“Voglio essere l’ultima”: ma quanto sangue serve ancora per fermare il massacro?
- Postato il 11 marzo 2026
- Attualità
- Di Paese Italia Press
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di Domenica Puleio
Quando finirà? Quando smetteremo di contare le vite spezzate come se fossero chicchi di un rosario maledetto? Daniela Zinnanti aveva 50 anni. Aveva una vita, una figlia, una speranza di libertà che è stata massacrata ieri sera in via Lombardia.
“Voglio essere l’ultima”, gridiamo a ogni funerale, a ogni fiaccolata, a ogni panchina rossa. Eppure, Daniela è diventata la penultima. Perché mentre noi pronunciamo parole vuote, il sistema continua a fallire con una puntualità che fa orrore. L’assassino, Santino Bonfiglio, era già agli arresti domiciliari. Un uomo marchiato dallo Stato come pericoloso per violenza e minacce, eppure libero di camminare, libero di impugnare un coltello, libero di varcare quella porta per “parlare” e finire per uccidere.
Dov’era il braccialetto elettronico? Perché un uomo con quel curriculum di violenza era libero di muoversi senza controllo? Non chiamatelo amore. Non chiamatelo raptus. Chiamatelo con il suo nome: barbarie assistita. Daniela era stata in ospedale un mese fa, colpita selvaggiamente. Aveva denunciato, poi forse aveva avuto paura, forse aveva sperato. Ma lo Stato non può nascondersi dietro un ritiro della querela quando il sangue è già stato versato una volta. La protezione non è un optional che la vittima deve elemosinare; è un obbligo inderogabile della civiltà.
Fa male al cuore pensare alla figlia che ha aperto quella porta, scoprendo l’orrore che segnerà la sua vita per sempre. Fa rabbia sapere che le telecamere hanno ripreso l’assassino allontanarsi a passo spedito, mentre la vita di Daniela sfumava via sul pavimento di casa sua.
Oggi Messina non ha bisogno di mimose appassite o di comunicati di circostanza. Oggi Messina deve urlare la propria vergogna. Difendere il diritto alla vita significa smettere di essere spettatori di un massacro annunciato. Significa che ogni denuncia deve essere un muro invalicabile, che ogni uomo violento deve essere messo in condizione di non nuocere, senza deroghe, senza burocrazie assassine.
Daniela voleva vivere. Noi abbiamo il dovere di ricordare il suo nome non come l’ennesima vittima, ma come il simbolo di una battaglia contro un sistema che troppo spesso arriva un istante dopo l’ultimo battito. Non staremo in silenzio. Per lei, e per tutte le donne che oggi, a Messina e ovunque, stanno ancora sperando che lo Stato non le lasci sole.
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