Trent'anni di Un posto al sole

  • Postato il 26 gennaio 2026
  • Di Il Foglio
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Trent'anni di Un posto al sole

Un posto al sole (Upas), la soap opera italiana più longeva, compie 30 anni. E dal 1996 spiega il paese reale. Una produzione congiunta Rai Fiction e Fremantle, in collaborazione con il Centro di produzione Tv Rai di Napoli, che è, a tutti gli effetti, servizio pubblico. E per questo compleanno regala ai fan un cameo straordinario: la presenza a Palazzo Palladini dell’attrice premio Oscar Whoopi Goldberg. Non una comparsata, ma un vero ruolo da protagonista per venti puntate. Il suo ingresso l’abbiamo seguito venerdì scorso, accanto al mitico portiere Raffaele, personaggio simbolo di Upas. L’attrice di Sister Act ha deciso di partecipare perché aveva visto la soap, e poi si è divertita a rappresentare Eleonor Price, una ricca cliente americana dei Cantieri Palladini, che cerca un alloggio a Posillipo, e ovviamente finirà a Palazzo Palladini. Per omaggiare la presenza di Whoopi verrà annuncia una nuova sigla. E con questa presenza internazionale la soap napoletana diventa il prodotto editoriale più longevo della tv italiana.

 

La sua capacità di evolversi con il paese, raccontando l’attualità e i cambiamenti sociali con realismo, è la chiave del suo successo duraturo.

Tecnicamente non è una fiction, ma un “real drama”. Attraverso la formula leggera funge da specchio delle trasformazioni della società italiana. Le racconta e le commenta, senza mai giudicarle. Fa riflettere senza essere moralista. Così il telespettatore giorno per giorno (se oggi il calendario segna 26 gennaio, anche a Upas è il 26 gennaio) vede in Upas ciò che effettivamente gli sta accadendo intorno. Con uno sforzo autoriale impressionante nel seguire e anticipare la realtà affrontando tematiche di grande peso e attualità, spesso prima che queste diventino oggetto di dibattito mainstream. Se nelle soap tradizionali i personaggi vivono in un limbo atemporale dove l’unico problema è chi tradisce chi, a Palazzo Palladini si discute di politica, economia, sicurezza e diritti civili. A differenza di altre produzioni che preferiscono restare confinate in una realtà patinata o anacronistica, la soap napoletana ha fatto dell’attualità il suo punto di forza. Fin dalla sua ideazione, Giovanni Minoli (il creatore di Upas) ha avuto l’obiettivo non solo di intrattenere, ma di riflettere le complessità, i mutamenti e i problemi del paese reale, utilizzando la cornice di Palazzo Palladini a Napoli come un microcosmo in cui si agitano i grandi temi della nazione. E la quotidianità rafforza questo legame con i personaggi e con la realtà. Il resto lo fa l’ambientazione: Napoli. La serie offre un ritratto quotidiano e realistico del capoluogo campano, lontano dagli stereotipi, valorizzando il territorio, la cultura locale e le sue contraddizioni. Questo radicamento contribuisce a creare un senso di appartenenza e vicinanza con il pubblico, adempiendo al ruolo del servizio pubblico di parlare a tutto il paese, dalle metropoli ai piccoli centri.

Ovviamente anche l’ambientazione è reale: non studi cinematografici, ma solo posti veri di Napoli: Palazzo Palladini, i Quartieri Spagnoli, le scene ospedaliere in veri ospedali. “Un posto al sole” usa Napoli come sfondo reale e affronta storie che riflettono le sfide e le gioie della vita contemporanea, creando un forte legame con il vissuto dei suoi spettatori. E ogni volta che un personaggio si affaccia dalla terrazza, il golfo di Napoli rappresenta l’Italia intera. I condomini di Palazzo Palladini non sono solo i protagonisti delle trame che tengono incollati milioni di telespettatori a Rai 3, ma anche lo specchio fedele dell’attualità italiana. In questo Upas ha saputo distinguersi nel panorama televisivo per la sua capacità unica di intrecciare le dinamiche classiche della soap opera con un’attenzione costante ai temi sociali e di cronaca.

