Azar Nafisi e l’Iran delle donne: quando leggere diventa resistenza

  • Postato il 19 gennaio 2026
  • Attualità
  • Di Paese Italia Press
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Il romanzo Leggere Lolita a Teheran venne pubblicato nel 2003 dalla scrittrice iraniana Azar Nafisi e diventò subito un bestseller tradotto in 32 lingue. La narrazione è basata sull’esperienza personale dell’autrice, la quale negli anni Ottanta insegnava letteratura inglese presso l’Università Allameh Tabatabei di Teheran. Il libro racconta come – nell’Iran degli ayatollah – anche la lettura clandestina di un romanzo da parte di una professoressa e delle sue allieve fosse potuto diventare un atto di resistenza. Come dire, anche la letteratura, quando il potere pretende di governare anche le coscienze, diventa un gesto politico.

La voce delle donne è il tema del lungo reportage che Nicola Mirenzi pubblica sul quotidiano Il Foglio del 19 gennaio 2026.  L’articolo, dedicato alla rivolta iraniana e al modo in cui essa chiama in causa il femminismo e la cultura occidentale, interpella donne di cultura e di impegno civile in Italia. Le quali si interrogano “sui diritti, sulla rivolta, la repressione, la solidarietà e i pregiudizi”.  

È la voce di Adriana Cavarero, teorica del “pensiero della differenza sessuale”, filosofa di spessore internazionale e storica della filosofia all’Università di Padova a centrare subito l’obiettivo. Cavarero rilegge con severa autocritica l’illusione che negli anni Settanta travolse una parte consistente della sinistra europea: l’idea che la rivoluzione khomeinista potesse essere una tappa verso l’emancipazione. Un abbaglio nato, secondo la filosofa, da un pregiudizio antiamericano e antioccidentale che impedì di riconoscere subito la natura repressiva del nuovo regime. Uno schema mentale che, mutatis mutandis, continua a pesare anche oggi nella difficoltà di riconoscere fino in fondo la violenza del potere iraniano contro i manifestanti. La repressione descritta nel reportage – arresti, uccisioni, censura, oscuramento della rete – colpisce soprattutto una generazione di giovani donne che chiedono libertà elementari: scegliere se indossare o meno il velo, studiare, lavorare, abitare il proprio corpo senza imposizioni religiose. Eppure, osservano le protagoniste intervistate, la risposta simbolica e culturale dell’Occidente appare fiacca, segnata da silenzi e doppi standard. L’attivista politica Paola Concia, che è stata anche deputata del PD, sostiene che “quel che resta del femminismo è nelle piazze” che scelgono di schierarsi con le donne iraniane. Una presa di posizione che mette in crisi una parte del femminismo contemporaneo e dei movimenti progressisti, ancora prigionieri di una lettura del mondo divisa tra colonizzatori e colonizzati. La rivolta iraniana, al contrario, richiama un’idea di universalismo: la libertà come diritto umano, non come prodotto culturale occidentale da esportare o da sospettare.

La scrittrice Dacia Maraini insiste sul carattere specifico del totalitarismo religioso, più radicale di ogni altra forma di autoritarismo perché trasforma il dissenso in peccato. È per questo che il potere teme i libri, gli scrittori, le parole: perché parlano alle coscienze e non possono essere del tutto controllati. L’Iran, come altri regimi del passato, perseguita chi scrive e chi legge proprio per questo. L’articolo di Nicola Mirenzi non elude infine le ambiguità politiche: il confronto tra destra e sinistra, il timore di interventi militari esterni, l’assenza di un progetto chiaro per il “dopo”. La giornalista 

Ritanna Armeni richiama alla memoria le illusioni rivoluzionarie del Novecento, ricordando come la storia sappia rapidamente passare “dal male al peggio”.Resta però, come in Azar Nafisi, una certezza: quando una ragazza rischia la vita per togliersi un velo o per leggere un libro proibito, la questione non è geopolitica ma morale e culturale. È lì, in quel gesto minimo e radicale, che si misura la responsabilità di chi osserva da lontano

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