Il primo esame nazionale per guide turistiche è stato un flop. Le ragioni di un fallimento spiegate

  • Postato il 22 gennaio 2026
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  • Di Artribune
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Soltanto 230 persone promosse, su 29.228 iscritte e su 12.191 che a novembre 2025 hanno effettivamente sostenuto la prova scritta del primo esame nazionale per l’abilitazione all’esercizio della professione di guida turistica in seguito a un bando arrivato dopo anni di attesa. Lo 0,7% del totale di chi aveva fatto domanda, l’1,8% di coloro che hanno tentato convergendo in otto sedi d’esame da tutta Italia. Questo è l’esito della prova preselettiva organizzata in 80 quesiti a risposta multipla da completare in 90 minuti: ma quanti arriveranno alla fine? Si discute ora sulle ragioni di un tale tasso di bocciatura per un test a risposta multipla: colpa dell’impreparazione dei candidati o della struttura e delle finalità dell’esame stesso?

I motivi a favore di un esame nazionale per guide turistiche

Anzitutto, è opportuno sgomberare il campo da alcune affermazioni circolate sui social: no, questi numeri non rincuorano i vecchi abilitati timorosi della concorrenza. Quando, tempo fa, il Ministero del Turismo ha avviato i lavori per una nuova disciplina della professione di guida turistica e l’indizione di un bando nazionale per l’abilitazione, la notizia è stata accolta con favore dalla categoria: dopo anni di vuoto normativo e frammentazione regionale, una sistemazione era necessaria e auspicata, ed era considerato nell’interesse di tutti accogliere nuove leve in un quadro normativo che tutelasse e promuovesse l’immagine delle guide anche attraverso l’istituzione di parametri di accesso alla professione (poi disattesi nel bando, uscito a gennaio 2025) come il titolo di laurea magistrale e un livello adeguato di conoscenza di una lingua straniera. Infatti le principali associazioni di categoria hanno offerto al Ministero del Turismo la propria consulenza tecnica per collaborare alla definizione di un impianto serio e coerente con la realtà della professione, ed è da escludere che una immaginaria lobby delle guide abbia influenzato il Ministero a proprio vantaggio. Tra l’altro, le guide turistiche attive in Italia sono circa 14mila a fronte di milioni di turisti, ma non tutte esercitano esclusivamente tale professione essendo impegnate in altre attività, né l’abilitazione comporta necessariamente l’immissione in un mercato del lavoro per lo più privato.

Uffizi, Firenze
Uffizi, Firenze

I dubbi sull’impostazione dell’esame nazionale

Anche tra chi è già operativo nel settore, del resto, il programma ufficiale delle prove pubblicato nel corso dell’estate scorsa ha suscitato dubbi sull’impostazione dell’esame, giudicato eccessivamente dispersivo, nozionistico e scollegato dalle reali esigenze del lavoro di guida turistica. Soprattutto, l’esame ha riguardato l’intero territorio nazionale e, allo stesso tempo, luoghi talvolta davvero remoti dal turismo e poco noti.
È piuttosto impervio, e lascia il tempo che trova, tentare di giudicare obiettivamente la personale preparazione e la determinazione di ciascuno delle centinaia di candidati provenienti da percorsi formativi, esperienze e condizioni individuali diverse. Più significativo è interrogarsi su ciò che la struttura e gli esiti dell’esame rivelano dell’istituzione che lo ha progettato e, più in generale, della visione del turismo e del patrimonio culturale.

Cosa significa esercitare la professione di guida turistica in Italia?

C’è una considerazione anzitutto che riguarda, da noi in Italia, il vecchio corto circuito tra la ricezione della direttiva Bolkenstein, l’organizzazione della professione di guida turistica e l’impostazione del nuovo concorso. La normativa nata con l’obiettivo di garantire la libera circolazione di servizi e prestatori di servizi all’interno dell’Unione Europea ha (giustamente, secondo chi scrive) imposto il superamento dell’abilitazione locale su provincia o regione. Ciò implicherebbe che una guida di Roma sia in grado di esercitare il suo mestiere a Firenze, a Venezia o a Palermo, sebbene nella pratica tale capacità derivi, più che dalle nozioni iniziali, da una metodologia e una strumentazione culturale, pratica e professionale che include formazione continua e sopralluoghi. Il problema è che il Ministero sembra aver interpretato la dimensione nazionale dell’abilitazione come se implicasse una conoscenza uniforme e dettagliata di tutto il patrimonio italiano, traducendola in un programma enciclopedico e mnemonico. Ma questa è una deduzione politica e amministrativa, non una conseguenza necessaria della direttiva. Sarebbe stato coerente e sensato un esame nazionale fondato su un’ossatura fondamentale, lasciando alla formazione continua e alla pratica professionale il compito della specializzazione locale. In parole povere: chi, per esempio, ha una solida conoscenza dei temi e delle personalità della prima metà del Seicento e della parabola artistica di Caravaggio in tale contesto, sarà in grado di muoversi tra il Pio Monte di Misericordia a Napoli, la Galleria Borghese e la Pinacoteca Ambrosiana a Milano, e poi di approfondire e affinare la conoscenza del territorio, del sito o del museo specifico in cui si troverà a esercitare nel corso della propria attività.

Archivio APT Basilicata
Archivio APT Basilicata

Il patrimonio storico-artistico non è un elenco di luoghi e opere. L’importanza della formazione

A interagire con questo corto circuito c’è poi una concezione implicita del patrimonio storico-artistico come semplice elenco di luoghi e opere, e non come totalità storica e culturale. Non stupisce, quindi, che nel programma ministeriale dell’esame di abilitazione siano stati inclusi anche siti e località che non sono fruibili regolarmente, né pertinenti al turismo ordinario.
È per tutte queste ragioni che un titolo di laurea magistrale in discipline come storia dell’arte, archeologia, architettura, letteratura, filosofia o storia – così come una formazione avanzata in ambito musicale, per esempio il conservatorio – avrebbe dovuto costituire un requisito di accesso all’abilitazione. Ciò non come garanzia automatica di competenza o come strumento di esclusione, ma come riconoscimento di un tipo di formazione coerente con la funzione della guida turistica nell’ottica del continuo miglioramento e della promozione del settore, e perché avrebbe fornito una garanzia credibile sul possesso, da parte dei candidati, di un metodo di lavoro valido prima ancora che di nozioni.

Comunque la si pensi sull’argomento, sta di fatto che un concorso che abilita pochissime nuove guide turistiche dopo oltre dieci anni di stallo non può essere considerato un successo o il risultato di una prova selettiva particolarmente esigente e sfidante. È invece il segnale di un sistema che fatica a formare e rinnovare le proprie competenze. E in un Paese che vanta di fondare una parte consistente della propria economia e della propria identità sul patrimonio culturale, questa è una responsabilità istituzionale.

Mariasole Garacci

L’articolo "Il primo esame nazionale per guide turistiche è stato un flop. Le ragioni di un fallimento spiegate" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Artribune

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