Valentino Garavani era l’ultima voce italiana della moda celebre nel mondo  

  • Postato il 23 gennaio 2026
  • Attualità
  • Di Artribune
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È appena uscita una edizione Feltrinelli curata da Giovanni Agosti di “Fratelli d’Italia”, quello che Pier Paolo Pasolini definì nel 1972 uno dei più bei libri del secondo Novecento. Alberto Arbasino ha messo le mani più volte a questo suo lavoro, come ad un abito su misura per il nostro paese. Arbasino era nato a Voghera come Valentino Garavani, da lì erano partiti per imparare a tessere trame. Pendolari e poi viaggiatori coraggiosi: Valentino Garavani è a Parigi negli Anni Cinquanta per imparare il francese e iscriversi alla scuola di taglio e cucito della Chambre Syndicale della Moda. Inizia così a costruire quel ponte unico che lega l’Italia alla Francia che lo porta a sfilare sempre lì, nell’Haute Couture. 

Voghera come capitale della cultura 

Voghera andrebbe proposta come capitale della cultura, questa città lombarda della provincia di Pavia che ha dato il nome Valentino Garavani al suo teatro lirico: la città della iconica definizione arbasiniana “casalinga di Voghera”.  Molto altro lega Arbasino a Valentino ma, oggi, la malinconia mette al primo posto la consapevolezza della definitiva scomparsa dei narratori capaci di rappresentare un’epoca che ci ha visto splendere. Prima dell’elogio di sete e del suo rosso, elemento conclamato del DNA del made in Italy, cerco il motivo del dispiacere profondo provato alla notizia della sua scomparsa, un dispiacere che si prova per la morte di un Papa straordinario anche si è atei Valentino Garavani non era solo l’ultimo dei couturier, dei sarti prodigiosi che si evolvono in demiurghi, di quelli che raccontavano come il loro amore per questo lavoro fosse nato da un colpo di fulmine. Cristóbal Balenciaga con la contessa cliente della madre sarta e Valentino con la visione di un’elegantissima donna vestita di rosso in un teatro. Inutile chiedersi se fossero storie vere, erano gemme di una passione così diversa da quello che spinge oggi un fashion designer… 

Valentino e Arbasino 

Potremmo banalmente dire che da oggi quelle favole meravigliose non esistono più. E poi quella famosa foto del 1985 magistralmente architettata da Adriana Mulassano, dove sullo sfondo del Duomo di Milano, uno accanto all’altro come una squadra, insieme a Valentino compaiono i dodici nomi italiani sinonimo di stile ed eleganza in tutto il mondo: una immagine che ci faceva sentire orgogliosi dell’Italia paese di grandi artisti artigiani. Anni in cui l’industria e l’artigianato collaboravano creando capolavori e tutto era ancora nostro. Oggi la nostra moda è stata acquistata da fondi stranieri, soprattutto francesi in una triste sceneggiatura dove il più forte compra il più bravo senza prendersene cura, se non con criminali business-plan, sfruttandolo al massimo. 

Andy Warhol, Scarpe, Armani e Valentino, exhibition view alla Fabbrica del Vapore, Milano, 2022
Andy Warhol, Scarpe, Armani e Valentino, exhibition view alla Fabbrica del Vapore, Milano, 2022

Valentino Garavani, l’ultimo couturier  

Cose che aveva visto anche lui in questi ultimi anni e che aveva in qualche modo salvaguardato con la sua presenza. Una presenza che andava oltre la produzione, le sfilate, le campagne, era molto più alta. Insieme ad Armani erano i due saggi di un mondo effimero che oggi lavora con moodboard e ricerche, senza disegnare, senza progettare. La sua idea di bellezza così appassionata da metterlo in sano contrasto proprio con lo stile di Armani gli faceva dire che non capiva la mania di amare il lato maschile di una donna “Adoro la femminilità. Ho sempre fatto vestiti glamorous, che piacciono molto alle donne e ai loro mariti”. Difficile capirlo per noi che abbiamo intellettualizzato concettualmente la moda, ma, oggi, appare chiara la sua convinzione della forza che la bellezza potesse rappresentare per il femminile. Così conquista le donne più prestigiose del mondo come Jackie Kennedy, vere e proprie agenti di una raffinata economia: pare che solo del suo abito Valentino del matrimonio con Onassis ne furono vendute trentotto copie. Una visione difficile da condividere soprattutto per chi continua a “fare” Valentino ma sicuramente l’elemento più caratterizzante del suo stile quello che gli ha portato la fama internazionale, soprattutto grazie al successo americano da quando nel 1962 sfila a Palazzo Pitti. Sfila per ultimo all’ultimo giorno ma, per fortuna, sono ancora li due importanti compratori americani. Come accadde per Christian Dior nel 1947 quando la stampa americana a Parigi battezzò il miracolo del New Look così Valentino inizia un impero fatto non solo di abiti.  

Valentino Garavani
Valentino Garavani

Addio a Valentino Garavani 

Torna Arbasino a suggerirci quel mondo fatto di luoghi e una vita fatta di lirica, arte, cultura che mette Valentino vicino alla Sartoria Tirelli alla sapienza filologica di Piero Tosi a Massimo Pieroni l’artigiano che realizza per lui anche quei grandi cappelli che completano l’immagine cinematografica di Sofia Loren. Collezionista d’arte come Yves Saint Laurent o Karl Lagerfeld, costruttore di scenografie domestiche precise dove non si può vivere vestiti in modo informale. Un Olimpo fatto di piccoli cani, cuscini ricamati, opere d’arte la meravigliosa villa sull’Appia Antica, piazza Mignanelli e Roma come indirizzo eterno. Un’ultima cosa che va riconosciuta al Maestro è la dote maggiore di chi è intelligente: l’ironia. Un’ironia forse involontaria ma sono assolutamente indimenticabili i duetti con il suo compagno di tutto Giancarlo Giammetti nel film del 2008 diretto da Matt Tyrnauer “Valentino l’ultimo imperatore”. I suoi commenti sono la migliore rappresentazione dell’attitudine italiana a creare capolavori senza prendersi troppo sul serio, così diversa da quella francese così divisiva. Ecco, abbiamo perso un altro grande ambasciatore italiano che, oltre alla bravura, aveva il pregio di essere conosciuto tanto dal mondo intero quanto dalla casalinga di Voghera. 

Clara Tosi Pamphili  

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Autore
Artribune

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