Starmer, Macron, Merz e Meloni tentano il coordinamento militare sull’Iran. Ma l’Ue resta divisa sulle responsabilità della crisi
- Postato il 7 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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L’accelerazione della crisi in Medio Oriente ha spinto le principali cancellerie europee a coordinarsi sul fronte diplomatico e militare. Ad parlarsi sono stati il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la premier italiana Giorgia Meloni, con l’obiettivo di gestire il rischio del coinvolgimento di diversi attori nella regione del conflitto. I quattro hanno condiviso la necessità di sforzi per la de-escalation senza però scivolare in una logica di co-belligeranza. Punto centrale nel colloquio sarebbe il rafforzamento degli scambi tra i capi di Stato maggiore, attraverso canali di comunicazione più fluidi destinati, pare, a evitare sovrapposizioni di mezzi e uomini in un’area, quella attorno a Cipro, ormai densamente presidiata da assetti occidentali. La gestione degli incidenti, come quelli che hanno coinvolto la base britannica di Akrotiri e le basi della missione Unifil in Libano, dovrebbe dunque essere la priorità, per evitare che singoli episodi possano innescare meccanismi di alleanze incrociate capaci di trascinare il continente in una guerra su larga scala.
Sul piano operativo, intanto, i partner si stanno muovendo per mettere in sicurezza le proprie sedi diplomatiche e i cittadini all’estero. L’Italia avrebbe già spostato parte del personale da Teheran verso Baku, mentre la Francia ha annunciato il dispiegamento nel Mediterraneo della nave porta-elicotteri classe Mistral e della portaerei Charles de Gaulle. Il Regno Unito ha aggiunto un tassello nel Golfo inviando quattro caccia Typhoon in Qatar. Manovre presentate ufficialmente come difensive: un difficile equilibrio, necessario per rispondere alle pressioni degli alleati del Golfo e di Washington. Resta aperto il nodo dell’utilizzo delle basi militari statunitensi in territorio europeo. Sebbene al momento si parli solo di supporto logistico e di difesa, paesi come l’Italia hanno chiarito che un eventuale cambio di destinazione d’uso richiederebbe passaggi parlamentari, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha avvertito che il conflitto potrebbe durare diverse settimane.
Oltre il coordinamento dei quattro, però, l’Unione Europea rimane politicamente divisa rispetto al conflitto in corso. E le dichiarazioni ufficiali dei leader sono divergenti sulle stesse cause della crisi. Da una parte la Germania e la Svezia attribuiscono la responsabilità primaria alla politica iraniana, denunciando il programma nucleare e il sostegno a milizie regionali come fattori di instabilità. Per il cancelliere Merz, fermare l’Iran è una priorità, alla quale affianca quella di evitare il collasso dello Stato iraniano. Opposta la posizione della Spagna, con il premier Pedro Sánchez che ha espresso un netto rifiuto verso l’azione militare unilaterale di Stati Uniti e Israele, considerandola un’escalation che erode il diritto internazionale. Madrid ha inoltre negato l’uso delle proprie basi per operazioni contro Teheran. Una posizione simile a quella della Norvegia, che contesta la legittimità dell’attacco secondo i criteri della difesa preventiva. Ma parlare di blocchi sarebbe improprio. Più in generale, prevale la condanna delle violenze, la richiesta di protezione per i civili e di rilancio del dialogo.
Posizioni che si ritrovano in quella istituzionale di Bruxelles, che chiede moderazione e il rispetto del diritto internazionale: “Garantire la sicurezza nucleare e prevenire ulteriori escalation è di importanza critica”, le parole della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che con questi propositi ha convocato colloqui coi leader del Golfo. Ancora troppo presto, o troppo poco, per delineare una tabella di marcia unitaria, anche solo sul fronte dei negoziati multilaterali per limitare le ambizioni atomiche iraniane. Incertezza che si scontra con ricadute economiche già tangibili. Il possibile blocco delle rotte del gas liquefatto minaccia i prezzi sul mercato europeo, e dunque famiglie e imprese. L’Europa, che ha quasi azzerato le importazioni dalla Russia, dipende ora per il quarantacinque per cento del suo fabbisogno dalle forniture via nave e il grande beneficiario è l’industria statunitense del gas naturale liquefatto, e la competizione con i mercati asiatici per accaparrarselo sta spingendo gli extra-costi.
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