C’è uno Stato parallelo in grado di condizionare i governi. Da Peter Thiel al tecnocapitalismo

  • Postato il 10 marzo 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 1 Visualizzazioni

di Luca R Perfetti*

Peter Thiel verrà a Roma per tenervi conferenze a porte chiuse. Potrebbe essere l’occasione nella quale, anche nel nostro Paese, gli intellettuali si ricordino del loro dovere di comprendere le tendenze di fondo della realtà e darvi risposta. Ma non è detto. Il suo libro The Straussian moment, ormai disponibile anche in traduzione italiana, è passato sostanzialmente inosservato. Eppure, Thiel non è un autore qualunque: fondatore con Musk di PayPal, creatore e proprietario di Palantir Technologies o Anduril Industries – protagoniste della sorveglianza tecnologica, della cybersecurity e delle imprese belliche israelo-americane di questi anni – e ideologo dell’attuale amministrazione americana.

Le ragioni per discutere le sue idee sono molte

Anzitutto, la necessità di un sistema di potere di produrre un pensiero. Al netto della sua qualità, in disparte la manipolazione delle fonti e gli errori, è indubbio che gli scritti di Thiel abbiano l’ambizione di fornire un sistema di conoscenza, un’ideologia. È un fatto non irrilevante a fronte del congedo della sinistra dagli intellettuali (fuorché i corifei) e dello sprofondare di questi nella ripetizione di formule stantie, nel bon ton della critica accompagnata all’incapacità di comprendere quel che accade – nonché nella complessiva indisponibilità a fare i conti con le responsabilità della sinistra quanto ai dispositivi della globalizzazione ed al crescere inusitato delle diseguaglianze sociali nell’Occidente.

In secondo luogo – e maggiormente – importa capire in cosa si sostanzia questo pensiero. Le tesi di Thiel sono rappresentative della strategia dell’élite imprenditoriale nordamericana, diretta a mantenere la sua supremazia globale (e chiaramente manifestata anche dall’amministrazione Biden).

I tratti essenziali dell’impianto sono il travolgimento del liberalismo, dello Stato-di-diritto, della teoria dei diritti, dell’eguaglianza, tutte manifestazioni di un pensiero debole occidentale volto all’inclusione e fondante la democrazia. Per Thiel, invece, la questione politica essenziale è quella della natura umana, che conduce alla divisione sulle questioni fondamentali e, quindi, alla violenza.

Il còmpito pubblico essenziale, quindi, è quello della garanzia della sicurezza, all’interno e all’esterno dei confini statali. Con il risultato di generare conflitti – militari o economici (basterebbe evocare le politiche doganali) o più spesso entrambi (militari con funzione economica) – verso altre nazioni. Oppure, nei confronti della società, repressivi, polizieschi e spionistici per colpire il dissenso interno, mantenere lo stato di diseguaglianza, reprimere migranti e fasce di popolazione travolte dalle disparità nei confronti della cui emarginazione (e disperazione) si dovrebbe agire con il controllo militare o poliziesco in funzione di garanzia della sicurezza e non in termini di sviluppo ed emancipazione.

Quel che maggiormente rileva è ciò che non è esplicito. Essenzialmente due cose: anzitutto, l’esistenza di uno Stato parallelo del capitale neoliberale occidentale, in grado di condizionare quasi completamente le politiche di quello tradizionale; in secondo luogo, la concreta attuazione di dispositivi nel diritto pubblico interno agli Stati e di conflitti all’esterno, del tutto funzionali agli interessi dello Stato parallelo. Il ruolo dello Stato diviene quello di essere strumento del capitale neoliberale e delle sue capacità tecnologiche in funzione difensiva della loro supremazia. L’ossessione del tecnocapitalismo è proprio quella della supremazia. E, quindi, del conflitto con le economie emergenti all’esterno dell’Occidente. La costante nostalgia di Urbano III e della crociata che si respira in Thiel non può essere disgiunta dall’interesse concreto alla protezione nei confronti dei concorrenti esterni all’Occidente.

Lo scontro di civiltà nasconde quello tra economie

Lo Stato parallelo, del resto, si dimostra davvero in grado di condizionare le politiche degli Stati tradizionali. La globalizzazione è finita. Non c’è più alcun bisogno di regole omogenee e di concorrenza. Concentrazioni finanziarie e tecnologiche non occidentali sono in grado di competere. Quindi, la supremazia militare degli Stati deve assicurare la permanenza di quella economica del capitale. Capitale neoliberale che detiene il debito pubblico, gli strumenti di informazione e creazione del consenso, le tecnologie con le quali gli Stati amministrano, gestiscono i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, la vita associata. Senza finanza e tecnologia del capitale neoliberale gli Stati crollerebbero. E lo Stato parallelo li domina, in un mondo nel quale 60.000 persone posseggono una ricchezza di tre volte superiore a quella di oltre 4 miliardi di esseri umani. Lo Stato tradizionale è uno dei dispositivi di cui quello parallelo si serve, il che spiega anche la difficoltà dell’intellighenzia di sinistra a comprendere un fenomeno per il quale lo Stato è l’avversario di libertà e diritti, anche se governato da socialdemocratici.

Lo sviluppo della legislazione è lì a dimostrarlo. Al capitale neoliberale non importa affatto la certezza del diritto, ma quella della sua singola operazione economica; ed ecco leggi ad hoc, deroghe, sospensioni. Il capitale neoliberale non ha alcun riguardo per i diritti fondamentali che, anzi, disprezza, sicché emergenze, misure securitarie, sospensioni (basti pensare alla pandemia o ai decreti sicurezza). Il capitale neoliberale non ha interesse alla concorrenza libera, ma alla conservazione della sua supremazia, ed ecco il proliferare di clausole generalissime (interesse nazionale, sicurezza nazionale e simili) come requisito per conseguire provvedimenti di accesso al mercato.

Quello che abbiamo innanzi, nella realtà e non solo nella teorizzazione di Thiel, è il diritto pubblico del conflitto, della funzionalizzazione dello Stato a quello parallelo della concentrazione di capitale neoliberale e tecnologia che, utilizzando le tecniche sperimentate nella globalizzazione e quelle, nuove, della dipendenza tecnologica, del possesso del debito pubblico, della destrutturazione (tecnologica) della società, del controllo (tecnologico) della capacità militare ed amministrativa pubbliche, è in grado di fissare le priorità dei Governi, indicare obiettivi e strumenti, determinarne la rovina, condizionarne la percezione sociale. Lo Stato nazionale è soggetto al dominio dello Stato parallelo.

Non resta, quindi, che pensare ad un bilanciamento – strutturalmente più debole al momento presente, ma crescente all’aumentare delle diseguaglianze – che si colloca sul lato della società. Riconosciuti dalla Costituzione sono i diritti fondamentali ed il pluralismo sociale; agire i propri diritti ed il pluralismo per la creazione di soggettività sociale oppositivi rispetto alle politiche autoritarie degli Stati nazionali, funzionali agli interessi di quello parallelo, sembrano l’unica strada percorribile. Pretese che, come tali, si rivolgono contro lo Stato – dominato dallo Stato parallelo.

* professore ordinario di diritto amministrativo

L'articolo C’è uno Stato parallelo in grado di condizionare i governi. Da Peter Thiel al tecnocapitalismo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti