastanza da sapere esattamente cosa fare e, soprattutto, cosa non fare.

LE SCALE CHE NON SA SCENDERE E LA DELUSIONE PER I FAN DEL FANTASANREMO

Patty Pravo prende la prima penalità del Fantasanremo 2026 perché ha evitato la scala dell’Ariston. La scala. Quella iconica, quella che tutti scendono, quella che è diventata un rito di passaggio obbligatorio per chiunque metta piede su quel palco. Patty Pravo ha guardato la scala, ha valutato la situazione, e ha deciso di no. Con la serenità assoluta di chi ha sessant’anni di carriera alle spalle e non deve niente a nessuna scalinata.
È il gesto più iconico della prima serata. Non è ironico dirlo.
La canzone si intitola “Opera”, ed è scritta da Giovanni Caccamo, autore che sa fare il suo mestiere, e porta in sé quella qualità rara che è la grazia. Il pezzo scritto da Giovanni Caccamo è bello. I dubbi, semmai, sorgevano sulla resa live ma l’esame del palco può dirsi superato. Con stile. Patty Pravo piena di grazia.

LA GRAZIA


Eccola, la parola giusta: grazia. Non giovinezza, non nostalgia, non il “com’era brava una volta”. Grazia adesso, grazia stasera, grazia in questo abito lungo nero in velluto con maniche trasparenti piene di lustrini, perché anche Patty Pravo ha capito che a Sanremo i lustrini sono obbligatori come la tessera del circolo.
Il pubblico la ha acclamata in coro con “Patty, Patty” già dai primi secondi. Non aspettano di sentire la canzone. Non aspettano di giudicare. Patty Pravo entra, e il pubblico risponde.
Sessant’anni di carriera. Cento milioni di dischi venduti. Cinque matrimoni. Un numero imprecisato di look che hanno cambiato il modo in cui l’Italia pensava alla femminilità e alla libertà. E adesso, undicesima volta all’Ariston, con una canzone che funziona e una scalinata elegantemente ignorata.
Patty Pravo non ha bisogno di scendere le scale. Le scale, semmai, dovrebbero inchinarsi a lei.

LA CLASSIFICA RANDOM, I MISTERI DI SANREMO 2026

Nelle prime cinque posizioni – in ordine sparso, nessun podio rivelato, perché Carlo Conti ama il suspense – troviamo: Arisa, Fulminacci, Serena Brancale, Ditonellapiaga, Fedez e Masini.
Sì. Sei nomi. Cinque posizioni.
Benvenuti a Sanremo, dove la matematica è sempre una proposta aperta alla negoziazione.

LA REPUPPLICA

Una grafica sul palco dell’Ariston riporta “W la Repupplica”. Due p. Nessuna spiegazione. Nessuna conferenza stampa di chiarimento. Nessuno che alzi la mano e dica: sono stato io.
Il Festival dell’imperfezione umana. Il Festival che ci somiglia davvero. E forse ci fa dire meno male che l’IA c’è e corregge i refusi, almeno quelli.

SANREMO 2026, SIAMO STATI QUI IERI, CI SAREMO OGGI E FINO ALLA FINE

La prima serata di Sanremo 2026 è andata. È stato un rito. Un circo. Commovente quando non te lo aspettavi, ridicolo quando era inevitabile, e bellissimo in quei momenti, Gianna Pratesi e Tiziano Ferro in cui ti ricorda perché esistono i festival, perché esistono i teatri, perché esistono le canzoni.

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