E’ un vero e proprio diario quotidiano dell’Italia che cambia, un social drama che intreccia sapientemente le classiche dinamiche di genere (amori, intrighi, vendette) con un’attenzione quasi giornalistica ai temi che dominano il dibattito pubblico e la vita reale dei cittadini. La forza della soap risiede nella sua capacità di portare questioni complesse, che non vediamo più neppure nei programmi di approfondimento ormai relegati a talk-show, nel prime time di un pubblico vasto ed eterogeneo, che registra grande successo di pubblico.

Gli spettatori crescono con i personaggi e, parallelamente, assistono all’evoluzione della società italiana sullo schermo. La redazione di Upas è costantemente sintonizzata sulla cronaca e sui cambiamenti sociali, riuscendo a inserire riferimenti a eventi recenti con una tempestività che stupisce per una produzione quotidiana, che lavora 350 giorni l’anno. Questo crea un senso di familiarità e pertinenza, facendo percepire Palazzo Palladini quasi come un condominio reale, i cui abitanti discutono al bar (il “Vulcano”) o in portineria degli stessi problemi di cui si parla nelle case degli italiani. Per questo Upas non è solo intrattenimento, ma un vero e proprio affresco in movimento dell’Italia contemporanea, capace di affrontare, in maniera pop, luci e ombre della società con sensibilità, coraggio e un realismo che è raro trovare altrove in tv.

Come abbiamo detto però i temi non vengono mai affrontati con moralismo, e spesso anzi vengono declinati in chiave politicamente scorretta. Ad esempio uno dei problemi più affrontati, la violenza di genere, qui diventa controcorrente. Storie intense hanno spesso messo in luce il dramma della violenza domestica e delle molestie sul luogo di lavoro, stalking, revenge porn, offrendo spunti di riflessione e, a volte, un messaggio “didattico” sulla necessità di denunciare. Ma non sempre ha ragione chi lo fa. Alice ha raccontato ai familiari di essere stata abusata da Nunzio, ma non era vero. E per fortuna la mamma Elena, in contrasto con ciò che oggi la società ci spinge a fare, ossia credere sempre a comunque alle donne, non ha creduto alla figlia. E ha fatto bene, perché la ragazza si era inventata tutto mettendo su una macchina infernale contro il ragazzo subito braccato da polizia e persone per strada. Nulla di più attuale e reale. Basti pensare all’attuale dibattito per la legge sul consenso. La sinistra, le donne, i magistrati, vogliono che alla donna si creda a prescindere, mentre l’uomo deve dare prova della sua innocenza. Upas ci ha insegnato che non è sempre così, o almeno non per forza. E la forza della società sta nel saper valutare caso per caso senza generalizzare. Quanti altri prodotti televisivi, anche più seriosi, riescono a farlo?

Un’altra costante è il tema dell’immigrazione. Lo ius soli, l’antirazzismo e l’integrazione sono stati narrati attraverso l’arrivo di nuovi personaggi e le loro difficoltà, stimolando l’empatia del pubblico su questioni spesso controverse nel dibattito politico. Upas lo ha raccontato introducendo personaggi di origine straniera (dall’Est Europa al Nord Africa, fino al Sudamerica) e narrando le loro sfide quotidiane: l’accoglienza, la burocrazia del permesso di soggiorno, l’integrazione nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Ha dato un volto e una storia a chi spesso viene percepito solo come un numero o un problema. La “signora Giulia” è poi la protagonista di tutte queste storie e dirigendo un centro d’ascolto nella città vecchia di Napoli, accoglie a sé tutti i casi disperati, da donne violentate a migranti senza lavoro.

