Arte Fiera Bologna guarda al futuro. Intervista al direttore Davide Ferri

  • Postato il 21 gennaio 2026
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Il titolo che abbiamo scelto per questa edizione, ‘Cosa sarà’, non è solo un omaggio implicito a Lucio Dalla e alla sua meravigliosa canzone del 1979, cantata con De Gregori ma detta le linee generali della manifestazione in termini atmosferici ed è un rimando al desiderio di porsi domande aperte verso il presente e il futuro”. A parlare è il curatore Davide Ferri, nato a Forlì nel 1974 (vive e lavora a Roma) e neodirettore di Arte Fiera Bologna, la più antica mostra mercato di Italia, raccontando ad Artribune la prima edizione sotto la sua guida. Ad affiancarlo, oltre alla direzione operativa di Enea Righi, un team curatoriale di pregio, formato da Michele D’Aurizio, Ilaria Gianni, Marta Papini, Alberto Salvadori e Lorenzo Gigotti, alle redini delle sezioni che attraverseranno i corridoi, mentre la performing art è rappresentata dalla consueta collaborazione con Fondazione Furla e Bruna Roccasalva. Per una manifestazione in bilico tra il suo carattere pop e il bisogno inesauribile di rinnovarsi. L’intervista. 

Intervista al curatore Davide Ferri 

La prima edizione di Arte Fiera sotto la tua direzione artistica. Quali saranno gli elementi distintivi di questo nuovo percorso? 
Sin dal primo giorno mi sono posto il problema di contribuire a realizzare, prima di ogni altra cosa, una fiera che abbia un carattere caldo, possibilmente non noiosa, accogliente, che rispecchi quello della città in cui si trova, da sempre un anello di collegamento fondamentale sia in termini economici che culturali tra il nord e il sud del nostro Paese (basti pensare all’importanza che ha rivestito una rivista come Officina, fondata a Bologna da Leonetti, Pasolini e Roversi negli Anni Cinquanta, che si pose l’obiettivo, tra gli altri, di mettere in dialogo intellettuali del nord e del sul dell’Italia). E una fiera che sappia non dare per scontate, cioè non assuma in modo automatico comportamenti, posture e ritualità tipici delle fiere d’arte.  

Spiegaci meglio… 
Ecco, il punto è che quello della fiera sembra un formato logoro, che i più sentono come inalterabile, come se le fiere fossero un male inevitabile, ancora necessario, ma immodificabile. Eppure, le fiere scandiscono i nostri calendari annuali e tutti ci arrivano con una certa euforia, segno del fatto che sono un luogo nodale per quanto riguarda non solo il mercato, ma anche gli scambi e le relazioni umane, una specie di crocevia ancora insostituibile. E allora la domanda è: fino a che punto possiamo credere che sia possibile migliorarle? E cosa significa fare una fiera in un tempo complesso, perfino infausto, come quello che stiamo vivendo?  

Sono domande importanti. Tu che risposta hai dato?
Il titolo che abbiamo scelto per questa edizione, Cosa sarà, significa proprio questo. Non è solo un omaggio implicito a Lucio Dalla (Cosà sarà è il titolo di una sua meravigliosa canzone del 1979, cantata, tra l’altro, assieme a De Gregori) ma un rimando al desiderio di porsi domande aperte verso il presente e il futuro. Quindi ho dato molta importanza al titolo, perché dettasse delle linee generali, soprattutto in termini atmosferici. E mi piacerebbe una fiera in bilico tra il suo carattere pop, per non dire “nazionalpopolare”, e il bisogno inesauribile di rinnovarsi: sono entrate in Main Section diverse nuove gallerie, molte delle quali nate in anni recenti, ed è una cosa abbastanza inedita per Arte Fiera, avvenuta anche grazie al lavoro che Michele D’Aurizio ha fatto in Prospettiva, la sua sezione di artisti emergenti; c’è un nuovo team di curatori, con presenze femminili autorevoli: Ilaria Gianni e Marta Papini ereditano rispettivamente le sezioni Pittura XXI e Fotografia e dintorni; c’è una nuova sezione per il moderno, Ventesimo+, ed è affidata ad Alberto Salvadori, che riflette su un’idea di collezionismo versatile e trasversale. Abbiamo chiesto poi a Lorenzo Gigotti di curare Multipli, una sezione importante perché parla in modo democratico al collezionismo.  

