Giornata della Memoria, i calabresi che dissero no al nazifascismo

  • Postato il 27 gennaio 2026
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Giornata della Memoria, i calabresi che dissero no al nazifascismo

Giornata della Memoria, intervista al docente Giuseppe Ferraro sulla storia degli Internati militari italiani (Imi). Tanti i calabresi che dissero no al nazifascismo


COSENZA – Dimenticati per troppi anni. La storia degli Internati militari italiani (Imi) nei lager nazisti nel biennio 1943-1945 ha rappresentato un’eredità scomoda e poco funzionale per i fini politici dell’Italia del Dopoguerra. Una pagina di storia nazionale poco nota su cui, dopo decenni, si sta dando finalmente il giusto risalto.

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Ferraro, ricercatore e storico dell’età contemporanea, studioso del fenomeno della prigionia nei due conflitti mondiali, in particolare della vicenda degli Imi, a questo argomento infatti ha dedicato una importante monografia. Dirige l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, è dirigente dell’Istituto calabrese per l’antifascismo e l’Italia contemporanea, già Deputato di storia patria per la Calabria e membro dell’Aiparc.

Le ricorrenze nel calendario civile nazionale aumentano. Nel gennaio 2025 è stata istituita in Italia anche la Giornata degli Imi nei campi nazisti. Secondo lei quali sono i “rischi” di queste giornate memoriali?

«Uno dei rischi principali, a mio avviso, è quello di far prevalere maggiormente la dimensione memoriale, celebrativa e commemorativa, a discapito di quella più prettamente storico-critica e di formazione civica di queste ricorrenze. La memoria non è storia, per farla diventare tale ha bisogno di essere oggetto del lavoro dello storico.

Queste giornate servono a formare una cittadinanza critica e resiliente, quando il “pensare storicamente” è marginale si corre il rischio contrario. Per quanto riguarda l’istituzione di una giornata sugli internati militari italiani si è voluto, ed hanno fatto bene, “risanare” una ferita: il cono d’ombra che aveva subito la storia dei circa 650.000 soldati italiani in mano ai tedeschi tra il 1943 e il 1945».

Quando parla di cono d’ombra si riferisce al fatto che la storia degli Imi solo negli ultimi decenni si è cominciata a raccontarla?

«Fino agli anni novanta del Novecento la storia degli Imi negli studi e nelle ricerche fu marginale, per non parlare nel discorso pubblico. A partire da questo decennio invece, a livello storiografico, c’è stata la pubblicazione di una serie di contributi che hanno permesso di conoscere meglio questa pagina della Seconda guerra mondiale e farla penetrare lentamente anche nella comunità civile. Le storie degli Imi infatti ebbero una sorta di vita carsica, custodita gelosamente nella memoria di chi ebbe la fortuna di ritornare a casa e nelle famiglie dei morti nei campi di internamento (circa 50.000)».

Quali furono le ragioni di questo oblio?

«Furono diverse, in un certo senso personali e pubbliche. Per quanto riguarda quelle personali l’internamento fu un trauma e un’umiliazione a prescindere dalle sofferenze di cui furono oggetto gli Imi. Ritornati a casa si preferì dimenticare o nascondere questa storia. Nei casi più fortunati questa esperienza venne custodita in qualche diario scritto durante l’internamento, nella corrispondenza o in memorie postume.

Ma per anni furono gelosamente tenute nascoste. Si sentivano soldati che si erano arresi, appartenuti all’esercito di Mussolini e di Badoglio, quindi fascisti. A livello pubblico e politico non vi era nessuna opportunità di portare alla luce una storia che metteva a dura prova l’immagine dello Stato italiano protagonista di una guerra disastrosa e che aveva anche nel 1943 cambiato alleati.

Le storie di sofferenze degli Imi avrebbero fatto interrogare l’opinione pubblica sulle responsabilità della monarchia, dello stato maggiore dell’esercito per aver lasciato anche senza guida centinaia di migliaia di soldati dopo l’armistizio. Ma anche di tanti esponenti della gerarchia militare-statale fascista nel frattempo riciclatisi nel nuovo assetto repubblicano.

Anche a livello internazionale, il clima di guerra fredda, il riavvicinamento alla Germania occidentale, dove molti italiani iniziarono ad emigrare in cerca di lavoro, fece percepire la storia degli Imi ingombrante».

La prigionia caratterizza tutte le guerre. I due conflitti mondiali hanno inaugurato una prigionia di massa ed estesa a livello mondiale. Lei ha studiato la prigionia in entrambe le guerre. Quali sono le ragioni per cui la vicenda Imi si differenzia da tutte le altre?

«Credo che sia importante dire brevemente chi apparteneva al mondo degli Imi. Sono quei militari che, a partire dall’8 settembre 1943, giorno della proclamazione dell’armistizio italiano, furono fatti prigionieri dai tedeschi sui vari fronti dello scacchiere militare. Il 20 settembre 1943, in seguito ad una disposizione di Adolf Hitler, gli italiani catturati dopo l’armistizio furono considerati non più prigionieri ma internati militari, in quanto ritenuti appartenenti allo Stato fascista.

Questo status rendeva gli internati militari completamente dipendenti dalla benevolenza dei tedeschi, inoltre permetteva più facilmente le violazioni delle leggi di guerra e di quei diritti che, in anni più tardi, saranno definiti umani.