 

Altro tema sempre presente è il dibattito sul garantismo. Upas negli anni ci ha riproposto varie volte la realtà degli innocenti incolpati ingiustamente. Dettaglio non da poco ci ha anche insegnato che il patteggiamento non è per forza l’ammissione di colpevolezza, ma solo una strategia processuale. Che, ad esempio, Roberto Ferri si è rifiutato di percorrere in contrasto con ciò che gli consigliava l’avvocato: “Se patteggi ti prendi la condanna ma esci di galera, anche se sei innocente”. E le carceri, altro tema sempre presente, trattato con sensibilità e acume. Senza nascondere la brutalità che le pervade, ma evidenziando la condizione disumana e illegale cui i detenuti sono ivi costretti. E la difficoltà di adempiere all’articolo 27 della Costituzione che prescrive la riabilitazione del condannato. Ad esempio Edoardo Sabbiese, un ex camorrista che si è pentito, ha confessato, e ora prova a rifarsi una vita. Ma la società non è pronta ad accoglierlo. I camorristi lo schifano perché ha parlato, e quelli per bene non dimenticano che è stato camorrista. Ma così, senza un lavoro, come potrà non ricadere nel vortice della criminalità? E alla fine non potrà che ricadere nella delinquenza. Quanto sono frequenti queste situazioni anche nella vita reale? E noi, la società, la politica, cosa fa per rimediarvi? Upas almeno ci fa riflettere. Anni fa, sullo stesso tema, è andata in scena la vicenda del poliziotto Grimaldi che ammazzò di botte un ragazzo, in una scena che sembrava rievocare la tragedia di Stefano Cucchi. Upas non edulcora e non esaspera la realtà, la rappresenta. Facendosi portavoce di messaggi importanti, che sensibilizzano il pubblico in maniera naturale. Nessuno slogan urlato, nessuna lezioncina da impartire. Solo una soap che strizza l’occhio non alla pancia dello spettatore, ma alla nuda cronaca, ai problemi dell’Italia e del mondo reale senza paura e senza clamore. Stimolando il senso critico, non la morale.

Gli sceneggiatori sono abili a inserire riferimenti a notizie o a eventi di rilievo nazionale (come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne menzionata in un’arringa processuale, o quella di “mi illumino di meno”, o della pasta, se c’è una “giornata mondiale” state sicuri che Upas la celebra). Anche le difficoltà economiche e la precarietà del lavoro sono temi costanti nelle vite dei protagonisti. I personaggi non sono supereroi immuni dai problemi del caro-vita. Le loro ansie per l’affitto, per il mutuo o per un licenziamento imminente sono le stesse che vivono gli spettatori, creando un forte senso di identificazione e vicinanza. Ogni storia però non è trattata en passant, ma diventa centrale nella narrazione per intere stagioni. Ad esempio per diverse puntate abbiamo seguito la vicenda di una fabbrica in crisi che stava chiudendo, speculare alla storia dello stabilimento Whirlpool di Napoli. Ora però tutto potrebbe cambiare: è arrivato il momento per Raffaele, il portiere, di andare in pensione. Ma Palazzo Palladini è rimasto l’unico ad avere ancora una portineria, e i condomini iniziano a interrogarsi se sia il caso di passare, come tutto il resto d’Italia, al videocitofono. Cambiando tutte le sorti di Upas, in cui da sempre l’atrio del palazzo, insieme al cortile e alla terrazza, è luogo di scambio tra gli inquilini e quindi, soprattutto, tra le diverse classi sociali che lo abitano. Perché se è vero che è un palazzo storico nobiliare di un quartiere residenziale come Posillipo, tra i diversi piani troviamo il ricco Roberto Ferri sull’attico, il seminterrato di Alberto (il nobile caduto in disgrazia), gli umili affittuari dello scantinato, i professionisti del ceto medio. E alla fine Raffaele rimarrà il portiere, chi se non lui poteva accogliere Whoopi Goldberg?

Con la centralità di Napoli Upas ha affrontato anche il tema della gentrificazione. Diversi protagonisti hanno aperto un B&B, e da qui il dibattito si è aperto sulla trasformazione dei centri storici da quartieri popolari a residenze turistiche anonime e costose che costringono i residenti ad abbandonare le proprie abitazioni storiche in favore del turista mordi e fuggi.

