Donald Trump non lascerà l'Iran agli islamici
- Postato il 19 gennaio 2026
- Esteri
- Di Libero Quotidiano
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Donald Trump non lascerà l'Iran agli islamici
Negli anni Settanta si era in piena guerra fredda: da una parte il blocco comunista, dall’altra i Paesi liberal-capitalisti. Per evitare una terza guerra mondiale, combattuta da due potenze con grandi arsenali atomici, non dovevano verificarsi scontri diretti e “interferenze” nel campo avverso. L’Occidente non intervenne nel dominio sovietico, come dimostrano le rivolte anticomuniste nell’est europeo (la Germania Est, l’Ungheria, la Polonia, la Cecoslovacchia) a cui si dovette assistere senza poter fare nulla.
Ma allora com’è stato possibile che nel 1979 un grande Paese come l’Iran, di fondamentale importanza per le sue riserve petrolifere e per la sua posizione geopolitica, decisiva per tutta l’area mediorientale, sia passato di colpo, senza nessun voto libero, dallo schieramento occidentale al fronte anti-occidentale? Non solo. L’Iran divenne addirittura l’avanguardia dello schieramento antioccidentale e l’ispiratore di quel fondamentalismo islamista che ha imperversato per decenni e che ancora ci affligge.
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È stato il fallimento più clamoroso del presidente americano Jimmy Carter (Democratico) che pagò il suo abbaglio relativo a Khomeini con la sconfitta alle presidenziali del 1980. Per la disastrosa vicenda iraniana, poi fattasi dirompente con l’assalto all’Ambasciata di Teheran e il dramma degli ostaggi, Carter divenne il simbolo di un’America debole, inadeguata, perdente e umiliata. Infatti poi Reagan trionfò proprio con la promessa (realizzata) di fare di nuovo grande l’America. C’è una certa somiglianza con il passaggio dalla presidenza Biden (anch’egli Democratico) alla presidenza Trump che proprio in queste ore taglia il traguardo del primo anno.
Come e perché l’America di Carter fece naufragio? L’Iran di Reza Pahlavi era un regime autoritario ed era un fedele alleato degli Usa. Le manifestazioni contro lo Scià cominciarono nel gennaio del 1978. L’intelligence americana si fece trovare del tutto impreparata, come pure la diplomazia statunitense. Furono persi mesi preziosi per scongiurare il peggio. Sono stati recentemente desecretati molti documenti governativi statunitensi di quel periodo da cui emerge che l’amministrazione Carter stabilì dei contatti con Khomeini allora esule vicino a Parigi da dove, indisturbato, alimentava la rivolta in Iran. Nel 2016 la Bbc News realizzò un’inchiesta su questi documenti intitolata: «Two Weeks in January: America’s secret engagement with Khomeini». È emerso che Carter sostenne lo Scià fino alla fine del 1978, ma poi fu convinto a considerarlo ormai perdente e ad aprirsi al dialogo con l’Ayatollah.
Il 14 gennaio, il Segretario di Stato americano Cyrus Vance scrive alle ambasciate statunitensi di Parigi e Teheran: «Abbiamo deciso che è auspicabile stabilire un canale americano diretto con l'entourage di Khomeini». Ecco il “dialogo” nella sintesi della Bbc: «Khomeini suggerì che se il presidente Carter avesse usato la sua influenza sull’esercito (iraniano) per spianare la strada alla sua presa del potere, lui avrebbe poi calmato la nazione. La stabilità sarebbe stata ripristinata, gli interessi americani e i cittadini iraniani sarebbero stati protetti».
Carter indusse lo Scià a partire per una “vacanza” all’estero e l’esercito – l’unica forza che Khomeini temeva, che gli era ostile e che avrebbe potuto prendere in pugno la situazione – fu convinto dagli Stati Uniti a stare fermo e assistere agli eventi. Khomeini promise a Carter che l’Iran sarebbe stato ancora amico degli Usa e gli Usa dissero ai generali dello Scià di «non lanciarsi in un colpo di stato». Intelligence, diplomatici e consiglieri della Casa Bianca presero un colossale abbaglio inducendo Carter a considerare Khomeini come un Gandhi islamico. Così pure certi governi europei. Alla Conferenza di Guadalupe, fra 4 e 7 gennaio 1979, Francia, Gran Bretagna e Germania Ovest e Stati Uniti avevano deciso di “abbandonare” lo Scià alla sua sorte ed era stato soprattutto il presidente francese Giscard d’Estaing e spingere in questa direzione.
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Si spalancò dunque la strada per il ritorno di Khomeini in Iran (avvenne trionfalmente il 1° febbraio 1979): in breve stabilì il suo potere assoluto. Non era affatto difficile capire cosa avrebbe fatto una volta arrivato al comando. Ma l’Occidente confuso e progressista credette alle favole. Il risveglio fu subito molto brusco anzitutto per gli Stati Uniti con l’occupazione dell’Ambasciata a Teheran e la drammatica vicenda degli ostaggi. Ma anche per gli altri Paesi europei.
Oltretutto la rivoluzione khomeinista innescò la seconda crisi petrolifera (il prezzo del petrolio triplicò) che fu pesante per l’Europa e soprattutto per l’Italia. Cosa avrebbe dovuto fare Carter? Certo, un colpo di stato militare sarebbe stato disastroso. Ma secondo alcuni analisti c’era una terza via. Quando iniziò la crisi la Casa Bianca poteva suggerire allo Scià una progressiva democratizzazione che favorisse l’emergere di tutte le anime dell’opposizione, da quella laica e liberale a quella nazionalista a quella comunista, per impedire a Khomeini di “intestarsi” tutta l’opposizione (la sua componente infatti era solo una parte).
È una strategia simile a quella che oggi Donald Trump segue in Venezuela (e forse anche in Iran) per evitare sia imprese belliche disastrose come l’Iraq (da cui poi è emerso l’Isis), sia la sopravvivenza di regimi pericolosi. Quella di Trump è una sorta di “opzione Badoglio”, che significa indurre con la forza (mirata e limitata) una spaccatura dentro a un regime illiberale per far emergere una nuova leadership che si assume il compito di accompagnare la democratizzazione. Se riesce è alta politica.
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