Vibo, omicidio Longo, prove insufficienti ma Battaglia va all’ergastolo
- Postato il 26 febbraio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Vibo, omicidio Longo, prove insufficienti ma Battaglia va all’ergastolo

Vibo, omicidio Longo, prove insufficienti ma va all’ergastolo: Il gup si esprime sulla posizione dell’imputato Rosario Battaglia. Nelle motivazioni si apre la strada all’assoluzione ma nel dispositivo vi è la condanna.
VIBO VALENTIA – Non emergono elementi concreti in grado di dimostrare che Rosario Battaglia abbia deliberato o diretto l’omicidio di Mario Longo. Le dichiarazioni dei collaboratori che lo chiamano in causa non risultano “utilmente corroborate da dati oggettivi” e non consentono di pervenire a una pronuncia di responsabilità nei termini prospettati dall’accusa. Sono parole nette quelle contenute nelle motivazioni della sentenza emessa dal gup distrettuale di Catanzaro nel processo “Portosalvo”. Parole che, lette isolatamente, sembrerebbero condurre a un esito assolutorio. Eppure, il dispositivo pronunciato lo scorso novembre condanna Battaglia all’ergastolo per l’omicidio di Mario Longo. Una frattura evidente tra motivazione e decisione – verosimilmente un errore materiale – che tuttavia ora sarà al centro del giudizio d’appello, dove la difesa, nelle persone degli avvocati Salvatore Staiano e Walter Franzé farà rilevare questa discrasia.
L’ANALISI DEL GIUDICE TRA DICHIARAZIONI CIRCOLARI E ASSENZA DI RISCONTRI
L’analisi del giudice: dichiarazioni “circolari” e senza riscontri individualizzanti. Il gup dedica ampio spazio alla verifica dell’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Le dichiarazioni vengono esaminate singolarmente e poi nel loro complesso, seguendo – si legge – “l’iter critico richiesto per la verifica di attendibilità, coerenza e riscontro”. Il punto critico è proprio quello dei riscontri: secondo il gup, le chiamate in correità si fondano su racconti che “si sovrappongono, si rincorrono e si alimentano reciprocamente”, in una sorta di “circolarità della fonte informativa” che finisce per indebolire l’impianto accusatorio. I narrati deriverebbero spesso da percezioni indirette, deduzioni personali o notizie apprese all’interno degli ambienti criminali, senza distinguere ciò che è conoscenza diretta da ciò che è rielaborazione. Dichiarazioni ritenute anche “serie e soggettivamente convinte”, ma non sufficienti a superare la soglia probatoria richiesta per una condanna penale.
LA RICOSTRUZIONE DEL DELITTO LONGO NEL CONTESTO DELLA FAIDA MAFIOSA
Il delitto del 2012 nel pieno della faida. L’omicidio di Mario Longo risale alla sera del 1° aprile 2012. L’uomo viene ucciso lungo la strada provinciale 11, in località Facciolo, nella frazione di Triparni, arteria che collega Portosalvo a Vibo Valentia. Sette colpi di calibro 357 Magnum, esplosi a distanza ravvicinata, nel pieno della sanguinosa faida tra il clan dei Piscopisani e il gruppo dei Patania. Il sopralluogo restituisce fin da subito la scena di un’esecuzione mafiosa: il corpo tra i sedili anteriori dell’auto, i piedi fuori dall’abitacolo, un bossolo a terra. Gli accertamenti balistici e le analisi del Ris di Messina confermano l’utilizzo di un’unica arma, compatibile con un revolver di grosso calibro.
IL NODO DEL MANDANTE E IL CORTO CIRCUITO TRA MOTIVAZIONE E DISPOSITIVO
Secondo l’accusa, Longo sarebbe stato eliminato perché ritenuto “inaffidabile”, sospettato di parlare con le forze dell’ordine o con fazioni avversarie, in un clima già esasperato dall’omicidio di Francesco Scrugli. L’esecuzione materiale viene ricondotta a Rosario Mantino, indicato da più collaboratori come l’autore degli spari. Mantino, tuttavia, si è tolto la vita nel carcere di Messina nel 2018. Il nodo Battaglia e il “corto circuito” della sentenza. Nel processo con rito abbreviato, Battaglia viene indicato come mandante e promotore dell’eliminazione di Longo. Ma nelle motivazioni il giudice rivede questa impostazione: non emergerebbero elementi concreti che provino la sua partecipazione alla decisione omicidiaria né il suo ruolo direttivo nell’azione esecutiva. Eppure, nonostante tali rilievi, il dispositivo condanna l’imputato al carcere a vita per quell’omicidio. Un apparente paradosso giudiziario che apre interrogativi sulla coerenza complessiva della decisione.
OMICIDIO LONGO, L’ ERGASTOLO PER BATTAGLIA: LE PROSPETTIVE DEL GIUDIZIO D’APPELLO E LE ALTRE ASSOLUZIONI
Nello stesso procedimento, Battaglia viene assolto per altri due gravi fatti: la cosiddetta lupara bianca di Stanganello e l’omicidio Palumbo. Resta dunque il solo delitto Longo a sorreggere la condanna all’ergastolo, in un quadro che – alla luce delle motivazioni – appare destinato a essere oggetto di un serrato confronto nei successivi gradi di giudizio. Spetterà ora alla Corte d’Appello, e se necessario alla Cassazione, sciogliere il nodo di una sentenza che sembra affermare nelle motivazioni ciò che il dispositivo, almeno formalmente, nega.
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