“Ho detto delle bugie, ma quel Dna non è mio. Ho chiesto un colloquio ai genitori di Yara Gambirasio”. Massimo Bossetti si difende a “Porta a Porta”
- Postato il 23 gennaio 2026
- Crime
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Se mi sento addosso l’etichetta del mostro? Per forza, è dura conviverci. Ma so di avere la coscienza pulita: io non ho ucciso Yara. Vogliamo ripetere gli esami scientifici con le metodiche di oggi”. Ad affermarlo è Massimo Bossetti, l’uomo condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio, che racconta la sua storia giudiziaria in una lunga intervista a “Porta a Porta”, nella puntata andata in onda giovedì 22 gennaio. Parlando dal carcere di Bollate con il conduttore, Bruno Vespa, l’uomo ribadisce la propria presunta innocenza e afferma di voler replicare le analisi sul DNA trovato sulla vittima, all’epoca 13enne, scomparsa da Brembate di Sopra (Bergamo) nel novembre 2010 e poi trovata assassinata nel febbraio 2011. Fu proprio quel materiale biologico a fornire un primo profilo genetico dell’assassino, identificato inizialmente come “Ignoto 1” e poi successivamente attribuito a Bossetti.
“Quando mi hanno arrestato non stavo scappando, c’era Carabiniere che mi intimava di fermarmi”
“Il 26 novembre 2010 (giorno in cui è scomparsa Yara, ndr) per me era un normalissimo giorno, dove ho sempre svolto le solite cose. Poi ricordo, in un colloquio con gli avvocati, venni portato a conoscenza, che quel giorno lì pioveva o forse nevicava e non avevo lavorato. Sicuramente avrò usato il tempo per fare delle commissioni. E mi ricordo che quel giorno lì ho pagato la delega per le tasse al commercialista”, racconta l’uomo. Secondo quanto riferisce a Vespa, infatti, Bossetti non nega di essere passato da quella strada, ma sostiene di non aver incontrato la 13enne di Brembate di Sopra: “È vero che le celle telefoniche hanno agganciato anche il telefono di Yara, ma dobbiamo spiegare bene questi passaggi. L’ultimo aggancio del telefono della povera Yara è stato alle 18.55 della cella dell’antenna di Brembate Sopra, l’ultimo aggancio del telefono di Bossetti era alle 17.45, se non erro. Quell’antenna che ha agganciato i due apparecchi telefonici, è stato accertato dai miei consulenti, che copre anche il segnale di casa mia, quindi io potevo benissimo essere a casa mia”, spiega.
Il 55enne, però, ammette di non ricordare precisamente dove si trovasse quel giorno, anche perché, dopo l’ultimo aggancio delle 17.45, il suo telefono si sarebbe spento: “All’epoca avevo un telefono obsoleto e la carica della batteria non era idonea per le cadute accidentali nei cantieri, era prassi che si spegneva in automatico. Una volta arrivato a casa, non avendo l’adattatore, non l’ho più acceso perché non mi interessava. L’ho accesso il giorno dopo quando sono arrivato sul cantiere”. “Faccio presente che i due apparecchi telefonici si trovavano in due ore incompatibili e in due comuni diversi, uno a Brembate di Sopra e l’altro a Mapello”, aggiunge ancora.
Nel corso dell’intervista, Bossetti ricorda anche il suo arresto, quando fu accusato di aver tentato una fuga alla vista delle Forze dell’Ordine: “Fui intimato dal capo cantiere che mi gridava di scendere. Stavo realizzando la copertura di un solaio, non faccio neanche in tempo ad avvicinarmi al ponteggio che vedo sbucare un Carabiniere, un bestione, che mi intima di fermarmi. Gli faccio notare che i miei stivali erano immersi in un getto di 15-20 centimetri”, racconta. Poi aggiunge: “Ma poi scusate un attimo dovevo fuggire da chi e da che cosa? Buttarmi giù da un ponteggio con il rischio di infilzarmi sui pilastri giù sotto. Non stavo scappando, stavo solo arrivando al ponteggio per scendere dalla botola al piano inferiore dato che il capo cantiere mi aveva chiamato”.
“Le ricerche sui siti porno le facevamo io e mia moglie in intimità”
Una volta associato il profilo genetico di “Ignoto 1” a quello di Bossetti, gli inquirenti cominciano ad indagare sul suo computer, scoprendo così che l’uomo aveva effettuato una serie di ricerche su dei siti pornografici. E sullo stesso pc, secondo le analisi dell’accusa, sarebbe stato ricercato anche del materiale pedopornografico: “Assolutamente non vedevamo questi video. Tramite mia moglie lo usavo quando eravamo in intimità sul divano per tener viva un po’ l’attenzione, andavamo su quei siti pornografici per vedere curiosità e tutto. Ma né io né mia moglie abbiamo mai fatto una ricerca del genere. Il mio tecnico ha detto che sono tutte ricerche prodotte in automatico e non generate da un operatore umano”. Alla richiesta di spiegazioni su come possano comparire dei risultati di questo tipo durante delle ricerche online, però, Bossetti afferma di non possedere le giuste competenze informatiche per saperlo: “Non me lo so spiegare, a livello informatico sono negato”.
