Guerra in Medio Oriente e shock energetico, Calabria in affanno

  • Postato il 10 marzo 2026
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Guerra in Medio Oriente e shock energetico, Calabria in affanno

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Caro petrolio: la professoressa Valeria Pupo del Desf Unical spiega in quali settori, quanto e perché pesa la guerra in Medio Oriente nelle tasche degli italiani e dei calabresi


«Non mi sono mai vantato di viaggi costosi, ma sono appena rientrato dal benzinaio» (dal web). La guerra in Medio Oriente esplode e il mondo è non solo con il fiato sospeso, ma anche con gli occhi puntati sul portafoglio. Frasi, meme, denunce che pullulano sui social sono lo specchio delle conseguenze di natura economica che, a pochi giorni dall’attacco di Usa e Israele contro l’Iran, sembrano già bussare alle case degli italiani. Il problema, tanto complesso quanto reale, lo abbiamo affrontato con Valeria Pupo, docente di Economia applicata Desf Unical: il perché dello «shock immediato sui mercati globali», i settori a rischio, il guaio delle speculazioni e una situazione che, alle nostre latitudini, deve fare necessariamente i conti con una «debolezza strutturale storica».

Professoressa Pupo, il conflitto in Medio Oriente sta sconvolgendo il mondo mettendo tra l’altro alla prova la tenuta dell’economia globale. Cosa accadrà ora alle tasche degli italiani? Quali i settori maggiormente colpiti e perché.

«Il conflitto ha generato uno shock immediato sui mercati globali. Sebbene la situazione sia in rapida evoluzione, le conseguenze economiche principali si concentrano su tre fronti strettamente interconnessi tra di loro: energia, inflazione e stabilità finanziaria. Riguardo al mercato energetico, il timore principale riguarda la sicurezza delle rotte commerciali. I paesi del Golfo sono tra i maggiori produttori di gas e petrolio al mondo, e con la guerra si è bloccata la circolazione nello stretto di Hormuz, che è l’unico canale da cui gas e petrolio trasportati via nave possono uscire dal golfo Persico e da cui transita circa il 20% della fornitura globale di petrolio e gas naturale liquefatto venduti al mondo. L’interruzione del commercio ha già fatto aumentare i prezzi di gas e petrolio. Il Brent è balzato da circa 70$ a 90$ (6 marzo) al barile in pochi giorni.

«L’Italia molto esposta alla guerra in Medio Oriente»

Alcuni analisti prevedono picchi di 100-150$ in caso di blocco prolungato. Inoltre, mercoledì il Qatar ha interrotto del tutto la produzione di gas naturale, per via degli attacchi dell’Iran e questo ha spinto i prezzi del gas in Europa verso l’alto di oltre il 20%. È bene sottolineare che tra i paesi che ne importano di più da lì c’è l’Italia, poiché dall’inizio della guerra in Ucraina, per ridurre la dipendenza dal gas russo, ha fatto affidamento su quello proveniente dal Qatar che oggi fornisce circa 10 per cento di tutto il gas importato.

Dal lato dell’energia quindi l’Italia è molto esposta alla guerra in Medio Oriente e, a seconda di quanto durerà, potrebbe causare un problema di approvvigionamento. La preoccupazione maggiore è che l’aumento dei costi energetici possa comportare un rischio di stagflazione, cioè, inflazione e al contempo riduzione della crescita economica, peggiorata da un aumento dei tassi di interesse.

Mentre prima del conflitto ci si aspettava un taglio dei tassi, ora la BCE e la Federal Reserve potrebbero essere costrette ad aumentarli per contrastare la nuova spinta inflazionistica. Infine, l’incertezza geopolitica comporta instabilità finanziaria come testimoniato dalla fuga degli investitori verso i “beni rifugio” come l’oro che è in rialzo significativo come protezione contro l’instabilità e dalle perdite dei principali indici di borsa (Dow Jones, Nikkei, borse europee). È facile prevedere un peggioramento sia per i cittadini sia per le imprese. In quest’ultimo caso, in qualunque settore produttivo esse operino, sebbene le industrie “energivore” (ad esempio, acciaio, ceramica, vetro, chimica, carta) ne risentiranno di più».

