Garante privacy, cosa succede ora sul fronte giudiziario? C’è un fatto importante su cui riflettere

  • Postato il 19 gennaio 2026
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La notizia è oramai nota. Il Collegio del Garante Privacy è stato investito da una burrasca mediatica che si è trasformata il 15 gennaio anche in una tempesta giudiziaria, attraverso l’avvio di un procedimento penale con capi di imputazione provvisori, a carico dei componenti del Collegio, di peculato ( per le spese “pazze”) e di corruzione (per presunti favoritismi nell’emissione o, all’opposto, di omissione di provvedimenti).

Nel frattempo il membro del Collegio, Guido Scorza, ha rassegnato le proprie dimissioni. Ma ora cosa potrà accadere dal punto di vista giudiziario?

Il procedimento ha debuttato con l’adozione di misure cautelari reali di sequestro, conseguenti a perquisizione. La prima – e più ovvia – cosa e che gli indagati avranno presentato una richiesta di riesame della misura cautelare reale (cioè dei dispositivi, pc, telefoni, documenti) reperiti nel corso della perquisizione presso gli Uffici del garante e le abitazioni private, lamentando l’inesistenza dei presupposti per procedere alla misura.

E’ una mossa che si adotta sempre in questo caso, anche se non vi sono i presupposti per farlo, perché in questo modo il Pubblico Ministero ha l’obbligo di trasmettere gli atti su cui si fondano le indagini, al Tribunale della libertà (del Riesame), in tempi brevissimi, consentendo agli indagati di poter accedere agli atti che altrimenti sarebbero disponibili dopo molti mesi solo a fine indagine. In proposito si adotta la formula della “richiesta di riesame con riserva di motivi”.

Una volta avuto accesso agli atti, si formulerà l’impugnazione vera e propria ed il Tribunale, ed eventualmente la Corte di Cassazione, potranno confermare o revocare il sequestro. Si parla di un periodo temporale di due settimane (tenendo presenti gli impegni del Tribunale di Roma) massimo.

Nel caso specifico del Garante c’è un fatto importante su cui però riflettere.

Poiché i componenti del Garante, con l’eccezione di Scorza, hanno deciso in blocco di rimanere al loro posto, si verificherà la situazione in cui il Collegio, ovvero l’organo sovraordinato, che intende proseguire le proprie funzioni, verrà a conoscere, e a poter concretamente operare, nel bene e nel male, nei confronti dei dipendenti che sono stati ascoltati dalla Procura di Roma, con i rischi per i lavoratori che non è difficile immaginare.

Sono questi i motivi tra gli altri che, in presenza di ipotesi di reati contro le pubbliche amministrazioni, consigliano di solito i vertici nel fare un passo indietro, anche al fine di evitare che maturino, magari inconsapevolmente, i presupposti per l’applicazione di misure più gravi quali le misure coercitive personali della custodia cautelare o, per i reati specifici contestati, la sospensione dall’esercizio delle funzioni del pubblico ufficiale, disposta dal pubblico Ministero in base all’art 289 del codice di procedura penale.

In casi come questi la formula di compromesso per non fare un definitivo passo indietro è l’auto-sospensione, seguita dall’assoluta mancanza di contatti con gli altri co-indagati, e, elemento imprescindibile il silenzio degli indagati, inteso come contegno necessario per poter raggiungere poi l’obiettivo di superare questa delicatissima fase processuale.

Successivamente, quando il procedimento verrà definitivamente incardinato, ed i capi di imputazione diverranno definitivi, si potrà passare ad una difesa nel merito, che a quanto filtra da alcune ipotesi riportate dalla stampa, si concentrerebbe preliminarmente, sulla natura di spese “autorizzate”, quanto alle accuse di peculato, sulla genericità delle imputazioni quanto all’accusa di corruzione, e sull’acquisizione di documenti e testimonianze (in senso tecnico nel corso dell’inchiesta giornalistica) avvenute al di fuori dei meccanismi di acquisizione delle fonti di prova previste dal codice di procedura penale.

Come questo stato di cose, soprattutto dal punto di vista della continuità amministrativa possa adattarsi al lavoro di un organo istituzionale di quel rilievo, ai rapporti che devono intercorrere tra i dipendenti e i componenti del Collegio, alla tutela dei cittadini e come questo possa garantire una qualche forma di “sopravvivenza” dell’organo, prima della naturale scadenza del 2027, è una domanda che dovrebbero porsi tutti coloro che sono coinvolti in questa vicenda, e che sembrano invece in tutt’altro affaccendati.

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Il Fatto Quotidiano

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