Tra minacce militari e spiragli diplomatici, l’Iran apre al dialogo con gli Stati Uniti
- Postato il 4 febbraio 2026
- Esteri
- Di Paese Italia Press
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«Abbiamo le dita sul grilletto». Con questa espressione, rivolta implicitamente agli Stati Uniti e a Israele, i vertici militari iraniani hanno ribadito la disponibilità alla risposta armata. Eppure, dietro la retorica muscolare, nelle stesse ore si sono intensificati i contatti diplomatici indiretti, segnale di un equilibrio fragile ma ancora aperto alla mediazione.
Il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, ha partecipato a una riunione nella sala di comando di guerra in una località segreta del Paese, mentre sul piano politico Teheran ha compiuto un passo significativo. Il presidente Masoud Pezeshkian ha infatti incaricato il ministro degli Esteri di avviare negoziati con Washington, ponendo come condizione imprescindibile l’assenza di minacce e pressioni preventive. L’Iran sta valutando proposte di mediazione avanzate da attori regionali come Turchia, Qatar, Oman ed Egitto e non si esclude un incontro a breve a Istanbul tra l’inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Secondo quanto riportato da Reuters, Pezeshkian ha formalmente autorizzato l’avvio dei colloqui, sottolineando che Teheran non esclude il dialogo purché avvenga in un clima libero da intimidazioni e aspettative irrealistiche. Una decisione che giunge in un momento di forte pressione esterna e che conferma il sostegno diretto della presidenza iraniana al percorso negoziale.
Nell’ambito di questi scambi indiretti, l’Iran avrebbe manifestato la disponibilità a sospendere o chiudere il proprio programma nucleare per ridurre le tensioni con gli Stati Uniti. I contatti, facilitati da intermediari regionali, mirano a scongiurare un conflitto armato dopo le recenti minacce di ricorso alla forza da parte di Washington. Il New York Times riferisce che Ali Larijani, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano, avrebbe discusso con Vladimir Putin la possibilità di riprendere le spedizioni di uranio arricchito verso la Russia, come previsto dall’accordo nucleare del 2015, un’ipotesi che il Cremlino non ha mai del tutto escluso.
Questi segnali di de-escalation arrivano dopo settimane di forte tensione. Navi da guerra e aerei statunitensi sono stati avvistati nell’Oceano Indiano e nel Golfo, mentre la situazione interna iraniana resta instabile. Le recenti esplosioni a Bandar Abbas e Ahvaz, che hanno provocato numerose vittime, hanno aumentato l’allarme pubblico, sebbene le autorità abbiano escluso attacchi mirati contro i vertici militari.
Sul piano economico, l’Iran continua a subire il peso delle sanzioni internazionali e delle proteste interne, fattori che rendono l’opzione negoziale sempre più appetibile per Teheran, nonostante una comunicazione pubblica ancora improntata alla sfida. Le relazioni con Washington restano però segnate dall’incertezza. Bruxelles ha inserito la Guardia Rivoluzionaria iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche, mentre gli Stati Uniti continuano a chiedere garanzie sul mancato sviluppo di armi nucleari, a fronte delle ripetute affermazioni iraniane circa la natura esclusivamente civile del proprio programma.
Donald Trump ha ulteriormente inasprito i toni, avvertendo che gli Stati Uniti ricorreranno alla forza se Teheran ignorerà le richieste americane. Il presidente ha annunciato il dispiegamento di una consistente presenza militare nella regione, pur ribadendo che i canali di dialogo restano aperti. Secondo fonti internazionali, Washington pone condizioni precise per la ripresa dei negoziati: la cessazione dell’arricchimento dell’uranio, la limitazione del programma missilistico iraniano e la riduzione del sostegno ai gruppi armati alleati nella regione.
Tra diplomazia e minaccia militare, il confronto tra Stati Uniti e Iran si muove così su un crinale instabile, dove ogni gesto può trasformarsi in un’occasione di dialogo o in un passo verso l’escalation regionale.
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