Elena Basile racconta il suo viaggio in Iran: “Non mi sono sentita in pericolo. Ci sono zone di straricchi accanto a povertà estrema”
- Postato il 15 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Un Iran diverso da quello raccontato dalle allerte occidentali e da una parte della stampa internazionale. È l’immagine restituita dall’ex ambasciatrice Elena Basile, intervenuta a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, dopo un soggiorno di dieci giorni nel Paese. Un viaggio che Basile ha raccontato anche in un resoconto pubblicato su Il Fatto Quotidiano e che, ai microfoni della radio, diventa una presa di posizione ferma contro quella che definisce una narrazione “quasi farsesca” degli eventi.
“Forse ora risulterò poco credibile, oppure verrò accusata di essere oltre che filoputiniana anche filo-ayatollah”, premette Basile, spiegando di essere partita “abbastanza preoccupata in virtù delle allerte dei ministeri degli esteri europei che fanno capire che se si va in Iran si rischia di essere subito arrestati e sbattuti in carcere”. Un timore legato a un contesto tipico di una guerra in “un paese sotto attacco continuo israelo-americano”, con l’Europa “allineata anche nell’interpretazione illegale di quanto sta succedendo nel negoziato sul nucleare”.
Eppure, una volta sul posto, il quadro che emerge secondo lei è diverso. “Io non ho trovato questo – spiega l’ex diplomatica – Ho trovato occidentali che camminavano per strada, dei turisti che non si sentivano in pericolo”. Basile racconta di aver attraversato il Paese, di essersi mossa a Teheran da un quartiere all’altro con una guida, ma decidendo autonomamente cosa vedere.Alla domanda del conduttore Gianluca Fabi su eventuali timori della guida, la risposta è secca: “No”. L’unica raccomandazione, precisa, è evitare le manifestazioni: “Non ci sono andata, non sono folle. È ovvio che se un occidentale va nelle manifestazioni, scatta fotografie alla polizia, pronuncia slogan contro il governo, rischia di essere arrestato”. Un rischio che, secondo Basile, vale anche per comportamenti vietati come bere alcol in pubblico.
Il nodo centrale del suo racconto è la percezione del controllo sul territorio. “Non si nota uno stato di polizia”, afferma, spiegando che un clima repressivo si riconosce “quando ci sono poliziotti schierati, blocchi, controlli di documenti, o quando le persone temono e non parlano”. In Iran, sostiene, ha osservato l’opposto: “Io ho parlato con tutti, nei ristoranti, nei bar e per strada ad alta voce contro il regime”. Un atteggiamento che, secondo Basile, non appartiene ai regimi autoritari: “Le persone in una dittatura non parlano male del governo. Temono”. È ciò che dice di aver visto nella Romania di Ceausescu, “ma era così anche ai tempi dello Scià ed è così anche in Arabia Saudita”.
Il giudizio sul sistema politico resta comunque severo: “L’Iran ha un potere teocratico che ha sempre l’ultima parola e che sicuramente coi pasdaran ha fatto del male anche quando le manifestazioni erano pacifiche”. Dai riformisti, racconta l’ex ambasciatrice, ha raccolto testimonianze di repressioni “brutali anche in situazioni più distese per il governo”.
Quanto alle proteste più recenti, Basile sottolinea che nascono da motivazioni economiche: “Una crisi tremenda”, che colpisce uno strato sociale cruciale, i commercianti dei bazar, “che non arrivano a fine mese perché quello che guadagnano il giorno dopo l’inflazione se l’è mangiata”.
Il quadro che emerge è quello di un Paese profondamente diseguale. “C’è una povertà straordinaria, però c’è anche un coefficiente di Gini che fa impressione”, con “un Iran di straricchi” fatto di “centri commerciali megagalattici, locali e ristoranti che non abbiamo neanche a Roma” accanto a “una povertà infinita”. Le prime reazioni del potere politico alle proteste iniziate il 28 dicembre, ricorda, vanno nella direzione del riconoscimento delle rivendicazioni sociali: “La gente ha ragione, c’è una crisi economica tremenda, dobbiamo fare le riforme”.
Il cambio di scenario arriva, secondo Basile, con l’intervento esterno. L’ex ambasciatrice cita le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu e di Mike Pompeo, che avrebbero parlato di agenti del Mossad e della Cia presenti tra i manifestanti. “Il confine occidentale dell’Iran è permeabile”, afferma, riferendo di milizie curde armate e di un’élite addestrata che ha assaltato edifici pubblici, forze di polizia, una banca e una clinica. Una fase che avrebbe causato, secondo la versione ufficiale, centinaia di morti tra le forze dell’ordine.
Sui numeri complessivi delle vittime Basile invita alla cautela. Le stime circolate in Occidente, rilanciate anche dal The New York Times, parlano di migliaia di morti ma, osserva, “non stabiliscono le fonti”. “Poi si passa a 12mila morti e dove sono queste fonti? Nelle Ong finanziate dagli americani”. Da qui una valutazione tranchant: “Una certa parte della stampa oggi è illegibile”.
Alla domanda di Savino Balzano sui filmati di obitori pieni e sulle cifre che arrivano fino a 20mila morti, Basile risponde rivendicando l’esperienza diretta. “Questa è una guerra, quindi non posso fare affidamento né sulla stampa né sulle dichiarazioni governative iraniane, ma neanche sulla propaganda occidentale”. E aggiunge: “Ero lì e le ho viste queste cose. Ho anche parlato coi giovani che andavano a protestare”. Nei giorni delle manifestazioni, racconta, “le città erano aperte” e la presenza delle forze dell’ordine appariva limitata. “Non ho visto schieramenti pronti ad ammazzare 3mila, 10mila, 20mila persone. Avrei dovuto notare un clima completamente diverso”.
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