Umano come eccedenza. La lezione di Philip Dick nell’arte del presente 

  • Postato il 20 gennaio 2026
  • Attualità
  • Di Artribune
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L’androide dickiano nasce come dispositivo per pensare e ripensare l’umano: l’androide non è dunque una proprietà dell’essere, ma una condizione del rapporto. Nasce sempre nello spazio tra, nello spazio della relazione. In questo modo, è ciò che entra in una relazione in cui l’interiorità viene attribuita senza poter essere verificata. Nella zona di ambiguità che si viene a creare, ad evocare questa interiorità basta di fatto il linguaggio, l’empatia può essere proiettata e la coscienza diventa una mera ipotesi narrativa

L’androide dickiano e l’arte 

Che cosa succede quando applichiamo questo stesso meccanismo agli esseri umani? E se lo applichiamo all’arte?  

Se l’interiorità è una relazione, infatti, essa non è accessibile, verificabile o misurabile; ogni giorno noi la riconosciamo e la attribuiamo in base al linguaggio, ai comportamenti, alle interazioni (in fondo, l’umano funziona proprio in quanto vive costantemente di queste attribuzioni non verificabili). Perciò, il punto non è e non è mai stato stabilire se l’androide finga oppure no: l’androide non è l’altro dall’umano, ma è piuttosto il punto in cui l’umano è costretto a guardarsi senza garanzie.  

Che cos’è l’umano secondo Philip Dick 

E quindi, che cos’è l’umano, fuori dalla retorica e dalla facile rassicurazione? Non è una capacità tecnica, non è l’intelligenza, non è il linguaggio, non è la coscienza (che non è misurabile). Per Philip Dick, per esempio, l’umano è l’empatia, la capacità di “com-patire”, di soffrire con l’altro, di provare ‘interesse disinteressato’ per l’altro con cui entro in relazione – ma abbiamo visto come anche l’empatia, in una certa misura, possa essere oggetto di proiezione e di simulazione.  

Allora, forse, l’umano è ciò che non coincide mai del tutto con se stesso. Ciò che non è mai del tutto contenuto in sé, nelle proprie scelte e nelle proprie azioni. L’androide, invece, sembra sempre coincidere perfettamente con ciò che fa. L’umano, invece, eccede sempre ciò che fa, e non è mai del tutto risolto. L’umano è ciò che esorbita, che esonda, che eccede. 

La nostra memoria coincide con l’errore, con la sostituzione, con l’incompletezza, con l’indefinizione; abitiamo e attraversiamo un tempo stratificato, sospeso, non lineare, mentre l’androide vive solo e soltanto in un presente funzionale. L’umano è ciò che non risponde sempre nel modo più efficiente in assoluto, ciò che si perde nelle digressioni e nei dubbi e nelle domande e nelle deviazioni. L’umano è l’inefficiente. 

Il tempo e l’inefficienza dell’essere umano 

L’umano è ciò che eccede sempre ciò che fa è ciò che è. L’umano è l’eccedenza.  

L’arte è questa eccedenza: essa, infatti, non si riduce all’oggetto, al prodotto, alla merce (l’“opera” non è del tutto l’opera che vediamo), né si esaurisce nella percezione immediata dello spettatore, così come non può essere spiegata o classificata. L’opera possiede il proprio senso, i suoi molteplici significati, che non sono ovviamente né quelli attribuiti dall’artista/autore né quelli del pubblico.  

Perché, esattamente come l’umano, l’arte non coincide mai del tutto con se stessa

L’arte-che-eccede abita più tempi (PASSATO-PRESENTE-FUTURO) contemporaneamente, e dunque crea uno spazio di sospensione. E l’arte che non eccede, che cos’è precisamente? Seguendo questa logica, potremmo definirla “arte androide”: a quel punto – se teniamo presente che la definizione dickiana di androide prevede l’apparire come se fosse cosciente, l’agire come se avesse interiorità pur in assenza di una reale e diretta esperienza – ci potremmo accorgere che sotto questa definizione ricade in realtà la maggior parte dell’arte prodotta oggi. 

L’arte contemporanea e la likeability 

Alcune forme di arte contemporanea – le più diffuse e le più likeable, va detto – riescono infatti a comunicare in maniera molto efficace senza riferirsi minimamente ad un vissuto autentico, così come a uno sguardo un pochino attento non abitano concretamente tempo e memoria. Molte opere cioè si rivelano abbastanza facilmente come simulazioni.  

Inoltre, la nostalgia (postmoderna) che ha caratterizzato l’ultimo cinquantennio è al centro di questo processo, attraverso il riciclo continuo e ossessivo di immagini, estetiche, stili; il pubblico è stato dunque educato, nell’arco di decenni, a reagire a stimoli già codificati (: il già-noto). La cultura si è dunque costituita e conservata come museo di ripetizioni e come archivio di simulazioni.  

Memoria e storia nell’arte del presente 

In quest’ottica, memoria storia e futuro diventano elementi decorativi, semplici superfici consumabili, all’interno di un sistema di reazioni a stimoli programmati, in cui l’arte è puro intrattenimento e schermo di aspettative. Tutte le opere e le ricezioni di queste opere sono infatti prevedibili, codificabili, replicabili: questa è l’arte androide, l’Impero della Simulazione – la cui condanna è la predeterminazione, la predestinazione. 

L’acronia – opportunamente articolata e praticata – può forse rappresentare una possibile via d’uscita, e una soluzione per preservare invece l’arte-che-eccede, l’arte come eccedenza.  

Christian Caliandro 

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Autore
Artribune

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