Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi: “Un’occasione per l’Ue per riarmarsi”
- Postato il 2 febbraio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Non solo un modo per disgregare gli Stati membri. Ma, anzi, un’opportunità per l’Unione Europea. Da cogliere come? Con una maggiore integrazione politica ed economica che passi da una soluzione precisa: aumentare la protezione degli Stati membri e quindi gli investimenti nel settore della Difesa. Come chiedono anche gli ex premier italiani Enrico Letta e Mario Draghi nei loro rapporti sul futuro dell’Unione Europea voluti da Ursula von der Leyen. È questo il risultato a cui arriva il primo studio italiano sulla nuova National Security Strategy dell’amministrazione americana di Donald Trump che ha creato tanto dibattito perché nel rapporto si parla di poter staccare alcuni Paesi europei – tra cui l’Italia – dall’Unione. Lo studio di 25 pagine è firmato da due professori della Bocconi, Carlo Altomonte e Walter Rauti, che il 18 gennaio hanno inaugurato lo Shield, il primo hub europeo su Difesa, economia e geopolitica.
Nel paper sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti per il 2025 e “il riposizionamento strategico dell’Unione Europea”, l’obiettivo è quello di superare le analisi che sono state fatte in Italia sul tentativo americano di disgregare gli Stati membri pur ammettendo le “ingerenze” politiche dell’amministrazione americana sull’Europa che, influenzata dall’approccio Maga, parla di “cancellazione della civiltà” portando avanti una “narrazione civilizzatrice” degli Stati Uniti sul modello del discorso di JD Vance a Monaco. Una dottrina, quella della Casa Bianca, che secondo i due studiosi riporterebbe le lancette della storia a quella di Richard Nixon che chiedeva agli alleati di “assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” e di Ronald Reagan che voleva aumentare gli investimenti militari “con pressioni perché rafforzassero la propria posizione difensiva”. Un modo per disinteressarsi dell’Europa per concentrarsi unicamente sulla sfida alla Cina. Ora sta succedendo lo stesso, secondo gli studiosi dell’Università Bocconi. L’approccio è quello del passaggio dal “Burden sharing” al “Burden shifting”: dalla condivisione degli oneri al trasferimento (sull’Europa) degli oneri.
E quindi quale può essere l’opportunità per l’Europa? Una maggiore integrazione, che passi soprattutto su un pilastro: gli investimenti sulla Difesa per garantire la sicurezza autonoma del continente. E qui Altomonte e Rauti analizzano quali dovrebbero essere i prossimi passi per far sì che l’Europa aumenti la propria sicurezza. In primo luogo, pensare che la Difesa sia il principale volano per garantire l’integrazione comunitaria fondamentale per “l’identità politica dell’Europa e la sua capacità di agire nel mondo”. In secondo luogo, avere una capacità istituzionale che permetta agli Stati membri di coordinare le spese per la Difesa e “armonizzare” e “integrare” la capacità industriale. Poi la “coesione politica” per far sì che gli Stati membri abbiano gli stessi obiettivi di protezione e non più la Russia o il Mediterraneo a seconda della posizione geografica ma anche l’integrazione industriale della Difesa europea come teorizzata da Draghi e Letta.
Un paragrafo a parte riguarda l’opinione pubblica. I due studiosi ritengono che le spese militari sono state storicamente “di scarsa rilevanza” per molti cittadini europei, ma senza l’opinione pubblica le riforme teorizzate potrebbero incontrare “resistenze e tensioni tra la spesa per la Difesa e lo Stato sociale” fornendo un assist per quelli che Rauti e Altomonte chiamano “partiti populisti”. I leader politici, dunque, devono fornire una “narrativa” secondo cui la Difesa è strettamente collegata a “prosperità, sovranità e stabilità”. La strategia, insomma, che sta portando avanti la Commissione Europea.
Dunque, la conclusione a cui arrivano è che, in estrema sintesi, la nuova strategia di isolazionismo americano possa diventare una “opportunità” per l’Europa e una prova di maturità. Come? Sempre con la stessa ricetta: l’aumento degli investimenti della Difesa degli Stati membri.
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