Tutti gli effetti della guerra in Iran sulla politica economica. Scrive Zecchini

  • Postato il 25 marzo 2026
  • Economia
  • Di Formiche
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L’acuirsi del conflitto nel Golfo Persico insieme al perdurare della guerra al confine orientale dell’Ue impartisce una svolta più decisamente negativa all’economia delle principali aree rispetto all’avvio dell’attacco. Manda all’aria e in ancor più grande incertezza gli iniziali programmi macroeconomici delle maggiori economie sviluppate e le spinge a investire maggiormente nella difesa e sicurezza con effetti incerti per la crescita. L’impatto negativo non risparmia neanche le economie emergenti, che al pari delle altre devono fare i conti con le ripercussioni negative sui prezzi e sulla domanda.

L’Europa pur rimanendo al di fuori del conflitto, ne sta pagando le conseguenze in termini di perdita di una parte significativa degli approvvigionamenti energetici, di importanti mercati di sbocco, di aggravio dei costi dei trasporti, di rottura delle catene di fornitura di input essenziali per la produzione agricola e industriale. I mercati finanziari stanno subendo perdite significative con un calo dell’indice S&P 500 del 5,4% dall’inizio dell’attacco all’Iran, ovvero in meno di un mese, e dello Stoxx Europe 600 del 9,6%. I tassi d’interesse sui titoli di debito governativi puntano verso l’alto a seguito del cedimento delle quotazioni, mentre si assottigliano le aspettative di una ripetizione dell’esperienza di moneta facile durante il periodo del Covid.

Applicando la misura approssimativa del Fmi, che stima in generale il rialzo dell’inflazione globale in 40 punti base e il calo del prodotto dell’economia globale dello 0,1-0,2% per un corso del petrolio sopra i 100 dollari per un anno, si potrebbe attualmente supporre che l’inflazione aumenterebbe di circa 2 punti percentuali e la crescita attesa diminuirebbe di 0,5%-1%. Ma queste proiezioni sono solo aspettative teoriche perché le quotazioni del petrolio sono molto variabili, la durata della guerra incerta e il tempo necessario per ripristinare gli impianti petroliferi colpiti e ristabilire i flussi di trasporto dei prodotti energetici e delle merci una incognita.

La necessità di modificare le politiche economiche per attenuare l’impatto della guerra su prezzi, redditi e crescita è invece un’urgenza a cui nessun paese sulle due sponde dell’Atlantico può sottrarsi. Allo stesso modo i governi dei paesi Nato non possono sottrarsi all’urgenza di agire perché si aprano negoziati per il cessate il fuoco e per ripristinare la pace nella regione o almeno una tregua duratura. Attualmente si assiste a una stasi nell’iniziativa economica delle autorità americane e in un attivismo dei governi Europei nel tamponare temporaneamente gli effetti sui prezzi dell’energia per i consumatori.

Fa da contrappunto la prudenza delle due più importanti banche centrali nel manovrare i tassi d’interesse guida di fronte alle consistenti tensioni sui prezzi petroliferi e l’indebolimento della congiuntura. La Fed nell’ultima seduta si è astenuta a grande maggioranza dei membri dal procedere a un altro ridimensionamento dei tassi per contrastare l’indebolimento del mercato del lavoro. Anche la Bce li ha lasciati invariati, benché abbia rivisto verso l’alto e oltre l’obiettivo del 2 per cento le proiezioni d’inflazione del 2026, con un rientro al 2% previsto per il prossimo anno. Nel contempo, ha rivisto verso il basso la crescita quest’anno (0,9%) e i prossimi due.

Differenze importanti emergono, inoltre, tra Ue e Usa nella conduzione della politica dei grandi aggregati macroeconomici per fronteggiare le conseguenze della guerra in vista della continuazione della crescita economica. Il governo Trump sembra non avere esitazioni ad ampliare la spesa federale chiedendo al Congresso altri 200 miliardi a copertura delle maggiori spese militari per la guerra. Né propone per coprirle nuove entrate da tassazione in un anno in cui ha concesso riduzioni delle imposte federali. Il disavanzo federale è quindi destinato a dilatarsi oltre il 5,8% del Pil (1,9 trilioni di dollari) inizialmente approvato, aggiungendosi a un debito al 101% del Pil per il corrente anno fiscale. Innalzare il tetto del debito potrebbe, tuttavia, comportare un nuovo confronto al Congresso con l’opposizione democratica che è contraria a questa guerra.

