La fuga di Trump dall’Accordo di Parigi segna l’inizio di un nuovo ‘regime climatico’

  • Postato il 23 gennaio 2026
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
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A cura di Giulio De Meo

Un silenzio assordante ha accolto la firma del memorandum dello scorso 7 gennaio, un documento che sancisce formalmente la fine di una parte della diplomazia climatica mondiale. A un anno esatto dall’inizio del secondo mandato alla Casa Bianca, l’amministrazione statunitense ha ufficializzato il recesso dall’Accordo di Parigi e dall’intera intelaiatura della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Con questo gesto gli Stati Uniti dichiarano la propria indipendenza dalla realtà materiale del pianeta.

Sotto la guida strategica del Segretario di Stato Marco Rubio, l’amministrazione ha giustificato il ritiro di Trump da oltre 60 organizzazioni e trattati internazionali definendoli “architetture globali dominate da ideologie progressiste”. È proprio da queste parole che si comprende come dietro la retorica della libertà economica si cela un’operazione ben più profonda e inquietante. Oscurando sistematicamente i portali di dati scientifici, riducendo al silenzio le agenzie di monitoraggio e interrompendo bruscamente il finanziamento ai satelliti per lo studio dell’atmosfera, la politica climatica di Trump punta a un obiettivo preciso: rendere invisibile il problema. Se i dati non vengono raccolti, se la temperatura non viene misurata, se lo scioglimento dei ghiacci non viene fotografato, allora la crisi può essere declassata a semplice “rumore di fondo”, un fastidio trascurabile rispetto agli imperativi della crescita nazionale.

Il corso di Trump è in realtà il sintomo macroscopico di un cambiamento storico che affonda le sue radici negli anni Ottanta. È in quel decennio che le classi dirigenti globali hanno iniziato, più o meno consapevolmente, a smettere di credere in un futuro comune. Le élite economiche sono giunte alla conclusione brutale che sul pianeta non c’è più posto a sufficienza per permettere a tutti di prosperare secondo il modello “occidentale”. Di fronte alla finitudine delle risorse e all’evidenza del collasso eco-climatico, le élite hanno deciso che era inutile continuare a recitare la commedia del progresso universale, mettendosi al riparo, al di fuori del mondo. Proprio per questa ragione il sovranismo di Trump è il simbolo perfetto di questa fuga collettiva. Una parte dell’umanità sta cercando infatti di emigrare verso un mondo immaginario dove i limiti della biosfera non esistono, lasciando il resto della popolazione a gestire le macerie di un clima impazzito. Ci troviamo così in uno stato di alienazione profonda, privati di un mondo comune da condividere e difendere.

Questa alienazione segna l’ingresso ufficiale in quello che può essere definito un nuovo Regime Climatico. È un’epoca in cui la geopolitica non si occupa più solo di confini tra nazioni, ma anche di confini tra chi ha diritto a un ambiente vivibile e chi no. L’America, un Paese che ha fondato la propria identità sull’emigrazione e sull’espansione, eliminando sistematicamente i suoi primi abitanti per farsi spazio, vive oggi un paradosso tragico. Ha infatti affidato il proprio destino a colui che promette di isolarla in una fortezza inespugnabile, di sigillare le frontiere ai rifugiati climatici e di non soccorrere più alcuna causa che non sia strettamente legata al proprio interesse immediato.

Coloro che sostengono e si nascondono dietro la visione di Trump hanno deciso di vendere al popolo americano qualche altro anno di sogno collettivo, una dilatazione artificiale del tempo prima dell’impatto climatico imminente. Nel farlo, stanno trascinando il resto del mondo in un abisso di incertezza, forse in modo definitivo. La questione del negazionismo, o meglio, del denegazionismo climatico (ovvero la scelta deliberata di negare la crisi ecologica pur conoscendone la gravità, al fine di proteggere interessi e stili di vita che si sanno essere insostenibili per il resto dell’umanità), è l’asse attorno a cui oggi ruota l’intera politica del presente, col fine di privilegiare gli interessi di una ristretta élite legata ai colossi dell’energia.

Mentre le lobby del petrolio traggono profitti immediati dalla deregolamentazione, i cittadini comuni restano esposti ai costi devastanti dei disastri naturali e dell’inquinamento. Negare il collasso eco climatico a cui l’umanità sta andando incontro significa condannare le fasce più vulnerabili, prive di mezzi per difendersi da un clima ostile, pur di garantire la sopravvivenza di un modello industriale che arricchisce solo una piccolissima fascia della popolazione mondiale.

Foto in evidenza: Manifestanti con le sembianze del presidente argentino Javier Milei e del presidente Donald Trump fingono di perforare la Terra durante il vertice sul clima delle Nazioni Unite COP30, giovedì 20 novembre 2025, a Belem, in Brasile (AP/André Penner)

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