Alcuni raccontano di gas ancora a 70 centesimi in alcuni distributori, “schizzato” a un euro in altri. Quanto incide il rischio speculazioni in questo caso?

«Difficile dirlo. Il rischio geopolitico per l’approvvigionamento energetico legato all’Iran è oggettivo, ma uno sbalzo immediato su carburante già presente sul suolo italiano è pura speculazione preventiva che sfrutta l’asimmetria informativa e le temporanee distorsioni del mercato. Ci sono due tipi di speculazione. La prima è la speculazione finanziaria. In borsa, i trader non aspettano che il gas o il petrolio manchino fisicamente: scommettono sulla scarsità di domani comprando contratti oggi. Questa speculazione finanziaria fa schizzare i prezzi all’ingrosso in tempo reale, ancor prima che una sola nave venga effettivamente bloccata.

La seconda è una speculazione alla pompa. Il gestore che vende a 70 centesimi sta vendendo il carburante che ha fisicamente stoccato nelle cisterne, acquistato dai grossisti settimane fa a prezzi pre-guerra. Il distributore che vende a 1 euro, o la compagnia petrolifera che gli impone i prezzi, sta applicando due meccanismi. Il primo è allineare immediatamente il prezzo al dettaglio al costo che dovrà sostenere domani per riempire di nuovo la cisterna. Il secondo è approfittare del panico, cioè aumentare i prezzi al primo telegiornale che annuncia una crisi, salvo farli scendere piano piano quando l’emergenza rientra».

Le politiche restrittive (per esempio sul gas russo) quanto influiscono nel non permettere agli industriali di muoversi liberamente sul mercato?

«Influiscono in modo drastico e strutturale. Il gas viaggia per lo più in tubi. Quando una politica restrittiva vieta l’acquisto da un fornitore dominante a cui sei collegato fisicamente (come l’Europa con la Russia), l’industriale non può semplicemente rivolgersi altrove il mattino seguente. Sostituire il gas via tubo con il gas naturale liquefatto via nave richiede grandi infrastrutture (rigassificatori, porti specializzati) che, a loro volta, richiedono anni per essere costruite, rendendo l’imprenditore prigioniero dei pochi fornitori accessibili.

Inoltre, in un libero mercato, se il fornitore Alza troppo i prezzi, l’industriale va dal fornitore B. Le politiche restrittive spazzano via questa dinamica. Eliminando uno dei maggiori fornitori mondiali dal mercato legale, i fornitori rimanenti (es. Stati Uniti, Qatar, Norvegia) acquisiscono un potere di mercato oligopolistico in cui l’industriale si trova a subire il prezzo, con poco margine di trattativa. Infine, si produce un’asimmetria competitiva globale. Mentre un industriale europeo del vetro o dell’acciaio è costretto a comprare gas naturale liquido americano a prezzi altissimi a causa delle sanzioni, il suo concorrente in India o in Cina continua (e anzi, incrementa) l’acquisto di gas e petrolio russo a prezzi scontati.

A ciò si aggiunge che muovere capitali e merci in un mercato sanzionato comporta costi occulti enormi: le aziende devono mobilitare interi reparti legali per assicurarsi che l’acquisto di energia o materie prime, non violi i pacchetti sanzionatori. Il rischio di sanzioni secondarie può paralizzare i processi decisionali. Comunque, è fondamentale riconoscere che, sebbene le conseguenze negative derivanti dalla rinuncia al gas russo siano state pesanti, tali scelte assumono un valore strategico ed etico che supera le difficoltà economiche che generano: siamo stati costretti ad accettare questi sacrifici in nome di un bene superiore, anteponendo la difesa dei diritti fondamentali, della stabilità europea e del diritto internazionale alla pura convenienza commerciale».

La Calabria in tutto questo com’è messa? In che modo ne risente?