In una fase congiunturale di rallentamento e col rischio di una caduta in una condizione transitoria di stagnazione con inflazione, è probabile che la reazione del governo americano consista in nuove misure di sostegno congiunturale e che conti in una condotta monetaria del nuovo governatore della Fed tale da tenere basso il costo del denaro. Un aiuto alla crescita dovrebbe anche provenire dai colossali investimenti nei sistemi di IA e nel materializzarsi dei guadagni di produttività tanto attesi.

Nell’Ue, a parte le misure temporanee di mitigazione dei rincari dei prezzi dei combustibili, manca una strategia per rianimare una crescita insidiata dalla perdita di una parte delle fonti di importazione di energia e dalla chiusura di mercati di sbocco nel Medio Oriente. Per diversi paesi membri i margini di manovra nei bilanci pubblici per politiche di stimolo alla domanda sono molto ristretti per non violare i limiti del Patto di Stabilità, o per rientrare in quei limiti da procedure di deficit eccessivo.

Con un rapporto debito pubblico/Pil per l’Eurozona all’88.5%, ovvero oltre il limite del 60%, e 10 paesi attualmente in procedura per debito eccessivo, tra cui Italia, Francia e Polonia, le possibilità di uscire dalla tendenza alla bassa crescita affermatasi dal 2022, pertanto, sono principalmente legate al ruolo della politica della Bce nel tenere bassi i tassi di interesse. Ma la continuità di questa politica dipende dal mantenimento delle aspettative d’inflazione fermamente ancorate alla stabilità monetaria, condizione che appare a rischio per il diffondersi delle tensioni sui prezzi innescate dai rincari dei prodotti petroliferi.

Dal lato del bilancio comunitario, viene a termine lo stimolo prodotto dal Pnrr, manca un successore che ne raccolga il testimone, e il nuovo programma di finanziamento pluriennale degli interventi comunitari non prevede sostanziali incrementi di risorse e deve ancora trovare l’accordo del Consiglio e del Parlamento Europeo. La più recente proposta della Commissione verte su un insieme di interventi e regole per riportare al centro dell’impegno di policy la reindustrializzazione ed elevare la quota dell’industria al 20% del Pil entro il 2030.

La proposta, tuttavia, compie l’errore di insistere sull’accelerazione degli investimenti nelle rinnovabili e nella decarbonizzazione delle produzioni manifatturiere, un approccio che dopo molti anni non ha prodotto né maggiore crescita, né sufficiente autonomia energetica, ed è minato dalla concorrenza di paesi con standard meno restrittivi. Sono invece giustificati i nuovi requisiti di minimo contenuto europeo proposti per le importazioni dal resto del mondo per pareggiare le condizioni del competere sui mercati e contrastare la concorrenza di prodotti che beneficiano di aiuti pubblici.

Nel contesto delle tensioni geopolitiche correnti, pertanto, la ripresa economica, o perfino il mantenimento del trend attuale sembrano dipendere da interventi nazionali per agevolare le imprese nella ricerca di nuovi sbocchi di mercato in sostituzione di quelli temporaneamente chiusi, oppure da una strategia comunitaria di emergenza che preveda l’allentamento dei limiti all’indebitamento pubblico e la mobilitazione su scala europea del risparmio privato per finanziare investimenti nel mercato unico.

Da tempo, infatti, sono state lanciate proposte di dotare l’Ue di capacità d’indebitamento sul mercato per progetti di rilievo comune, per produrre beni pubblici europei e per creare titoli sicuri (safe assets) che possano attrarre l’interesse degli investitori più avversi al rischio. Queste proposte non hanno finora ricevuto il consenso necessario per divenire realtà, né hanno incontrato successo proposte meno impegnative. Sembra proprio che l’Ue a causa di dissidi tra i suoi membri non riesca a ergersi all’altezza della attuale sfida tanto economica quanto geopolitica per agire come una potenza in grado di reggere il confronto con le altre e portare avanti i suoi valori, la sua indipendenza e la sua forza economica anche in anni di gravi conflitti esterni.

Rimane quindi in capo ai singoli membri concentrarsi sui propri fattori di traino della ripresa economica e metterli in atto con speditezza e determinazione. Per l’Italia questi fattori vanno ricercati soprattutto nel potenziare l’iniziativa delle imprese in un ecosistema reso più favorevole alle innovazioni, agli investimenti e alla competitività sui mercati, particolarmente in questo periodo di intenso progresso tecnologico.

Ha pari importanza l’efficientamento del sistema pubblico e delle istituzioni per abbassarne il gravame sul sistema produttivo. Le riforme istituzionali e di struttura sono leve importanti in questa direzione, mentre gli eccessi di spesa assistenziale fungono da remore. La finanza pubblica nel suo stato attuale di grande squilibrio può soltanto offrire il suo contributo reindirizzando le sue risorse verso gli impieghi più fecondi.

Autore
Formiche

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