Savona abbraccia Guy Jowel, attivista israeliano: “Questo è un nuovo Olocausto, non stiamo in silenzio”
- Postato il 6 marzo 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Savona. “La situazione in Palestina adesso è terrificante. Lo era già nel 2023 ma, ad oggi, se possibile lo è ancora di più. Il popolo palestinese continua a subire ingiustizie, soprusi e atti di razzismo. Tutto questo non è accettabile, è un nuovo Olocausto e va fermato subito”. Ad esprimere queste parole, non senza emozione, è Guy Jowel, attivista israeliano di Ta’ Ayush, movimento nato per contrastare l’occupazione illegale dei territori palestinesi.
L’attivista israeliano, che dal 2010 combatte contro l’occupazione violenta dei coloni, è in Italia da circa un mesetto e sta svolgendo diversi incontri su tutto il territorio nazionale per raccontare della resistenza non violenta dei palestinesi nel territorio di Masafer Yatta (un insieme di villaggi palestinesi nella Cisgiordania meridionale). In questi giorni è a Savona per incontrare giovani e adulti, ieri sera (5 marzo) alle ore 21 si è svolto un incontro aperto al pubblico “Resistere per esistere“, nelle sale museali del Vescovado di Savona.
Prima dell’incontro Guy si è concesso ad una lunga intervista a IVG.
Guy Jowel iniziamo con il raccontare la tua storia. Chi è lei?
“Sono nato nel 1972 a Gerusalemme. Mio nonno aveva una fattoria nel nord di Israele, ho vissuto lì fino all’età di sei anni. Poi con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Gerusalemme perché mio papà lavorava nella parte della città vecchia e dunque sono rimasto lì per diversi anni. A Gerusalemme ho conosciuto moltissimi palestinesi in quanto erano colleghi di mio padre. Per me interagire con i palestinesi era la normalità, quasi quotidianamente erano ospiti a casa mia e io spesso andavo a casa loro. Il popolo palestinese è sempre stata la mia seconda casa”.
“In questi anni ho capito molte cose riguardanti la discriminazione dei palestinesi – aggiunge Guy -. Mi recavo sempre in Cisgiordania perché mio papà portava avanti e indietro i colleghi, e poi perché i miei parenti erano coloni quindi andavamo a trovarli. Ho sempre convissuto con questa interazione tra palestinesi, israeliani, coloni ed esercito. Ho capito quali erano le divisioni, i conflitti e quali fossero le violenze inflitte ai palestinesi”.
Qual è stato il punto di svolta nella sua vita? Quando ha deciso di diventare un attivista?
“E’ stato quando avevo quindici anni, durante la prima Intifada (1987-1993 ndr). E’ stato un periodo tragico: tante persone uccise, molte violenze. Recepivo le informazioni sia dai media ma anche dai palestinesi che conoscevo. Ho deciso dunque di capire un po’ di più la storia della Cisgiordania e come mai fossimo arrivati a tutto questo. Mi sono recato alla biblioteca internazionale per cercare informazioni e ho studiato tutto quanto sui libri di storia. Ho scoperto così che 100 anni prima c’erano 15mila ebrei e 350 mila palestinesi (in tutto il territorio perché all’epoca non era ancora diviso lo stato). Gli ebrei erano, dunque, meno del 5%. Mi sono chiesto come mai avessero tutta quella porzione di terra rispetto ai palestinesi. Come mai gli israeliani affermavano che era tutto loro nonostante la maggior parte della popolazione fosse araba? Io sono dovuto andare via da casa mia per lasciare la terra agli israeliani. Quando nel 1948 hanno istituto lo Stato di Israele i 2/3 del territorio sono andati agli israeliani mentre il restante ai palestinesi anche erano numericamente molto di più. Così ho capito che avevo mi erano state raccontate cose non vere, la storia narrava altro”.
In famiglia cosa si diceva dato che avevate un rapporto costante coi palestinesi? Quali erano i pensieri riguardo a questo?
“Mio nonno era un ebreo polacco ed è stato deportato. Era un sopravvissuto dei campi di concentramento. Mio nonno ha perso tutta la sua famiglia nei campi di concentramento in Polonia. Il peso dell’Olocausto mi ha seguito per tutta la mia gioventù. Sono stati fatti che hanno pesato molto sulla mia vita. Odio il razzismo e il nazismo, per quello che ha vissuto la mia famiglia. Crescendo però ho notato delle similitudini tra quello che hanno fatto i nazisti agli ebrei e quello che stavamo facendo noi israeliani ai palestinesi. Similitudini terribili. Ho capito subito da che parte schierarmi”.
Cosa ha capito?
“Ero uno dei pochissimi israeliani a non gioire per le vittime palestinesi. Volevo esporre i miei pensieri ma ho capito che sarebbe stato pericoloso. Ho capito che era meglio stare zitto, per tanti anni non sono stato attivista”.
E dopo cosa ha fatto?
“Nel 2009 c’è stata una battaglia in un quartiere di Gerusalemme, gli israeliani hanno preso le case dei palestinesi. Tante persone sono state arrestate e picchiate. Io avevo paura. Poi il 6 marzo 2010 c’è stata una grossa manifestazione, approvata dalla polizia, allora ho pensato di andarci credendo che non ci sarebbero stati grossi rischi. Sono andato ed è stato commovente sentire gli slogan che la gente urlava. Uno di questi era “gli ebrei e gli arabi rifiutano di essere nemici“. Per me è stato un punto di svolta. Sono andato il venerdì successivo e lì ho conosciuto il gruppo di attivisti non violenti Ta’ Ayush”.
Cosa è Ta’ Ayush?
“Significa vivere insieme. E’ un movimento non ufficiale, non ha dipendenti ma è formata da attivisti israeliani volontari. E’ nata durante la seconda Intifada (agli inizi degli anni 2000). All’inizio cercavano di sostenere chi aveva bisogno donando, ad esempio, coperte o medicine o acqua. C’erano tre gruppi: uno a Gerusalemme, uno al sud dell’Israele e uno al nord. Gli ultimi due hanno cambiato poi il focus della loro “missione” e si sono concentrate sul diretto alla terra. Accompagniamo i pastori coi greggi al pascolo, garantendo sicurezza alle persone. In più si collabora con avvocati che portano avanti i diritti dei palestinesi. Raccogliamo materiale e glielo facciamo avere in modo tale che loro possano tutelare le persone, cercano di assicurare i diritti che hanno perso”.
Cosa fate?
“E’ una grossa struttura, c’è chi si occupa della parte legale chi la parte comunicativa. Si lavora insieme ad altre organizzazioni come Operazione Colomba, tutti cerchiamo di attirare attenzione su South Hebron Hill (le colline a sud di Hebron). Grazie al nostro supporto la violenza si era ridotta, gli atti di razzismo si erano un po’ attenuati. L’approccio non violento ha trasmesso forza ai palestinesi. La popolazione locale ha scelto la non violenza come forma di resistenza e ha dato i suoi frutti così come andare sul campo con le videocamere. Fino al 2015 le persone di questo villaggio vivevano più “tranquille” (per quanto possibile) ma avevano una grande forza. Il vivere con gli attivisti gli ha trasmesso coraggio. Cosa facciamo? Gli accompagnano nei loro campi, li aiutiamo nella raccolta delle olive, queste sono solo alcune delle cose che facciamo”.
Adesso che situazione si vive?
“C’è un veleno di razzismo ovunque. Israele è sinonimo di follia. Nel South Hebron Hill i palestinesi non possono andare al pascolo nelle loro terre, i coloni hanno preso tutto. Per i palestinesi è pericoloso raggiungere le loro terre, vengono attaccati ovunque. Molti attivisti dormono nelle case dei palestinesi, le famiglie si sentono più sicure. I coloni in ogni momento chiamano l’esercito, dunque serve una presenza protettiva. A volte ci sono attacchi simultanei per cui dobbiamo correre da una parte all’altra per scongiurare il peggio”.
Qual è stata la situazione più pericolosa che ha vissuto?
“Sono stato picchiato varie volte. Ho subito percosse e ho rischiato il linciaggio. Mi hanno lanciato addosso anche delle pietre”.
Cosa dicono i suoi parenti di lei?
“Io ho rapporti solo con mia sorella e mia madre. I miei cugini mi danno del traditore, come gli altri famigliari. Le nostre visioni sono drammaticamente diverse. Io ho deciso di schierarmi, io credo di essere nel giusto. Ho studiato, mi sono informato e dunque è stato facile scegliere. La lezione dell’Olocausto per me è stata molto chiara “mai più”. Però mai più per tutti. La storia probabilmente non ci ha insegnato molto, stiamo facendo gli stessi errori. Il razzismo c’è ancora in diverse forme e parti del mondo”.
Cosa fa ora che è qua in Italia?
“Non ho smesso di fare il mio lavoro. Raccolgo informazioni e le mando agli avvocati. Spero di rientrare presto, avevo il volo l’11 marzo ma a causa della Guerra del Golfo mi è stato cancellato”.
A Tel Aviv che percezione c’è della guerra con i palestinesi?
“Essendo una città grande e “internazionale” è un po’ diversa la situazione rispetto, ad esempio, a Gerusalemme. In tutto l’Israele si respira aria di razzismo. I bambini dal giorno uno vengono fatti crescere con questa idea: Israele è la Terra Promessa. Quindi ora ci si sta riappropriando di qualcosa che è loro di diritto”.
Come ultima domanda voglio chiederle se avete sentito la nostra vicinanza. In tutta Italia ci sono state manifestazioni pro Palestina.
“Io non guardo le tv Israeliane né ascolto le radio. Ho i social quindi ogni tanto vedo qualcosa. I media israeliani hanno etichettato i manifestanti europei e italiani come dei rivoltosi. Quando usciva qualche notizia riguardo le proteste della Flottilia scrivevano che i manifestanti italiani erano arrabbiati per il trattamento ricevuto, ma non citavano le motivazioni. Ogni tipo di protesta simile la considerano antisemitismo. Per quella piccolissima percentuale di israeliani che sono sensibili al tema, e anche per i palestinesi, le manifestazioni sono state importantissime. Hanno prezzato la solidarietà dei cittadini europei al contrario di quanto hanno fatto i leader europei che hanno dimostrato disinteresse per quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza” .