E la performing art? 
Quest’anno è dedicata all’artista franco-iraniana Chalisée Naamani; la proposta nasce dalla collaborazione tra Arte Fiera e Fondazione Furla, ed è sempre a cura di Bruna Roccasalva. La commissione d’artista, che da quest’anno si chiama Preludio, vorrei rilanciasse l’immagine della fiera sin dall’entrata ed è affidata quest’anno a una grande installazione di Marcello Maloberti. Poi come sempre sono i dettagli, dal mio punto di vista, che stabiliscono grandi differenze. Quest’anno ho voluto che la fiera fosse introdotta, oltre che dalla consueta e tradizionale pianta, da un testo in lingua facile che racconta al visitatore la fiera e la sua partitura, a cominciare dal fuori, dagli immediati dintorni, con quella bellissima articolazione di edifici che vedi quando entri (le Torri di Kenzo Tange, l’ex GAM, il Padiglione de l’Esprit Nouveau, copia fedele dell’architettura di Le Corbusier) che riassumono e ricapitolano la storia di Arte Fiera. 

Cosa invece mutuerai dalla “gestione Menegoi”? 
L’idea su cui Menegoi ha costruito la fiera era semplice e particolarmente efficace se si considera la specificità di Arte Fiera: quella di dare vita a una manifestazione che avesse un baricentro stabile sull’Italia, sull’arte italiana e internazionale che le gallerie che hanno sede nel nostro Paese sono in grado di veicolare. Ecco, questa identità, diciamo italiana, è la cosa fondamentale che non voglio abbandonare, prima di tutto perché Arte Fiera deve essere una festa per le gallerie italiane, poi perché la differenzia dalle altre fiere principali.

Sezione Pittura XXI, Artefiera 2024. Ph: Irene Fanizza
Sezione Pittura XXI, Artefiera 2024. Ph: Irene Fanizza

Il vostro è stato un “passaggio di consegne” morbido dal momento che dal 2020 curi la sezione Pittura XXI proprio della fiera… 
Sì, anche se non ho fatto il curatore di sezione, ovviamente, pensando che un giorno sarei stato io a dirigere Arte Fiera. Diciamo che ho cercato di mettere al servizio della fiera una parte della mia specificità di curatore, che è sempre stata legata al medium pittura. Che poi non era una cosa così semplice: fare una sezione dedicata alla pittura in un tempo di sovra illuminazione del medium come quello che stiamo vivendo da una decina d’anni a questa parte.  

Certo, passare dalla guida di una sezione alla direzione di un’intera fiera sarà un’altra cosa… 
Direi. Ma attraverso il lavoro in sezione ho imparato due tre cose che mi sembrano fondamentali anche per il mio lavoro di direzione. Il punto è che non sono stato un curatore di sezione del tipo “mordi e fuggi”, di quelli che dopo l’inaugurazione non li vedi più. Al contrario ho cercato sempre di frequentare la sezione dall’inizio alla fine della fiera, camminando tutto il tempo avanti e indietro per i corridoi, facendo più visite possibili a quelli che intercettavo, soprattutto monitorando costantemente la situazione con le gallerie anche da un punto di vista commerciale. Ecco, penso di aver tratto da questa “pratica della sezione” un insegnamento fondamentale. Che per fare una fiera bisogna essere disponibili a sporcarsi un po’ le mani, diciamo così. Una fiera, in particolare un direttore, non dovrebbe mai, mai dare l’impressione ai galleristi di stare da un’altra parte, ma di essere con loro, prima di tutto in senso materiale, fisico, cioè, banalmente, sempre intercettabile da tutti loro durante i giorni della fiera.  
 