“Quel DNA non è mio, non ho ucciso Yara. Se ripeteremo l’esame scientifico? Con le metodiche di oggi, sì”
Fu però la prova del DNA a sancire, secondo i giudici, la colpevolezza del 55enne di Mapello. L’uomo, però, sostiene di aver sempre chiesto di ripetere gli esami su quel materiale genetico che lui ritiene non appartenergli. Una richiesta che, a suo avviso, sarebbe stata negata in più occasioni: “Io questo dato scientifico lo metto in discussione perché non ho avuto la possibilità di poterlo ripetere. Viene confermato in sentenza definitiva l’esaurimento di questo campione perché è stato consumato tutto nelle varie consulenze tecniche. La Cassazione me lo mette nero su bianco”. Secondo Bossetti, però, “Di quei 54 campioni di DNA ce n’erano in gran quantità ed erano custoditi al San Raffaele di Milano a -80 gradi. Qui si è voluto appositamente non dare la possibilità di ripetere questo dato scientifico per ordine di un PM che me li ha tolti”, afferma. E sostiene che, oggi, quei campioni sarebbero “depositati all’ufficio Corpi di reato, a temperatura ambiente. Non so ancora cosa possa esserci di utile”.
La speranza del 55enne, che fu arrestato nel 2014, è che con l’evoluzione della tecnologia scientifica si possa giungere a una verità diversa: “Vogliamo ripetere l’esame? Con le metodiche di oggi, sì. Io quel DNA ritengo che non sia il mio. Io Yara non l’ho mai vista, mai conosciuta, mai incontrata. Io Yara non l’ho uccisa”, racconta ancora l’uomo. Che sostiene di voler includere negli esami anche gli indumenti indossati dalla 13enne al momento del ritrovamento del corpo: “Non si sono deteriorati, sono custoditi in maniera integra e ritengo che si possano trovare ulteriori riscontri. Faccio presente che sul corpo di Yara sono stati trovati ben 11 DNA e qui che la mia speranza nel richiedere questi indumenti per replicare un po’ tutto che emerga quanto ancora non è emerso. Perché la verità non è ancora accertata come dovrebbe essere”, afferma.
Secondo Bossetti, dunque, un nuovo esame del DNA potrebbe dimostrare la sua presunta innocenza: “Per fugare ogni dubbio, basta fare l’accertamento di un semplice DNA e vediamo a chi appartiene. L’ho sempre detto, se in quel risultato venisse fuori che quello è Bossetti, io tacerò per sempre, mi rinchiudete a vita”.
“Le bugie sul cantiere? Non mi pagavano, dovevo fare altri lavori per portare il benessere della famiglia”
Ad un certo punto dell’intervista, inoltre, Vespa menziona alcune bugie che sarebbero state attribuite al 55enne durante il processo, in particolare sul cantiere in cui lavorava: “Mi chiamavano il ‘Favola’? È vero, ho detto delle bugie. Dicevo che avevo un tumore al cervello, ma in realtà non venivo pagato e per far sì che non mi venisse revocato il contratto, mi è saltato in mente questa balla tremenda per fare altri lavori. Cosa potevo fare? Non percepivo soldi, andavo da altri per compensare quando non mi veniva pagato”, dice ancora. E non nega nemmeno di aver detto una bugia a sua moglie su un centro estetico che frequentava abitualmente: “Sì, questa l’ho ammessa. Era vicino casa di Yara? Era sul tragitto abitudinario, l’ho sempre negato a mia moglie perché non mi sembrava opportuno visto le tante situazioni economiche che c’erano”.
“Mi sento addosso l’etichetta del mostro, ma so di avere la coscienza pulita. In carcere scrissi una lettera ai genitori di Yara”
Nonostante una condanna definitiva e quasi 12 anni di detenzione, Bossetti ribadisce dunque la sua presunta innocenza: “Mi sento addosso l’etichetta del mostro? Per forza. È dura conviverci, ma so di avere la coscienza pulita. So di essere innocente. Se l’avessi uccisa, non avrei mai avuto il coraggio di riabbracciare i miei figli”, sostiene ancora l’uomo. Vespa fa quindi un parallelismo con un altro caso di cronaca nera molto attuale: il delitto di Garlasco. “Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva e se n’è fatta una ragione, anche se lui si considera innocente. Perché non ci riesce?”, chiede infatti il conduttore. “Perché per me è troppo duro immaginare il futuro, non ce la faccio. Perché dopo tutto quello che ho subito è difficile intravederlo”, risponde il 55enne.
Al termine dell’intervista, Bossetti confessa di aver tentato in passato di organizzare un incontro con i genitori di Yara: “Quando mia mamma era ancora in vita, le chiesi di portare una lettera ai signori Gambirasio. Cosa c’era scritto? Volevo sapere cosa pensassero di me. E poi gli chiedo un colloquio, perché guardandomi negli occhi avrebbero capito che non sono l’assassino di Yara”, conclude.
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