Al cinema arriva Marty Supreme, storia di un outsider divorato dall’ossessione di diventare leggenda
- Postato il 23 gennaio 2026
- Cinema & Tv
- Di Artribune
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Marty Mauser (Timothée Chalamet), come tutti noi, ha un compagno segreto. Platone l’ha chiamato daimon: un demone sottopelle, che tira i fili della nostra esistenza per spingerci a diventare ciò che, forse, abbiamo scelto di essere prima di nascere. Marty, ebreo nel Lower East Side della New York dei primi Anni Cinquanta, non ha mai scelto di vendere scarpe, anche se, per sua stessa ammissione, “le farebbe acquistare persino da un amputato”. In lui scorre il sangue del più grande giocatore di tennistavolo del mondo, ma ha poche monete in tasca e deve trovare il modo per finanziare la sua partecipazione ai campionati di Londra e di Tokyo e da lì, conquistare l’ascensione sociale.
Il sogno come agente di cambiamento in “Marty Supreme”
Marty Supreme, il film originale targato A24 distribuito in Italia da I Wonder Pictures, non è un biopic né un film sportivo, ma un’epopea spericolata sull’ambizione declinata nella forma più improbabile, il tennistavolo. Un ruolo che ha consegnato a Timothée Chalamet due riconoscimenti — il Critics’ Choice Award e il Golden Globe come miglior attore protagonista — e persino una scultura alta quasi tre metri del suo personaggio esposta al Museo Nazionale del Cinema di Torino. Nove le nomination agli Oscar 2026, tra cui Miglior Film, Miglior Attore e Miglior Regista. Ispirato liberamente alla storia di Marty Reisman, bronzo ai Mondiali di tennistavolo (non chiamatelo ping pong), il film racconta un hustler nel senso più ruvido del termine, uno spaccone logorato da un delirio di onnipotenza autodistruttivo, con un appetito per il lusso e lo sfarzo, che stacca continuamente la mente dal cuore, pronto a tutto pur di forzare il proprio destino. Josh Safdie (Diamanti Grezzi, Good Time, Heaven Knows What) legge questa ossessione sfrontata come un’eco dell’american dream. Il sogno di Marty è un continuo furto al futuro, che prende a dritti e rovesci, determinato a trasformare uno sport marginale nel proprio passaporto verso la gloria.
La vera storia di Timmy Supreme
Quando Safdie ha conosciuto Chalamet, pochi mesi prima dell’uscita di Chiamami col tuo nome di Guadagnino, gli ha visto ballare negli occhi l’audacia di chi vuole sedersi al tavolo dei grandi. Entrambi erano due ragazzi di New York con il sogno di fare cinema. Da quel momento, Chalamet ha iniziato a incarnare Timmy Supreme: il personaggio è stato cucito addosso all’attore, fin dalle prime righe di sceneggiatura. Per anni si è allenato a padroneggiare il tennistavolo in modo credibile, ha indossato lenti speciali per calarsi negli occhiali di Reisman e ha fatto rifiorire la stessa determinazione che, dalla sua prima apparizione in Law and Order nel 2009 come cadavere sul marciapiede, lo ha portato oggi in pole position per l’Oscar, con un ruolo che considera il più vicino alla sua storia personale. Sul tavolo, il pulsionale Marty fa rimbalzare, in un ritmo ansiogeno di scene che si intrecciano a volte da sei punti di vista, temi duri che l’interpretazione di Chalamet amplia e alleggerisce: l’identità ebraica, le cicatrici della guerra, le fratture del capitalismo vampiresco, il furore anarchico, la corsa al successo, alternati a scariche lussuriose e battute da stand up comedian: “Sono la più grande sconfitta di Hitler”, o “farò a Kletzki quello che Auschwitz non è riuscito a fare”.
New York secondo Safdie
In una storia con oltre cento personaggi, tra cui Odessa A’zion, Abel Ferrara e Tyler “The Creator” Okonma e il grande ritorno di Gwyneth Paltrow, ce n’è un altro fondamentale: New York. Safdie la filma in pellicola 35mm con la fotografia di Darius Khondji e Jack Fisk, che da quasi sessant’anni disegna scenografie per film di David Lynch e Martin Scorsese. Dal fatiscente Lower East Side alle sontuose dimore della Fifth Avenue, ogni strada, negozio e vicolo degli anni Cinquanta è ricostruito con cura maniacale, dando forma a una New York a tinte di seppia, popolata dai costumi d’epoca di Miyako Bellizzi che fanno esondare dai tessuti l’identità dei personaggi che li abitano, le loro origini, le loro speranze. La musica diventa l’ultimo personaggio: pur non essendo coerente con l’epoca – dai brani new wave dei Tears for Fears e di Peter Gabriel ai synth-pop originali che accompagnano le acrobazie di Marty – la colonna sonora di Daniel Lopatin potenzia la tensione e l’imprevedibilità, scolpisce i colpi delle palline sul tavolo e i colpi che incassa Marty per raggiungere il suo sogno. Una pellicola urticante, un collage apocrifo di instancabili outsider che puntano pistole, truffano, incendiano stazioni di servizio e anestetizzano le emozioni, pur di toccare il successo. Per Marty, l’unica via d’uscita è vincere il titanico duello con la sua nemesi Koto Endo, un giocatore giapponese e aspirante eroe nazionale (interpretato da Koto Kawaguchi, campione nella vita reale). Solo allora l’odissea può arrestarsi, alle soglie di un risveglio spirituale. Perché tutti vogliono dominare il mondo, ma Marty Supreme lo desidera di più.
Noemi Palmieri
L’articolo "Al cinema arriva Marty Supreme, storia di un outsider divorato dall’ossessione di diventare leggenda" è apparso per la prima volta su Artribune®.