Caporalato, ispezioni in Burger King, McDonald’s, Esselunga e Kfc per verificare i modelli organizzativi

  • Postato il 26 febbraio 2026
  • Lavoro
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Insieme a Deliveroo, nel mirino dei controlli per evitare il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori finiscono alcuni big della grande distribuzione e del fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai e KFC Kentucky Fried Chicken. Ieri nelle sedi milanesi dei gruppi – non indagati – sono arrivati carabinieri e ispettori del lavoro, perché tutti sono in “rapporti contrattuali” con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider” della piattaforma.

Dopo Glovo-Foodinho anche Deliveroo è stato raggiunto da un decreto di controllo giudiziario d’urgenza disposto dal pubblico ministero Paolo Storari: gli inquirenti ipotizzano un sistema di caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila nella penisola, con paghe fino al 90% più basse della “soglia di povertà”. I carabinieri del Gruppo tutela lavoro e i funzionari dell‘Ispettorato nazionale sul lavoro (Inl) hanno bussato contemporaneamente alla porta delle multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food. Nelle sedi, tutte collocate fra Milano e Assago, è stato chiesto di esibire “modelli organizzativi” per “verificare” se sono “idonei” a “impedire” il caporalato lungo la filiera e fra i propri fornitori.

Sembra l’approccio già utilizzato a dicembre per 13 fra i principali brand di moda e del made in Italy: fornire “organigrammi aziendali”, “sistemi di controllo interni”, i modelli 231, il “registro delle segnalazioni Whistleblowing” e l’attività di audit svolti rispetto alla “gestione dei fornitori di materie prime, beni e servizi” e alla esternalizzazione “anche parziale, della produzione, dal 2023 a oggi”. Se le regole e prassi aziendali risultassero inadeguate a prevenire sfruttamento e caporalato, si potrebbe configurare un’agevolazione colposa del caporalato: la contestazione sollevata dal pubblico ministero Paolo Storari – negli ultimi due anni – contro marchi del lusso come Armani, Dior, Louis Vuitton.

Nessuno dei 7 gruppi è indagato, ma sono in rapporti contrattuali con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider”: inclusi i 50 “fattorini” già sentiti come testimoni. Il loro reddito da lavoro (presunto) autonomo è stato confrontato con le soglie di povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento, cioè quello della logistica. Risultato: il 73% dei lavoratori percepisce cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese, soglia sotto la quale si rischia di scivolare in povertà secondo un’analisi del luglio 2024 basata su dati Istat, con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro all’anno. Rispetto al contratto nazionale risultano sottopagati l’86,5% dei rider. Fra loro c’è chi lavora “7 giorni su 7” per circa “11 ore di continuo”, loggandosi sull’app alle 11 del mattino e poi staccando alle 22 per “svolgere un secondo lavoro come facchino” arrivando a cumulare turni da “20 ore” in alcuni giorni della settimana per poter “pagare 650 euro tra affitto e utenze” e mandare altri “600 euro” alla famiglia in Nigeria. Un “ritmo di vita” che “mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha messo a verbale.

Le paghe fisse individuate sono fra i 3-4 euro a consegna. Il resto variabile “in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”, ha spiegato un altro ciclofattorino che percorre fino “150 chilometri al giorno”. Nessuno può “determinare autonomamente la tariffa”, si legge nelle 60 pagine del provvedimento, perché nell’epoca del “controllo digitale” tutti gli aspetti del ciclo lavorativo sono disciplinati dall’app: assegnazione degli ordini, workflow, geolocalizzazione, monitoraggio tramite “telemetria e stati”, sistemi reputazionali/penalizzazioni che incidono sulle “occasioni di lavoro” e sui “blocchi” degli “account”.

Entro 10 giorni, il giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi deciderà sulla convalida del decreto urgente e la nomina dell’amministratore giudiziario. Se il provvedimento riceverà luce verde, al dottor Massimiliano Poppi sarà affidato l’incarico di procedere alla “regolarizzazione” di tutti i ciclofattorini che “all’avvio” dell’inchiesta risultavano in servizio. Dovrà garantire il “rispetto delle norme” che, se violate, integrano il reato di caporalato e adottare “assetti organizzativi” societari per “evitare il ripetersi” dei fenomeni di “sfruttamento” anche prendendo scelte in “difformità” da quelle proposte da Deliveroo. Come già avvenuto per Glovo il 19 febbraio, il gip potrebbe anche imporre di “introdurre un algoritmo” che sia “capace di garantire” ai rider “un reddito compatibile con i dettami costituzionali” e “ricalcolare” gli stipendi “finora” corrisposti per rispettare il diritto a una retribuzione proporzionata alla “quantità” e alla “qualità” del lavoro svolto e comunque sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”.

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Il Fatto Quotidiano

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