Il mercato snobba la Cina sulle terre rare. La fine del monopolio è vicina?

  • Postato il 5 febbraio 2026
  • Economia
  • Di Formiche
  • 1 Visualizzazioni

Per la Cina è forse la fine di un’era. Quella del predominio assoluto, o quasi, sulle terre rare sparse per il mondo. Il fatto è che il mondo si è messo improvvisamente in moto, una specie di grande risveglio improvviso, da un torpore durato troppo a lungo. Lo dicono una serie di elementi che, se messi in sequenza, danno la cifra di un quadro in chiara evoluzione. Premesso che ad oggi Pechino è ancora proprietaria del 70% delle miniere, con annessa infrastruttura di raffinazione, dislocate per il globo, sia dall’Europa, sia dagli Stati Uniti arrivano i primi segnali di un cedimento della linea cinese.

Il Vecchio continente, tanto per cominciare, ha cominciato a stoccare minerali critici, tanto che l’Italia si è resa disponibile, e probabilmente ci riuscirà, a ospitare uno dei depositi dentro il quale ammassare scorte di materie prime strategiche. Una scelta in scia con quanto fatto fin qui dagli Stati Uniti, anche se Washington ha agito su due binari. In primis, lo stesso Donald Trump ha lanciato il Project Vault, una iniziativa da 12 miliardi di dollari complessivi per creare una scorta di minerali strategici e mettere al sicuro le catene di approvvigionamento. Verrà finanziata per 1,67 miliardi da fondi privati, mentre per i restanti 10 miliardi il consiglio di amministrazione della Us Export-Import Bank ha già approvato il prestito.

C’è poi la fitta rete di accordi sottoscritti da Washington con alcuni Paesi terzi fuori dall’orbita cinese: Ucraina, Canada, Brasile, Australia. Obiettivo, aprire un canale di approvvigionamento che non sia quello riconducibile al Dragone. Ora però, c’è di più. Vale a dire uno smottamento tutto interno alla Cina, sotto forma di movimento di investimenti. Sono, infatti, sempre di più i capitali destinati alle materie prime che prendono il largo dalla Repubblica popolare: in altre parole, le grandi aziende che finora si sono approvvigionate di minerali critici dalle miniere cinesi, non lo stanno facendo, cercandosi altri fornitori.

Potrebbe sembrare, a prima vista, l’onda lunga del riassetto geominerario in atto. E forse è davvero così. Tanto che ad oggi ci sono una trentina di grandi progetti per la ricerca e l’estrazione di materie critiche che sono completamente fuori dall’orbita del Dragone. 33, per la precisione, le iniziative in pista per iniziare a operare in alcune parti del mondo, tra cui Europa, Africa e Australia entro cinque anni. La Cina, come appare evidente, non figura. Vale la pena ricordare le parole di pochi giorni fa di George Bennett, amministratore delegato di una delle più grandi aziende di estrazione e raffinazione di minerali, la Rainbow Rare Earths. “Ci sono voluti Trump e le guerre commerciali per concentrare davvero l’attenzione dell’Occidente sulle terre rare e per rendersi conto che non si può avere un paese, la Cina, che domina un mercato così strategico”. E forse ora sta succedendo.

Autore
Formiche

Potrebbero anche piacerti