Dopo la pandemia sembra inoltre che il mondo delle fiere in Italia abbia rinunciato definitivamente all’idea del “manager” per rivolgersi ai curatori. È una svolta che racconta una scelta in termini di contenuti? Di cosa hanno bisogno le fiere d’arte oggi per garantire una corretta risposta ai bisogni di galleristi e collezionisti e rimanere ferme sull’attualità? 
Questa è una domanda delicata, perché mi tocca in modo particolare in questo momento del mio percorso. Perché io ho sempre pensato che il curatore sia, in un certo senso, un intellettuale e basta, anzi una figura di intellettuale emblematica del nostro tempo, proprio il tipo di intellettuale che il “mondo culturale” che è espressione del nostro tempo è stato in grado di partorire. Lo dice bene Enrique Vilas-Matas in quel libro bellissimo che è Kassel non invita alla logica, dove, chi l’ha letto lo sa, descrive e narra della sua esperienza alla Documenta di Kassel di Carolyn Christov-Bakargiev e dove appare chiaro che perfino uno scrittore del calibro di Vilas-Matas subisce il fascino dei curatori. E ho sempre sostenuto che uno dei problemi del sistema dell’arte, è l’eccesso di professionalizzazione, di scuole, di corsi per curatori, quelle cose che rendono le nostre biografie più che altro dei curriculum: tutti con gli stessi percorsi, le stesse scuole, le stesse residenze… Vedi, il punto è che se la fiera la prendi da un punto di vista squisitamente professionale, manageriale (e io non saprei come fare dal momento che non sono un manager, anche se poi, inevitabilmente, ti costringe a pensare anche come un manager, e io ce la metto tutta) è un fatto di automatismi: devi avere le gallerie migliori di quelle che hanno le altre fiere, intercettare quanti più collezionisti possibili, e via dicendo. Il problema è come ci arrivi a ottenere queste cose, con quali risorse umane e intellettuali…  

Le tue risorse quali sono? 
Ultimante ho letto un’intervista a Matteo Codignola che, dall’interno della redazione di Adelphi, racconta il lavoro di Roberto Calasso come direttore editoriale della casa editrice. Abbiamo tutti presente Calasso come intellettuale, uno dei più grandi che ci siano stati in Italia negli ultimi decenni. Ma a un certo punto Codignola racconta di Calasso alle prese con la trattativa per acquisire i diritti di Emmanuel Carrere, e lo descrive chiuso in uno sgabuzzino, col telefono in mano, un po’ sudato… Ora dico: cosa c’è di più bello dell’immagine di Roberto Calasso che, chiuso in uno sgabuzzino, discute al telefono di faccende molto pratiche, di diritti editoriali e di denaro? E in sostanza cos’è che voglio dire? Una cosa semplice: che è Calasso ad aver fatto Adelphi, non un manager appena uscito da un master universitario… 
 
Sicuramente ci sono stati già dei confronti con la direzione operativa curata da Enea Righi, in che modo collaborerete? 
I confronti sono continui, a cadenza quotidiana, e sono iniziati il febbraio scorso, quando ho iniziato il mio incarico. Se fai il direttore di una fiera devi imparare a mantenere la tensione costante lungo tutto il corso di un anno. È scontato dirlo, ma quello che facciamo è un lavoro di squadra, che oltre a noi due, tra l’altro, coinvolge tutto lo staff di Arte Fiera, e sono tutte figure essenziali per me. Torno a Enea Righi. La cosa bella è che lui investe nella fiera la sua autorevolezza di collezionista e il suo sapere manageriale, ed entrambe le cose assieme. E questo, anche per quello che dicevo prima, è un insegnamento fondamentale per me. Poi ha un modo molto franco e diretto di rapportarsi con le persone, e un senso dell’ironia che non perde mai. Una fiera deve esprimere simpatia, anche.