«La Calabria ne risente più delle altre regioni. Dove il reddito medio è più basso, come nel caso della Calabria, l’inflazione energetica pesa proporzionalmente di più sul bilancio familiare. Perciò, se al momento la stima nazionale è di +100 euro al mese, in Calabria questo valore incide maggiormente sulla capacità di spesa reale, frenando i consumi interni».

Ci sono settori già critici in Calabria destinati a peggiorare ulteriormente?

«Mentre il Nord soffre per i costi dell’industria pesante, il Sud deve fare i conti con un aumento della vulnerabilità dovuto a debolezze strutturali storiche. Riguardo alla Calabria, l’agricoltura potrebbe subire un rallentamento a causa dell’aumento del gasolio agricolo, del prezzo dei concimi dovuto all’aumento del prezzo del gas naturale (che è fondamentale per produrre fertilizzanti azotati) e dei costi di trasposto (dato che i prodotti del Sud viaggiano prevalentemente su gomma per raggiungere i mercati del Nord e del resto d’Europa). Inoltre, a meno di un’immediata evoluzione positiva della crisi, il settore del Turismo, che è un altro settore importante in Calabria, ne risentirà. Infatti, sebbene il conflitto sia nel Golfo Persico, l’instabilità nel “Mediterraneo allargato” potrebbero scoraggiare il turismo a lungo raggio, che è quello con la maggiore capacità di spesa».

Unindustria Calabria, Coldiretti, hanno già lanciato l’allarme. Quali allora le contromisure da prendere a livello nazionale e regionale?

«Nel breve termine, purtroppo, i margini di manovra sono stretti. Non potendo cambiare la geopolitica in pochi giorni, l’obiettivo deve essere quello di introdurre misure “tampone”: controlli anti-speculazione (tramite Guardia di Finanza e Garante dei prezzi) per sanzionare chi applica rincari ingiustificati alla pompa; riduzione o azzeramento temporaneo degli oneri di sistema e della componente di trasporto e gestione del contatore all’interno della bolletta, per alleggerire il carico finale su famiglie e imprese; taglio temporaneo delle accise sui carburanti (come già fatto in passato) e l’erogazione rapida di crediti d’imposta per le aziende “energivore” che rischiano di fermare la produzione. Tuttavia, per non essere semplicistici, bisogna ricordare che si tratta di misure estremamente costose. In un Paese come l’Italia, gravato da un altissimo debito pubblico, non esistono pasti gratis: finanziare questi sconti significa fare ulteriore deficit o sottrarre risorse ad altri capitoli di spesa pubblica (come sanità, scuola o investimenti).

«Non bastano misure tampone»

Comunque, limitarsi a misure tampone non basta. Dobbiamo approfittare di questa crisi per ripensare alle scelte sbagliate fatte in passato. Abbiamo costruito un sistema vulnerabile, dipendente da pochi fornitori esteri e ingessato dalla burocrazia ed è evidente che ci troviamo di fronte a dinamiche di enorme complessità, che mal si prestano a facili semplificazioni. Sintetizzando al massimo: a livello nazionale è prioritario diversificare i fornitori, incentivare le imprese agli stoccaggi strategici e agli acquisti congiunti, e spingere in sede europea per separare il prezzo dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili da quello prodotto col gas (il cosiddetto decoupling).

«Le regioni devono assumere un ruolo proattivo»

Questa separazione è fondamentale per evitare che l’aumento del prezzo del gas trascini al rialzo anche l’elettricità prodotta a basso costo da fonti rinnovabili come sole e vento. A livello locale, le Regioni devono assumere un ruolo proattivo snellendo le autorizzazioni per i nuovi impianti rinnovabili. È inoltre essenziale che promuovano l’efficienza energetica delle PMI (sostenendo la sostituzione dei macchinari obsoleti) e lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili. Infine, soprattutto in territori a forte vocazione agricola e zootecnica come la Calabria, le amministrazioni regionali devono spingere sull’economia circolare e sulla produzione di biometano».

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