Fratelli d’Italia vuole punire l’apologia di mafia. Come non concordare? Ma c’è un corto circuito
- Postato il 10 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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La furia dei Fratelli d’Italia contro la mafia non conosce cedimenti: sarà punibile con tre (3!) anni di carcere chi parlerà bene della mafia, parola del senatore Raoul Russo primo firmatario della proposta di legge n. 1655 che ha cominciato il suo iter in Senato. Il compianto Silvio Berlusconi dall’aldilà pare che abbia tirato un sospiro di sollievo per il pericolo scampato, seppure a caro prezzo.
Letteralmente:
Dopo l’articolo 416-bis.1 del codice penale è inserito il seguente:
« Art. 416-bis.2. – (Apologia e istigazione relative al fenomeno della criminalità organizzata o mafiosa) – Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque pubblicamente esalta princìpi, fatti o metodi propri della criminalità organizzata di tipo mafioso o persone condannate per i reati di cui all’articolo 416-bis o ne ripropone atti o comportamenti, con inequivocabile intento apologetico, allo scopo di determinare un concreto pericolo di commettere reati simili, è punito con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da euro 1.000 a euro 10.000.
La pena di cui al primo comma è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso a mezzo della stampa o attraverso strumenti telematici o informatici”
Nella relazione che accompagna la proposta si trovano parole forti:
“Da anni si susseguono sotto varie forme episodi di vera e propria apologia della criminalità organizzata. Si pensi agli ‘inchini’ dinnanzi alle residenze di personaggi legati alla malavita nel corso di processioni religiose, ai funerali in pompa magna di ‘boss’ locali, alla costruzione di altarini e monumenti in memoria di persone legate alla malavita organizzata o mafiosa, alla pubblicazione di messaggi sulle piattaforme digitali. Non meno significativi sono i testi delle canzoni, che contengono messaggi espliciti di esaltazione della malavita e della criminalità organizzata, attraverso la glorificazione di figure o episodi ad esse collegate. Si pensi, ancora, alla sempre più frequente diffusione, soprattutto tramite social, di messaggi di esaltazione ed apologia all’atteggiamento mafioso, trasfuso in stili di vita da emulare”.
Come non concordare sulla gravità di tutte queste condotte? Rappresentano infatti nella loro pervasiva diffusione un segnale inquietante che prova antiche fascinazioni per un certo modo di stare al mondo, più precisamente per un certo modo di esercitare il potere, un segnale che avverte al contempo della fragilità della cultura democratica ossequiosa di regole poste a baluardo delle ragioni del vulnerabile contro le pretese del forte per natura e che misura, di generazione in generazione, la distanza tra un esibito contrasto alle mafie e l’effettivo sovvertimento dei paradigmi di riferimento. Insomma: la mafia resta “sexy”!
Ma tralasciando riflessioni generali relative alla opportunità di adoperare la leva penale per stigmatizzare il disvalore sociale dell’espressione del pensiero, questione questa che continua a tormentare quel che resta delle nostra Costituzioni repubblicana tra nostalgie fasciste, sospese tra sterili commemorazioni e concrete proiezioni politiche, discorsi d’odio che fomentano prevaricazioni d’ogni tipo, confini incerti tra anti-semitismo e critica legittima al Governo di Israele e tralasciando pure la riflessione sul pericolo che una norma del genere diventi un ulteriore strumento di compressione della libertà di espressione artistica (si pensi alle cicliche critiche contro Gomorra o Mare fuori), bisogna almeno che ci si soffermi sul corto circuito in cui casca la destra nazionalista degli “eredi-al-quadrato” (del Duce e di Berlusconi) che governa l’Italia da oltre tre anni.
Chi può dimenticare infatti le parole di Berlusconi su Vittorio Mangano, pregiudicato per mafia, definito pubblicamente un “eroe”? Chi può dimenticare l’apporto costitutivo di Marcello Dell’Utri, condannato per mafia, non soltanto nella fondazione di Forza Italia, ma dell’intero “centro-destra”, attraverso il ruolo cardinale ricoperto, ieri come oggi (si pensi alla campagna referendaria), dalle reti del Biscione, autentiche “piazze” mediatiche permanenti dalle quali comiziare h24?
E se merita tre anni di carcere l’improvvido mercante che promuova il “Messina Denaro style” con tanto di evocativi occhiali a goccia e di montone resistente alla pioggia, quanti ne merita chi, in modo inequivocabile, “l’inchino” lo fa continuando a considerare riferimenti autorevoli dei condannati per mafia come Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, con i quali discutere del futuro di Palermo, della Sicilia e del Paese tutto? Infine, onorevole Russo, quanto carcere meriterebbe chi in Sicilia scegliesse proprio il 19 Luglio per organizzare una scoppiettante festa di nozze, invitando accuratamente tutto il giro che conta e che sconta? A volte un confetto, vale più di mille “baciamo le mani”.
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