Sei forlivese e hai all’attivo molte collaborazioni, diverse delle quali sul territorio Emiliano-romagnolo. Quali sono le specificità di questa terra che è stata un importante laboratorio di produzione storico – artistico e critico? 
Sono forlivese, e anche se ho lasciato la mia città non ho mai smesso di tornarci periodicamente. Il mio immaginario è nutrito di cose che raccontano la via Emilia e il suo paesaggio: Celati, Tondelli, Ghirri, ma potrei elencare a lungo. C’è una mostra, che ho potuto curare durante la prima edizione di Menegoi, nel 2019, prima cioè che cominciassi a fare la sezione Pittura XXI, che viveva di prestiti dalle istituzioni della regione (Courtesy Emilia-Romagna – Solo figura e sfondo). L’abbiamo fatta abbastanza in fretta, e molto spesso in quei mesi mi trovavo solo, dopo aver visitato una qualche istituzione lungo la via Emilia, sul binario di una stazione di provincia, a tarda sera e nella nebbia, ad aspettare un regionale. Era il massimo per me. Comunque è come dici. L’Emilia-Romagna è stata un grande laboratorio, basta pensare a quello che ha espresso negli Anni Settanta, Ottanta e Novanta nei mondi della fotografia, della letteratura, e del teatro se ci riferiamo alla Romagna, dove sono nate molte delle compagnie di ricerca più importanti degli ultimi decenni. Vivo a Roma da una quindicina d’anni, ma sono cresciuto in mezzo a queste cose. 
 
E cosa ha rappresentato Arte Fiera nella tua storia personale? 
È la prima fiera che ho visitato, quando ancora ero adolescente e ho continuato a farlo più o meno ogni anno, da allora. Diciamo che ho sempre provato verso Arte Fiera una specie di calore, un senso di familiarità, che tra l’altro trovo condivisa in moltissime persone, per non dire quasi tutti. E questo affetto, in particolare se la fiera migliora visibilmente, come è accaduto negli ultimi due tre anni, lo senti arrivare da tutti, ed è una cosa che mi riempie di orgoglio e di responsabilità. Questo serbatoio d’affetto, dato dalla lunga frequentazione, le altre fiere italiane – debbo dire – non ce l’hanno, ed è una grandissima risorsa per Arte Fiera.  
 
La comunicazione di Arte Fiera sottolinea senza equivoci l’identità italiana della manifestazione bolognese. Come si definisce questa identità e quali sono i tratti distintivi nel panorama composito e variegato delle fiere del nostro Paese? 
La fisionomia italiana che trovi ad Arte Fiera si basa su una caratteristica fondamentale: non sono solo gallerie e collezionisti dei grandi centri a essere coinvolti ma dell’Italia tutta, anche quella delle provincie e – diciamo – più periferica. C’è una parte di pubblico, e neanche tanto piccola, per la quale Arte Fiera è rimasta l’appuntamento fieristico irrinunciabile, a prescindere dai momenti o cicli più o meno brillanti. Mi chiedi poi del panorama del nostro Paese. A questa domanda risponderei solo con un’osservazione preliminare: sento spesso ripetere, e non poche volte, che non c’è spazio in Italia per tre grandi fiere. Può essere vero da certi punti di vista, squisitamente culturali, ma sai che questa osservazione non mi convince mai del tutto? Innanzitutto, perché l’esistenza delle fiere è giustificata soprattutto da logiche di mercato, cioè, banalmente, di semplice domanda e offerta, poi da strategie legate agli enti fieristici, che esulano completamente dalle logiche del sistema dell’arte. Inoltre, sorrido se penso che Arte Fiera è nata per prima in Italia, nel 1974, e ha esattamente la mia età. È una bella coincidenza, no?

Santa Nastro 

L’articolo "Arte Fiera Bologna guarda al futuro. Intervista al direttore Davide Ferri" è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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