Sinistra spiazzata dalle parole della Meloni sull’Iran, ma la vera partita si gioca sul referendum

  • Postato il 12 marzo 2026
  • Politica
  • Di Blitz
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Eccola, finalmente, Giorgia Meloni in Parlamento. L’opposizione l’ha invocata più volte accusandola di aver paura. Adesso l’hanno fra le mani, potrebbero stritolarla, ma come si fa dopo averla sentita parlare? “Non siamo per la guerra e non lo saremo mai, non per questo siamo isolati. È vero: con l’invasione di Teheran è stato violato il diritto internazionale. Se dovessimo dare le basi italiane agli Stati Uniti questo avverrà solo dopo aver dibattuto il problema in entrambe le Camere”.

La sinistra viene presa in contropiede, sarebbe necessaria una riunione di vertice per rispondere. Che cosa? Forse sentire di più quel che vuole l’opposizione “senza andare avanti a forza di decreti legge?” Giusto, questo sarebbe un ottimo spunto. Ma anche su un tema così delicato la premier spiazza chi è contro di lei “a tutti i costi”. “Io sono pronta al dialogo, si potrebbe aprire un confronto. Sono qui senza alcun indugio”.

Stavolta, il colpo sferrato dal presidente del consiglio è assai vicino al ko. Ma dai banchi del Senato e poi della Camera si trova l’argomento su cui combattere la destra, in primo luogo e soprattutto la Meloni. All’unanimità, si replica con forza: “Nel suo intervento la premier non ha mai fatto nè il nome di Trump, nè quello di Netanyahu, dimostrando come al solito la sua solita sottomissione al tycoon e al protagonista del genocidio di Gaza”. È un mantra, nessuno del campo largo dimentica di colpire l’avversaria su questa mancanza. ” È grave”, si sostiene. “Una prova provata di quanto il nostro Paese sia succubo degli Stati Uniti e di Israele”.

Altro che i suggerimenti (eufemismo)  del Minculpop durante il deprecato ventennio. Il coro è unanime, il ritornello è sempre lo stesso sia che si tratti di parlamentari in gonnella o di quelli che portano i pantaloni. Secondo molti autorevoli commentatori “si è persa una grande occasione: quella di trovare un punto d’incontro per il bene e per il futuro del Paese”. Di fronte alla guerra che si combatte sul referendum (ormai alle porte), ci si dimentica del conflitto ben più grave che sconvolge il Medio Oriente. Lì le bombe continuano a piovere dal cielo, i missili squarciano il buio della notte, il conto dei morti aumenta, le città sono semidistrutte dalle incursioni aeree, a Beirut si fugge, il Libano non trova pace e da quel territorio sono fuggite  settecentomila persone in cerca di una tranquillità che forse non avranno più.

Nemmeno queste drammatiche notizie placano la rissa delle nostre forze politiche?  È proprio così tanto è vero che anche l’informazione segue lo stesso percorso. I titoli a tutta pagina riguardano il discorso della Meloni, le repliche dei suoi nemici, i talk show non si occupano di altro nemmeno del prezzo del petrolio che potrebbe raggiungere presto i 200 dollari al barile. Lo stretto di Hormuz è praticamente chiuso e chi tenta di attraversarlo rischia di essere colpito ed affondato prima di tagliare il traguardo. Insomma, il cauto ottimismo del giorno prima di una situazione economica in miglioramento è andato a farsi benedire in un amen.

In parole semplici è il referendum a tenere banco perchè il voto del 22 e 23 marzo è troppo importante. Se vincesse il No, Meloni avrebbe molte gatte da pelare; se, al contrario, fosse il Si a prevalere il predominio della destra potrebbe continuare anche alle elezioni politiche del 2027 con  uno sguardo (allora si) al premierato ed alla successione di Sergio Mattarella. Per il momento, a soli dieci giorni dal voto, si pensa solo a come mettere ko l’avversario. I sondaggisti non sono più sicuri di una vittoria della maggioranza, in questo ultimo mese il gap si è ridotto ai minimi termini e anche una sola preferenza potrebbe far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Perciò si affilano le armi: ci sono giudici che sono favorevoli o contrari, avvocati che pendono per la maggioranza ed altri che fanno l’occhiolino alla minoranza, parlamentari del Pd che sono a sopresa per la riforma, altri a destra tentennano e sono indecisi.

C’è chi va al dà di ogni limite e si scaglia contro un giornale che non la pensa allo stesso modo. È il caso del procuratore Nicola Gratteri (quello che affermò che le persone per bene avrebbero votato contro) e del quotidiano Il Foglio che ha svolto il suo lavoro di informazione scrivendo quel che pensa. Il giudice non è stato tenero, è arrivato alle minacce: “Con voi ci vedremo a fine marzo dopo la vittoria di chi si oppone alla divisione delle carriere”. Sono nell’aria le querele che saranno come le ciliege, una tira l’altra.

Che altro pensare? Meglio girare pagina e dedicarsi allo sport perchè gli azzurri dopo aver battuto nel rugby i più blasonati inglesi, hanno pure centrato un obiettivo nel baseball vincendo contro i temutissimi Stati Uniti, gli inventori di questa disciplina. Chissà, solo per questa volta una parte politica dell’Italia era d’accordo con Trump, ma non ha avuto fortuna. Si potrà consolare con quanto predicava Pierre De Coubertin: “l’importante è partecipare”. Sarà così pure per il referendum?

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Blitz

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