Cioran. Tra il tragico e la commedia la disobbedienza del reale è la libertà dell’esilio


Pierfranco Bruni


In Emil Cioran il tragico della conoscenza ha un vissuto greco, le cui radici si intrecciano con il sentimento delle solitudini. È un tempo di metafisica tracciato lungo le rotte di un inquieto navigare tra mari e vento in burrasca. Restano sempre le macerie a mietere la vuotezza del perduto che, volenti o nolenti, non si riesce a ritrovare.
Si va alla ricerca non di ciò che è possibile trovare, ma dell’impossibile. Si vorrebbe rendere l’impossibile possibile. Ma non siamo divini. Non siamo immortali. Siamo esseri finiti, ovvero destinati a finire.
Nessuna religione potrà salvarci. Eppure, nonostante tutto, siamo uomini religiosi che portano dentro di sé la storia di un vissuto. Siamo uomini smarriti, perché siamo solo il presente: un presente che sparisce nel momento stesso in cui l’istante scompare e compare il ricordo, nato dall’istinto.

Cioran è nel mio cammino come un labirinto inafferrabile, come un cielo spalancato sulla notte inaffidabile. La notte è inaffidabile, tranne quando si cattura una stella. In quella stella c’è un immenso; ma se l’immenso cede all’orizzonte, la linea del finito segna la conclusione della storia.
La storia non va a spasso con il tempo. Il tempo è un cerchio oppure una retta. Per me resta un cerchio. Cioran lo ha percorso in forma labirintica, come Mircea Eliade, dandogli il volto del sacro e lo sguardo del mito.
Siamo uomini sconfitti e la sconfitta è la mancanza di eternità. Solo Dio non lo è. Può essere considerato morto, come in Nietzsche: morto in un istante, risorto per tutte le epoche del tempo reale e immaginario. Nietzsche lo ha fatto morire per farlo risorgere come salvezza dell’uomo smarrito. Lo ha fatto morire per fargli provare il senso della fine. Gli ha dato la forza, la pazienza e il coraggio di Sisifo per infliggergli la sopportazione e la disobbedienza.

Solo gli uomini in rivolta, come insegna Albert Camus, conoscono la disobbedienza perché sono liberi. Cioran ha incarnato tutto questo per nascondere il tedio del dolore, il sacrificio del dolore, la Croce della tragedia. Una via d’uscita è l’esilio. L’esilio è, appunto, la certezza della disobbedienza. Chi disobbedisce sarà condannato. L’esilio è la colpa da scontare, proprio come nel Crepuscolo dei pensieri.

Albert Camus

La verità dell’esilio è la portata della libertà. Chi abita la vera libertà sa che l’esilio è già davanti a sé, mai dietro. L’uomo in rivolta è un uomo che ha conosciuto il passato e lo ha reso memoria, ma sa anche che il suo destino è l’accettazione dell’esilio permanente. L’esilio non smetterà di accogliere i disobbedienti di ciò che si considera il reale. Si vive per restare nella debolezza o per disobbedire.
Chi accoglie la debolezza è condannato alla passività. Chi non accetta le regole e disobbedisce vivrà esiliato. Vivere è scegliere. Chi non sceglie da solo sarà scelto. La tentazione di esistere porta in dote attrazione e destino. Quale percorso scegliere?
Cioran ha scelto l’esilio perché non si è lasciato attrarre dall’attrazione, bensì dal destino. Il solo destino possibile per l’uomo libero è l’esilio. Nel viaggio il rischio è sempre incombente. Alla fine siamo tutti mortali, o forse siamo già morti.

L’universo è una geografia delle tentazioni, la cui ragnatela è un cifrario della disperazione.
Il fatto stesso che siamo mortali è già una disperazione, anche se siamo colpiti dalla negazione, o meglio dall’illusione dell’accettazione che chiamiamo consapevolezza. La consapevolezza è l’illusione dell’accettazione. Il viaggio tenta di allontanarci da tutto questo, ma è vano.
Tutto è vano se dobbiamo morire. Allora perché vivere? Per restare fedeli alla creazione? L’uomo è così banale da accettare la creazione senza pensare alla morte che arriverà.
Siamo imprigionati tra l’aurora e il tramontare. Eppure restiamo imprigionati. Ecco perché ho scelto l’esilio, senza mai firmare alcun condono. Cioran ci conduce verso un esercizio impossibile e ci sfida a raggiungere il possibile.
Siamo aurora nella nascita e tramonto nella morte. Tutto il resto è un’incognita assurda. Tutto il resto è assurdo. Siamo appiccicati alla vita perché l’assurdo ci spaventa. Siamo uomini di paura. Prendimi per mano e portami con te, Signore.
Ma dove?
Ci spaventa la morte. Ma perché non ci spaventa la creazione? Volontà della nascita, impotenza della vita nel diventare morte. Brividi. Brutta faccenda. Eppure non smetto di credere che Dio c’è e che, nonostante tutto, siamo commedia nel tragico. La vera libertà resta l’esilio, perché allontana da tutto.

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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.

Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.

Incarichi in capo al Ministero della Cultura:

Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.

È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.

Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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