Per molti lo sci è sinonimo di neve fresca, silenzio e natura incontaminata. Tuttavia non tutti sanno che anche questo sport potrebbe avere ricadute ambientali anche significative. I problemi principali sono due. Il primo riguarda le scioline, sostanze cerose applicate sulla soletta degli sci (quelli dei campioni, ma anche quelli "della domenica") per migliorarne lo scorrimento. Alcune di queste scioline contengono composti fluorurati, cioè molecole a cui viene aggiunto fluoro per aumentare la repellenza all'acqua in condizioni difficili, come i famigerati Pfas, i cosiddetti "inquinanti eterni". Il secondo problema è legato al rilascio di microplastiche dovuto all'usura dei materiali moderni, microplastiche che dagli sci entrano poi nel suolo e nel ciclo idrico. . Sul primo fronte la Federazione sciistica internazionale (Fis) ha già preso posizione, bandendo alcuni prodotti dalle competizioni ufficiali - mentre al di fuori dell'ambito agonistico l'utilizzo di queste scioline non è ancora vietato ovunque; sul secondo c'è chi sta studiando soluzioni alternative. Tra questi, un gruppo del Politecnico di Milano, guidato dal professore Paolo Ossi, ordinario di Fisica della Materia, e recentemente finanziato dalla Provincia Autonoma di Trento, che lavora da dieci anni a una soluzione radicale. «Il polietilene ha prestazioni eccellenti sulla neve naturale, ma soffre moltissimo le superfici dure delle piste moderne» spiega Ossi. «L'usura lo consuma e lo frammenta: e quei frammenti finiscono nell'ambiente».
Nuove soluzioni per avere meno microplastiche sulla neve
La ricerca parte da un assunto: il polietilene non è migliorabile oltre un certo limite. «È un materiale fantastico, ma i suoi difetti strutturali restano. L'unica strada è sostituirlo» racconta Ossi. È così che nasce l'idea di usare un'unica piastra in acciaio inossidabile al posto della classica soletta: un materiale resistente, omogeneo e soprattutto non soggetto a rilasciare microplastiche. Su questa piastra, l'équipe applica lavorazioni laser che riproducono l'"impronta", quei solchi sottili che permettono allo sci di scaricare lateralmente il velo d'acqua creato dallo scorrimento sulla neve. «Abbiamo già testato vari prototipi: acciaio diversamente lavorato, acciaio non lavorato, soletta tradizionale. E i risultati sono davvero promettenti» spiega. La sorpresa è che, in molte condizioni, la soletta metallica scorre quanto il polietilene e persino meglio sulla neve artificiale, oggi dominante nelle località sciistiche.
Cosa cambia sulla neve. Il principio fisico alla base è lo stesso di sempre: lo sci non scorre sul ghiaccio solido, ma su un velo sottilissimo d'acqua generato dall'attrito. «Questo "film" può essere spesso da un decimo a pochi decimi di millimetro» chiarisce Ossi. «Se è troppo spesso, il flusso d'acqua diventa turbolento (cioè disordinato) e lo sciatore rallenta; se è troppo sottile, aumenta l'attrito di scorrimento». L'impronta serve proprio a gestire questo equilibrio. Con la neve artificiale, più abrasiva, la soletta classica si rovina rapidamente e deve essere "rifatta" dagli skimen anche più volte l'anno, producendo altra usura e altri residui plastici. La soletta in acciaio, invece, resiste molto più a lungo. «E non teme la temperatura» aggiunge Ossi: «quando le lamine degli sci si scaldano per attrito, infatti, il polietilene può superare la temperatura di polimerizzazione e danneggiarsi irreversibilmente. In quei casi uno sci è da sostituire. Con il metallo non succede».
Vicini al traguardo
Il progetto, che coinvolge ricercatori, un'azienda trentina specializzata in lavorazioni laser e uno storico produttore di sci, è ormai nella fase finale. «Speravamo di presentarlo alle Olimpiadi di Milano-Cortina, ma ci arriveremo con qualche mese di ritardo» racconta Ossi. Gli ultimi test, svolti lo scorso 14 gennaio ai Piani di Bobbio (Lecco), sono stati giudicati complessivamente positivi: quattro paia di sci identici per modello e misura, ma diversi per materiale della soletta e preparazione superficiale, sono stati messi a confronto da due testatori nelle stesse condizioni ambientali (neve compatta, temperatura dell'aria compresa tra –2 °C e +0,6 °C e umidità elevata, tra l'89 e il 94%).
«I risultati indicano differenze significative tra sci con soletta in acciaio preparata in modo diverso (cioè con differenti lavorazioni superficiali), un dato che ci sta orientando nella fase conclusiva della ricerca» spiega Ossi. Gli sci con soletta tradizionale in polietilene, trattati con sciolina adeguata, hanno mostrato una migliore accelerazione iniziale nei primi 2-3 metri di scivolamento da fermo, senza spinta, un effetto legato proprio alla sciolina. Ma, superata questa fase, le prestazioni sono risultate del tutto paragonabili.
Ci vorrà tempo, ma la strada è tracciata
L'introduzione nel mondo agonistico, però, richiederà tempo: «Gli atleti sono molto conservativi. Vogliono oggetti di cui fidarsi al cento per cento, soprattutto quando si scende a 120 km/h». Ma la direzione è tracciata. Una soletta che non rilascia particelle, dura più a lungo e mantiene prestazioni elevate potrebbe cambiare il futuro dello sci. «È una prospettiva reale» conclude Ossi. «E potrebbe essere il passo decisivo per coniugare tecnologia e rispetto dell'ambiente in uno sport che vive di natura»..