Diosdado Cabello, chi è il leader ombra del regime (e primo nemico degli Usa) che ora vuole il potere in Venezuela

  • Postato il 4 gennaio 2026
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La cattura di Nicolás Maduro dopo tre ore di bombardamento statunitense non segna la fine del Chavismo. In fondo, la trentennale struttura politica e militare, profondamente radicata a Caracas, resta in piedi, anche se ferita. La sua guida, in queste ore difficili, è il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello Rondón: classe 1963, “numero due” di facciata, ma leader ombra della Revolución. Lo sa bene la Dea, che su di lui ha posto una taglia da 25 milioni di dollari: la metà di quanti offerti per Maduro, ma sempre pronta ad aumentare, a seconda del bisogno. Lo sapeva già Hugo Chávez che nel suo ultimo discorso a fine 2012, poco prima dell’intervento a Cuba, chiese di eleggere Maduro, affidando a Diosdado la vera politica, quella dietro le quinte. “Dovevate pregare perché Chávez rimanesse in vita, signori dell’opposizione”, ha avvertito dopo l’annuncio della morte del leader rivoluzionario, osservando: “Era lui l’unica diga nei confronti di molte idee folli che talvolta ci passano per la testa”.

Fedelissimo di Chávez
A soli 29 anni Cabello ha preso parte all’insurrezione militare guidata dall’allora tenente colonello Chávez contro il governo di Carlos Andrés Pérez. Neppure il carcere lo ha piegato. Diosdado c’era quando Chávez ha fatto i primi passi in politica ed è stato tra i primi a presidiare le strade di Caracas subito dopo l’attacco statunitense, mentre lo Stato maggiore era ancora sotto choc. “Molta calma, nessuno deve cadere nella disperazione e facilitare le cose al nemico invasore”, ha detto subito dopo la cattura di Maduro. “Non è la prima battaglia – ha spiegato – c’è un popolo organizzato che sa ciò che deve fare”. Nel dire “non è la prima battaglia” avrà sicuramente pensato al colpo di Stato subito dal Chávez nell’aprile 2002, tornato al potere tre giorni dopo. Cabello ha contribuito alla deposizione del golpista Pedro Carmona Estanga venendo eletto presidente ad interim per un giorno, fino al ritorno del comandante.

L’ascesa al potere
Dai primi anni duemila la sua carriera ha registrato un’impennata: dall’elezione a governatore dello Stato di Miranda, fino all’incarico agli Interni, Giustizia e Pace, con il conseguente controllo sulle Forze dell’ordine. Tant’è che suo cugino, Alexis Rodríguez Cabello, è l’attuale direttore del Servizio bolivariano di intelligence. Ha così attirato l’attenzione dell’amministrazione Usa che dal 2020 lo reputa “membro del Cartel de los Soles” e collegamento tra Palazzo di Miraflores e le guerriglie colombiane. Sospetti rafforzati per i suoi anni di militanza giovanile in “Bandiera Rossa“, un’organizzazione di sinistra extra-parlamentare.

Ma non c’è solo l’ideale. Diosdado è stato segnalato per diverse trame di corruzione, diventando bersaglio di sanzioni Usa per aver “accettato 100 milioni di dollari in tangenti” dall’appaltatrice Odebrecht. Allora i suoi asset negli Stati Uniti, dal valore di 800 milioni di dollari, sono stati congelati. Il ministro è anche proprietario di imprese locali – FarmAhorro, RS21 ed EVEBACumaná – ed è stato collegato a un conto corrente da 21,5 milioni di dollari in Germania.

L’unione degli opposti
Lui è quindi la sintesi fra l’ala della prima ora e la corrente radicale della Revolución. Da un lato: ordina arresti e persecuzioni esponendo gli oppositori nella sua trasmissione personale Con el mazo dando (Colpendo con la mazza). Dall’atro: è colui che gestisce le trattative complicate, come la consegna dell’oppositore Leopoldo López, il 18 febbraio 2014, accompagnandolo personalmente a Ramo Verde, e il rilascio di alcuni detenuti stranieri da El Rodeo I, portandoli direttamente presso le loro ambasciate. “Visto dall’esterno Diosdado sembra un mastino, intrattabile, sempre iracondo. Ma in realtà è sempre stato un interlocutore valido, disponibile al dialogo”, dice a Ilfattoquotidiano.it una fonte di Un Nuevo Tiempo, partito socialdemocratico della galassia delle opposizioni. Tuttavia la sua disponibilità non è sinonimo di debolezza, ma è volta alla conservazione del potere. Diosdado resta l’ostacolo più grande per un’eventuale transizione annunciata proprio da Donald Trump. Diosdado, sanzionato anche dall’Ue per aver “deteriorato la democrazia venezuelana”, si è preparato a lungo per quest’emergenza, trasformando Caracas nella sua trincea. E poco importa il ruolo: lui è un po’ il “sovrano” descritto da Carl Schmitt che decide “sullo stato di eccezione”.

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Il Fatto Quotidiano

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