Antesignana è stata poi sul tema dei diritti civili, omosessualità, transfobia, gender. Upas è la prima fiction italiana in cui è andato in scena un bacio tra due maschi. Normalizzando la presenza di queste tematiche nel prime time italiano, e quindi contribuendo a superare pregiudizi e stereotipi, quando in tv ancora non ne parlava nessuno. Ma anche l’omogenitorialità, o l’essere single come scelta di vita. Erano i primi anni del Duemila quando due donne lesbiche che volevano avere un bambino chiesero a Michele Saviani un aiuto per realizzare il loro sogno. Senza dirci se fosse giusto, ma stimolando la riflessione.

In maniera controcorrente ha trattato anche il fine vita. Luca, che ha una malattia terminale, ha già firmato il suo testamento biologico e scelto dove finirà i suoi giorni.

Un capitolo fondamentale poi riguarda ambiente e sostenibilità, argomenti spalmati su tutte le storie, sempre in chiave pop. A tale riguardo per esempio nel 2023 il festival dell’Asvis, Alleanza per lo sviluppo sostenibile, ha dedicato un intero panel a Upas. In quell’occasione il vicedirettore vicario di Rai Fiction Francesco Nardella ha chiarito che Upas “non fa il product placement della sostenibilità”: ogni tema viene riportato in maniera non didascalica, in modo consustanziale al racconto, cosicché possa essere accettato dal pubblico.

Athos Zontini, editor di Fremantle, ha ricordato che trattare questi argomenti è molto delicato, perché si rischia di tirare fuori tirare fuori “prospettive falsanti e creare conseguenze controproducenti”: l’impegno degli autori sta nell’“accogliere tutti gli umori del pubblico, sia via web che non, in modo da tarare sempre meglio gli obiettivi narrativi sulle persone che li ricevono”. Riuscire ad amalgamare temi e necessità narrative non è semplice, e a confermarlo è Fabio Sabbioni, produttore creativo di Fremantle. All’inizio ci sono state non poche difficoltà a inserire la sostenibilità nella narrazione di “Un posto al sole”, “perché rischiavamo di essere avulsi dalla storia”. Poi, però, questo connubio “ha funzionato benissimo”, perché i temi sono stati connessi alle caratteristiche di alcuni personaggi della fiction, rendendoli fluidi e narrativamente stimolanti. Questa è la forza di Upas: mai storie appiccicate, ma calzanti con i personaggi. E farlo quotidianamente per 30 anni non è facile.

Non a caso il Censis, uno dei più importanti istituti italiani di ricerca socio-economica, ha riconosciuto a più riprese l’importante funzione sociale svolta da “Un posto al sole” come “servizio pubblico”. L’Istituto ha indicato Upas come un efficace specchio delle dinamiche sociali e dei cambiamenti in atto in Italia. La capacità degli sceneggiatori di inserire temi complessi e attuali all’interno di un format nazional-popolare è vista come un’operazione di grande valore pubblico. Grazie alla sua capacità di portare nelle case degli italiani tematiche altrimenti dibattute solo in contesti più specialistici, il Censis ha sottolineato come la soap assolva a una vera e propria funzione di servizio pubblico, educando e sensibilizzando il pubblico su questioni delicate, ed evolvendosi nel tempo insieme ai telespettatori e alla società: “Dai diritti civili e questioni etiche: dalle adozioni all’omofobia, dall’eutanasia all’aborto, la soap non ha avuto paura di schierarsi o, quantomeno, di presentare diverse sfaccettature del dibattito, come nel caso della discussione sulla scuola privata. L’approccio è stato quasi sempre plurale, dando voce a diverse posizioni, dai progressisti ai più conservatori, rispecchiando la reale dialettica che avviene all’interno delle famiglie italiane quando si affrontano questi temi cruciali”. E’ questa la potenza di Upas: a differenza dei talk-show dove ormai posizioni contrastanti si sovrappongono urlate una sull’altra, vedendo questa serie i telespettatori possono confrontarsi serenamente.

“Un posto al sole” ha dimostrato che il “popolare” non significa superficiale. La sua longevità è la prova che il pubblico italiano apprezza una televisione che, pur intrattenendo, non si sottrae al compito di raccontare la realtà, anche nelle sue sfaccettature più scomode. In questo non si limita a intrattenere, ma svolge una vera e propria funzione sociale e pedagogica. Utilizzando la familiarità dei volti noti e l’intimità del formato quotidiano, riesce a sdoganare e umanizzare temi complessi, contribuendo a formare un’opinione pubblica più consapevole e informata. E’ questo legame indissolubile con l’attualità la vera ricetta della sua longevità e del suo successo.

Tutto ciò non poteva che venire dall’intuizione di un genio: Giovanni Minoli. Tra i più grandi maestri viventi dalla televisione italiana. Fin dalla sua ideazione Minoli ha avuto l’obiettivo non solo di intrattenere, ma di riflettere le complessità, i mutamenti e i problemi del paese reale, utilizzando la cornice di Palazzo Palladini come un microcosmo in cui si agitano i grandi temi della nazione. L’intento dichiarato sin dalle prime puntate, che poi è diventato la forza del programma, risiede proprio nella sua capacità di affrontare con coraggio e realismo argomenti che spesso restano ai margini della televisione generalista, portandoli all’attenzione di un pubblico vasto e trasversale.

Minoli cercava un prodotto che potesse fidelizzare il pubblico della terza rete, un’emittente con una vocazione più orientata all’approfondimento e al sociale. L’intuizione però nasce da un’esigenza. Erano gli anni 90, e la Rai voleva chiudere il centro di produzione di Napoli. Elvira Sellerio, consigliera del sud, chiamò Minoli di notte chiedendogli di farsi venire un’idea. “Io stavo studiando da tempo la lunga serialità – ha raccontato Minoli – che è come un grande romanzo popolare, non chiamatela soap opera. Misi insieme professori universitari, ricercatori del Censis, giornalisti per dare le linee guida per gli sceneggiatori, chiesi il radicamento sociale. E così il centro fu salvato, anche se avevamo tutti contro e ci sentivamo come nel Far West. In seguito, dopo quel genio della Sellerio, mi aiutò un’altra donna, Letizia Moratti. Bassolino all’inizio non capì che questa è una fabbrica, non di automobili ma di creatività e intelligenza”. Con gli anni è diventata una “gioiosa macchina da guerra” che ha salvato il centro di produzione di Napoli. Minoli l’anno scorso ha ricevuto per questo la cittadinanza onoraria della città.

L’unico problema è che adesso Upas, dall’essere l’access prime time da traino ai telegiornali, è diventata il telegiornale. E quindi chiunque prova a infilarsi prima, per guadagnare ascolti. Da Marco Damilano a Bollani, i papponi che anticipano Upas sforano sempre di più, portando l’inizio della sigla sempre più a ridosso delle 21 e facendo inalberare i fan della soap stufi di doversi sorbire noie infinite prima del loro programma di riferimento. Tra l’altro i direttori di rete non capiscono che l’alternativa a Upas sono i talk politici di Gruber e Rete 4, non i Pacchi di Rai Uno. Per questo è importante andare in concorrenza con quelli che iniziano puntuali alle 20.35. il pubblico di Upas infatti è colto e attento alle tematiche sociali, più che al varietà.

Quando qualche anno fa si vociferava di volerla spostare alle 18.30 per far spazio in quella fascia a una striscia di Lucia Annunziata da contrapporre a Lilly Gruber, successe il finimondo. E più che i telespettatori a scatenarsi fu il governatore De Luca che mise il suo corpo a difesa della prima industria di Napoli. Upas infatti, con oltre 2.500 maestranze, è una vera e propria fabbrica. Una “fabbrica a ciclo integrale”, come la definisce Francesco Pinto, il direttore del Centro Rai partenopeo. La soap viene scritta, girata e montata tutta lì, tra i rioni di Fuorigrotta, da dove escono ogni settimana cinque puntate pronte, per un lavoro di 350 giorni all’anno. E con altrettanta frequenza i telespettatori, da 30 anni, non ne perdono una perché sarebbe come perdersi un giorno della loro vita reale. Adesso Nunzio, lo chef figlio di Franco Boschi (quando torna?), ha capito che per rilanciare il Vulcano deve iniziare a fare TikTok mentre cucina. Cosa c’è di più reale nella tv di stato?

 

 

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Autore
Il Foglio

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