Tra Oriente e Occidente: civiltà, religioni e identità smarrite nel tempo della globalizzazione
- Postato il 10 marzo 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Tre civiltà pongono all’attenzione modelli di storia, di cultura, di vita: quella araba, quella ebraica, quella occidentale. Tre mondi che caratterizzano il tempo della storia. Se poi in questo mosaico inseriamo quello asiatico, medio e centro, il discorso è molto complesso. Non credo che si tratti soltanto di una strategia economica, belligerante, sovranista, commerciale, geopolitica. C’è di mezzo una questione fondamentalmente anche antropologica.
Ciò è rappresentato dai due emisferi: occidentale e orientale. Storia e cultura stanno al centro di una visione di vita che nasce da antiche distanze. È vero che la Cina e il Giappone hanno un’archeologia del pensare che non smette di essere presente nel mondo moderno con i loro codici di filosofia orientale. È pur vero che, in un Oriente frantumato, c’è un Mediterraneo che resta Medio Oriente ed Europa in macerie proprio per non aver imposto una sua identità.
L’Europa è l’unico modello non più identitario, ma abbastanza confusionario, proprio sulla base di una realtà di radici che ha smarrito. L’Europa culturalmente è in frantumi. La vecchia Europa è nella cenere della storia. La vecchia Russia, che vorrebbe ritornare a essere zarista, è semplicemente stata superata dallo stalinismo e vorrebbe diventare moderna e potente. Una potenza lo è, ma non abbastanza.
La Turchia esprime una eterogeneità di letture tra islamismo ed eterogenesi dei fini e dei mezzi, tra poteri allineati e disubbidienza ideologica. La realtà ebraica, pur avendo una sua geografia precisa, è dappertutto. Così come il tessuto islamico e musulmano. Forse sono le due “civiltà” che mantengono ancora intatte le direzioni religiose.
La religiosità è un perfetto collante, come lo sono state le ideologie. Diventano fenomenologie dello spirito di potenza. Quando le guerre si considerano “guerre sante”, anche le economie, le strategie, le politiche non smettono di essere considerate con una visione immanente.
L’Oriente, in fondo, ha vissuto questa partecipazione. Qui si nota come l’Europa abbia fallito proprio sul piano culturale. Quella greca (in mezzo all’Oriente) e quella romana sono residui di una musealizzazione ancestrale. Le civiltà antiche non sono morte, ma sono finite. Si sono esaurite le risorse identitarie.

L’Occidente è rappresentato dall’America. Di quale America? Ormai è possibile fare un quadro partendo proprio dalla predominanza di un fatto immateriale: la lingua. È la lingua che domina e fa capire realmente dove il potere occidentale prevale. Anche in Sud America il meticciato ispano-inglese cadrà sotto la mannaia dell’inglese tout court.
Le potenze sono altresì una espressione linguistica. Basti pensare al bacino caraibico e argentino-brasiliano-messicano. Dunque, da una parte, in un contesto attuale, l’arabo e, dall’altra, l’inglese. Quali dovrebbero essere le nostre radici? Il punto si pone. Siamo figli del Mediterraneo o siamo figli di ciò che ha scoperto Cristoforo Colombo? Un punto interrogativo molto serio.
L’altra domanda che si pone è: è proprio vero che gli Stati Uniti d’America sono la più grande potenza nello scacchiere mondiale? Dalla parte loro hanno il cattolicesimo.

Dall’altra ci sono ortodossi, tibetani, induisti, musulmani… L’ebraismo, in tutto ciò, come si colloca?
Non c’è più il rituale dell’ebreo errante. È certamente dappertutto, ma ha una sua terra. Terra Santa! L’islamismo e l’ebraismo hanno “terre sante”. Un percorso sul quale riflettere. L’Occidente quale terra santa cerca? Solo e straordinariamente il mercato?
Non è una provocazione. Bisognerebbe riflettere sul rapporto tra elementi di religiosità ed economia. L’Occidente si porta dietro una tradizione cristiana che dovrebbe avere una valenza più umana. Il fatto è che le religioni non esistono più. Esistono i fantocci di una religiosità smarrita, qualsiasi ordine di fede abbiano.
Perché manca Cristo, manca Maometto, manca Budda. E così via. Siamo nelle macerie delle tradizioni e le antropologie non ci salveranno. Le guerre diventeranno conflitti permanenti. Gli uomini saranno soli. Le etnie non avranno più senso.
Alla fine, tirando le somme, direi che abbiamo perso la scommessa con il moderno e con l’umano. L’artificiale ha preso il sopravvento su tutto.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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