Gli internati militari italiani, non essendo considerati prigionieri di guerra, non potevano infatti beneficiare di tutte quelle garanzie che la Convenzione di Ginevra del 1929 e il diritto internazionale assicuravano ai militari di altre nazioni».

In questo mondo degli Imi, come lei l’ha definito, ci sono storie anche di militari calabresi?

«Tante e poche allo stesso tempo. Non sono pochi i calabresi che furono destinati nei campi nazisti come Imi, si trattava di soldati rimasti bloccati soprattutto fuori i confini nazionali a causa dell’armistizio o presenti in territorio italiano, ma controllato essenzialmente dai tedeschi. Solo recentemente sono emerse queste storie, poche a dire la verità, quindi ancora c’è molto da lavorare. Le condizioni degli Imi calabresi, come anche per altri meridionali internati, erano più dure per la lontananza dalle proprie famiglie e l’impossibilità di comunicare con esse. Tutto questo rendeva la prigionia ancora più insopportabile.

Le comunicazioni tra gli internati e le loro famiglie, pur rimanendo possibili tramite corrispondenza ogni 15 giorni, erano infatti molto ridotte soprattutto per quelli provenienti da regioni del sud Italia. La situazione militare italiana, occupata a nord dai nazifascisti e a sud dagli angloamericani, rendeva infatti le comunicazioni postali difficili.

Alcuni internati cercavano di mitigare questa mancanza di comunicazione scrivendo ad amici e parenti che abitavano in province del nord Italia, nella speranza che questi a loro volta informassero in qualche maniera i parenti in Calabria. La provenienza geografica degli internati influiva moltissimo sulla vita nei campi.

Peggiorava, infatti, anche le condizioni alimentari ed economiche dei singoli internati che non potevano ricevere pacchi alimentari, vestiti e altri aiuti, di cui invece potevano godere maggiormente quelli di provenienza settentrionale».

Professore possiamo ben dire che la guerra per la Calabria non finì a settembre del 1943?

«Lo sbarco alleato in Calabria, il 3 settembre 1943, non rappresentò automaticamente per la regione la fine della guerra. La guerra sarebbe durata, con tutti i suoi traumi, per un periodo più lungo della liberazione/occupazione angloamericana sia all’interno dei confini regionali che all’esterno, come dimostrava la partecipazione di centinaia di calabresi alla Resistenza e degli Imi. Altri militari calabresi si ritrovarono a combattere la guerra in maniera diversa, ma non per questo meno sofferta, come prigionieri degli Alleati».

Le storie degli Imi sono una testimonianza di coraggio, una scelta etica, mi riferisco al loro No a collaborare con l’ex alleato nazista. Ma alcuni aderirono alla Repubblica sociale italiana di Mussolini. Brevemente può farci comprendere la sua visione su questi Imi che dissero di nuovo sì al fascismo?

«La posizione, della maggior parte degli Imi, di dire no a collaborare con la Repubblica sociale italiana, fu un’altra forma di resistenza e di riscatto per un’Italia che era stata laboratorio per il fascismo in Europa, stretta alleata della follia militare nazista, anche nella persecuzione razziale. Ma vorrei essere chiaro su questo aspetto: alcune scelte e ragioni con la riflessione storiografica assumono una profondità diversa, il compito dello storico non è quello del giudice come ha ben insegnato Marc Bloch. Bisogna vedere le cause profonde di queste adesioni.

Non sempre furono adesioni all’ideologia fascista, ma dettate dalla contingenza, dalla disperazione, dal tentativo di ritornare almeno in Italia. Non tutti nascono eroi. Infatti alcuni Imi che aderirono a Salò, appena arrivati in Italia, sbandarono e finirono per ingrossare le bande partigiane. E poi era una generazione che per anni era stata prigioniera di una propaganda penetrante, che aveva plasmato e manipolato le mentalità.

Insomma ebbero bisogno del tempo per svegliarsi dall’incubo nazifascista che era stato fatto passare come un sogno. Solo in politica è più facile cambiare casacca. Quindi, in questi casi, io starei attento alle generalizzazioni, criminalizzazioni e ai facili giudizi».

Oggi gli Imi cosa possono significare per la società civile e la scuola?

«L’Europa attuale e il mondo in generale vivono un contesto geopolitico di profonda instabilità. Per la prima volta, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, alcune conquiste che per gli europei sembravano ormai una certezza, come la pace, la sicurezza e la prosperità, sono divenute più fragili. Gli Imi ci possono testimoniare, ad oltre 80 anni di distanza, cosa significa la guerra, l’odio e il nazionalismo esasperato. Ma sono anche una testimonianza di resilienza con il loro no. di continuare a combattere affianco del nazifascismo.

Poi ci ricordano che la storia spesso è chiusa in un cassetto, chissà quante biografie di Imi aspettano per essere raccontate, diari e lettere pronte a diventare materiale per la riflessione storica. Ci rammentano che la storia non è qualcosa di astratto, passa dalle strade, dalle contrade di tutte e tutti, quindi anche da casa nostra.

Un’ultima cosa: la storia degli Imi è un monito, nella storia i ruoli di vittima e carnefice si possono ribaltare, pensare che “a noi non succederà”, non è una certezza. Concludo con una bella espressione di uno dei principali studiosi degli Imi, Gerard Schreiber: tra il 1943-1945 nei campi di internamento gli italiani incontrarono non “i tedeschi, ma dei tedeschi”».

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