Ho incontrato in più notti Khayyam e mi ha parlato delle stelle e del vento
- Postato il 11 marzo 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Quando l’Oriente entra nel mio viaggio? Credo che ci sia sempre stato. La mia Calabria ha dell’Oriente il mondo arabo. Il Mediterraneo che porto dentro non ha solo grecità. Poca latinità. Ma i codici arabi mi provengono non solo da Pitagora greco, ma da una scuola che ha trovato il personaggio di Occhialì al centro dell’immaginario, in cui i sogni vanno oltre l’estetica o esoterica e si incarnano in un personaggio imponente.
Omar Khayyam. Nato nella Persia nord-orientale, a Nishapur, nel 1050 d.C. (o qualche anno prima o dopo), e morto intorno al 1130. Una tradizione persiana e sufi. Uomo di scienza. Poeta. Tra Oriente e Occidente ha segmentato le parole che toccano il cuore. Ne sa qualcosa Vincenzo Cardarelli che vi ha dedicato dei versi straordinari.
Khayyam ha lavorato su un verso che sembra una miniatura. Quartine che danno un senso alla vita e si lasciano leggere come perle di rugiada, perché non raccontano ma disegnano tasselli di silenzio e di tempo.
Una poesia forse vissuta sulle onde di una ritmicità che richiama echi di mito. O altro. Ma la sintesi della parola forma quartine o accoppiate di distici che recitano non il recitabile, ma ciò che sta oltre il segno della comune e quotidiana morale. La poesia non si giustifica e tanto meno si spiega.
E il linguaggio resta nel vento di un mistero implacabile, come sono implacabili i destini che si intrecciano. Forse un cantico o un recitativo che si lascia ascoltare nella tensione lirica araba:
“Se fosse dipeso da me il mio venire, non venivo.
E se da me dipendesse l’andarmene, quando mai me ne andrei?”.
Il partire o il non partire. L’Oriente non è un simbolo e neppure una griglia di stilemi lungo il tracciato del tempo. Il poeta è fortemente voce persiana e dentro la parola ci sono i segni, e vi restano come scavo impresso per un cammeo.
“Vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita”.
Forse si va nel camminamento o forse si ritorna nella partenza. Ma il suo nome è Oriente puro.
Khayyam significa fabbricante di tende. Di veli e di foulard nel mistico sentire il verso come dichiarazione di fede. In fondo il poeta rimane certamente un grande mistico, altrimenti il suo segno non lascerebbe il senso e non avrebbe senso perché:
“Nessuno ha mai messo la mano su una guancia di rosa
senza che il Fato gli mettesse una spina nel cuore.
Come il pettine: se non è cento volte tagliato
non può toccare i riccioli di una bella fanciulla”.
Il Fato o forse il destino, o ancora il mistero. Il mistico ha bisogno del mistero, altrimenti sarebbe tutto una finzione o una maschera. La saggezza della poesia indissolubile è proprio nella non decifrazione del misterioso e nel singhiozzo di un’attesa fatta di segreti.
Il mistico vive di segreti e il mistero non è un segreto, ma la vita indefinibile del mistico stesso. E la poesia vive dentro questi codici, a volte illeggibili. E forse lo sono. Ma circondano il tempo della vita e mai la vita del tempo.
Si ascolta la luna. Il mistico ascolta la luna e avverte il mare in naufragio. E cosa fa il poeta? Raccoglie le stille della luna senza vederla, ma sentendola, o meglio ascoltandola. Solo il mistico ascolta la luna.
Solo il mistico può ascoltare la luna. E il poeta è dentro questo camminamento, fuori da ciò che definiamo realtà. Perché la realtà è una trasfigurazione di un presente che ha ferite lasciate tra le pareti del cielo. Il cielo dell’anima e il labirinto del cuore.
Le “Quartine” di Khayyam ci indirizzano verso una luce che inebria e ci lasciano tra la gioia e la tristezza, in una malinconia che si intreccia alla nostalgia. Parole consumate. Ma la poesia è fatta di parole. Si consumano.
Se non interessano, le parole si bruciano in un istante. Se colpiscono come lance dello sguardo, lacerano. Qui tutto si ricompone in quell’unica partenza che affascina nell’affascinante segno del:
“Vivi lieto questo attimo, allora, finché sei vivo”.
Un’aurora che si fa luce e una luce che è dentro la geografia delle terre e delle acque che sono dentro di noi. Siamo fatti di terra e di mare. Il viaggio continua ad appartenerci.
Un viaggio immenso che mi conduce al giardino dell’anima. L’unica immensità è appunto l’anima, perché ha un suo sapere, un suo sentire, un suo percepire. Lo porto con me.
Una iniziazione che ha i segni delle Mille e una notte fino a farle valere come una sola notte. Dopo Khayyam attendo Rumi. Il giardino si amplia e il vento sfiora rose e anemoni tra i ricordi di un “c’era una volta”.
Ho incontrato in più notti Khayyam e mi ha parlato delle stelle e del vento. Tra le parole il silenzio è necessario. Non l’ho cercato. Mi ha incontrato.
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