La Bohème al Teatro dell’Opera di Roma: Bignamini vince la scommessa di reinterpretare con intelligenza

  • Postato il 19 gennaio 2026
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La Bohème di Giacomo Puccini detiene, assieme probabilmente a La Traviata di Giuseppe Verdi e la Carmen di Bizet, il primato di opera più “popolare” e rappresentata nel mondo. Facile ipotizzare come tale status derivi in primo luogo dall’esemplarità romanzesca del tema: l’opera viene composta alla fine di un secolo che aveva visto la nascita e la celebrazione dello stile di vita bohémien tra Romanticismo e Decadentismo ed è dunque divenuta sinonimo nell’immaginario collettivo della tragica teatralità operistica.

Il merito del successo imperituro va, però, attribuito al suo squisito valore musicale, al pregevole equilibrio compositivo, alle arie memorabili, all’abilità pucciniana di evocare vivida commozione nelle scene madri. Si potrebbe scrivere un libro sulla storia, già di per sé rocambolesca, della composizione dell’opera: la sfida, stravinta, col rivale Ruggero Leoncavallo (i due decisero di comporre contemporaneamente un’opera sullo stesso tema); la complessa gestazione del libretto scritto dagli autori, già collaudati nel connubio del loro stile complementare, Illica e Giacosa, tratto dal romanzo a puntate Scènes de la vie de Bohème (1851) di Henri Murger, adattato teatralmente con Théodore Barrière, una serie di quadri autobiografici sulla giovinezza artistica parigina; i continui ripensamenti di Puccini nei più di due anni di composizione (dal marzo 1893 alla fine del 1895) testimoniati da uno spartito originale tormentato, per la delizia dei filologi, da cancellature, sbianchettature e continue riscritture; la prima torinese del febbraio 1896, con un giovane Arturo Toscanini alla direzione, che incontrò il favore del pubblico, accompagnata dalla solita miope perplessità antiprofetica dei critici (“non lascerà traccia nel nostro teatro lirico”, scriverà Beserzio su La Stampa); una successiva, ulteriore revisione dell’incontentabile perfezionista Puccini, messa a punto per le rappresentazioni palermitane (prima al Politeama e poi al Teatro Massimo)… e da lì il trionfo.

Non è dunque facile portare in scena un’opera del genere: la scommessa è reinterpretare, sì, ma con intelligenza. Scommessa vinta da questa edizione, in scena al Costanzi fino al 25 gennaio, per la direzione di Jader Bignamini. A quanto pare, leggendo alcune recensioni e commenti a caldo tendenzialmente negativi, sono condannato a essere mio malgrado controcorrente: spesso sono stato severo nei confronti degli allestimenti “moderni”, in questo caso ho apprezzato molto l’utilizzo del videomapping, a cura di D-woke, nell’allestimento firmato da Davide Livermore.

I quattro Quadri (non atti, come da definizione originale) dell’opera sono raccontati da sette quadri, sette opere altamente significative dell’Impressionismo; una scelta semplice, pertinente, suggestiva. Vedere la Notte Stellata di Van Gogh come sfondo del duetto operistico amoroso più celebre (“Che gelida manina”/”Sì, mi chiamano Mimì”), quasi come una proiezione della tela dell’amico coinquilino Marcello, è un’intuizione innovativa ma pertinente: vivaddio, la dimostrazione che si può fare qualcosa di nuovo, senza stravolgimenti a caso. Tutto ciò mantenendo l’atmosfera umanamente calda (pur nel gelo fatale) della più proverbiale soffitta parigina.

Bellissima la restituzione, festosa e vivacissima, del Quartiere Latino nel breve e folgorante secondo Quadro, con consuete e meritate lodi al Coro diretto dal maestro Ciro Visco.

Ben giocato il contrasto, nel terzo, agghiacciante non solo per l’ambientazione ma per la tragica rivelazione sul destino dell’amata protagonista, tra l’amore leggiadro, vitale, “litigarello” di Marcello e Musetta e la profondità tragica del legame tra Rodolfo e Mimì. Un plauso alla straordinaria alchimia degli interpreti: l’ultimo Quadro, inevitabilmente straziante, viene interpretato con plausibile commozione da tutti i protagonisti in scena, verrebbe quasi voglia di salire sul palco e unirsi al pianto e all’abbraccio collettivo per quanto spontanea e credibile è l’empatia destata nel pubblico.

Mi riferisco al cast del 17 gennaio, di cui citerò Saimir Pirgu (un Rodolfo gioviale quanto capace di commossa tenerezza), la stella pucciniana Carolina Lopez Moreno (una degna Mimì), Nicola Alaimo, Alessio Arduini e William Thomas (bravi nel restituire goliardia e solidarietà nei panni di Marcello, Schaunard e Colline), Desirée Rancatore (una Musetta seducente quanto empatica) e Matteo Peirone (sdoppiato in Benoit e Ancildoro). Che bello vedere, ogni tanto, un’opera allestita con stile e rispetto.

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Il Fatto Quotidiano

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