La mostra nel night abbandonato di Roma è stato il caso espositivo del 2025. Il direttore della Bibliotheca Hertziana ci spiega perché

  • Postato il 20 gennaio 2026
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È stato un trionfo di pubblico inaspettato quello che la Bibliotheca Hertziana di Roma ha registrato nella sua sede di via Gregoriana 9, a Roma: oltre 18mila visitatori in poco più di un mese. La ragione? Dove tra gli Anni Settanta e Novanta sorgeva la celebre discoteca “Cage aux folles”, la mostra “Chi esce entra”, a cura di Simon Würsten Marin, ha saputo rileggere il luogo e la sua memoria attraverso l’arte contemporanea. Abbiamo chiesto al Direttore della Bibliotheca Hertziana Tristan Widdegen come si è costruito questo successo. 

Intervista a Tristan Widdegen 

Chi esce entra è stata definita un’iniziativa senza precedenti nella storia della Bibliotheca Hertziana. Come è nata l’idea di aprire al pubblico l’edificio di Via Gregoriana 9 con una mostra d’arte contemporanea? 
Sì, è stata un’iniziativa fuori dall’ordine, perché esporre arte contemporanea non era parte della missione del nostro istituto Max Planck. Anzi, persino la ricerca si fermava per lo più attorno al 1900. Approdato nella Bibliotheca Hertziana come direttore nel 2017, ho investito nell’apertura sul contemporaneo che adesso attrae la maggioranza dei borsisti interessati agli studi decoloniali e di genere oppure dedicati alla disabilità o l’eredità fascista. Nel contemporaneo, pratica e teoria, produzione e ricerca, formano un continuo. Era quindi un processo naturale avvicinarsi alla curatela. Da quando insegno, sono convinto che sia cruciale per il futuro della nostra disciplina interessarsi di tutte le epoche e culture, tutti i medium e metodi, per evitare la sovra-specializzazione che condannerebbe la storia dell’arte alla frammentazione e alla insignificanza sociale. Dobbiamo essere generalisti, perché tutto è connesso.  

Insomma avete creato un frame coerente e strutturale. Ma torniamo alla domanda…
Il fascino immediato ed emozionale che questi spazi, una rovina moderna in pieno centro storico, esercitano da quando li abbiamo riscoperti come anche il fatto che si tratti di una antica galleria d’arte, ci hanno incitato a condividere questa esperienza e a studiare e ricordare un luogo d’arte. Non volevamo fare una mostra che ricostruisse la galleria privata con tanto di quadri medievali e moderni, il che sarebbe stato un progetto storicista, fuori dal tempo, ma attivare la lettura dei suoi strati storici e materiali tramite quell’arte contemporanea che agisce contro e riflette sul “white cube”. 

Il progetto ha richiesto tre mesi di ideazione e preparazione. Quali sono state le sfide principali nel trasformare uno spazio abbandonato da trent’anni in una sede espositiva? 
Quando si è delineato che la ristrutturazione sarebbe iniziata a fine anno e che sarebbero stati necessari interventi che avrebbero cancellato l’aspetto stratificato dell’architettura, col curatore Simon Würsten Marin, abbiamo convinto la fondazione che dirige il progetto immobiliare di ardire un uso provvisorio. Abbiamo avuto il nullaosta il 2 luglio con apertura della mostra il 9 ottobre. La sfida è stata di lavorare durante l’estate, senza personale specializzato in istituto. Grazie alla grande esperienza curatoriale e alla creatività di Simon, all’aiuto dedicato di colleghe e dipendenti dell’istituto, a ditte locali e internazionali e alla fondazione stessa, quindi grazie ad uno sforzo collettivo ci siamo riusciti. Nonostante i tempi super ristretti, ci siamo impegnati a realizzare un progetto ambizioso, sia dal punto di vista delle scelte artistiche che del programma, in particolare con una notte di performance che ha riportato in vita l’atmosfera della discoteca che aveva succeduto la galleria tra gli Anni Settanta e Novanta. Anche riuscire a pubblicare il catalogo della mostra prima della sua chiusura è stata una sfida, ma per noi era fondamentale creare una traccia documentaria e scientifica di questo progetto.  

Cosa lascia questa mostra? 
La mostra non ha solo trasformato l’immagine dell’istituzione, ma farla ci ha cambiati. L’intervento sullo spazio è stato chirurgico, garantendo sicurezza per le persone e le opere, affinché l’architettura, comunemente uno sfondo o una cornice, rimanga la protagonista della mostra. È stata poi l’abilità di Simon di immaginare una disposizione dialogica nello spazio di opere a lui note e altre commissionate. Ho percorso l’esposizione tante volte, scoprendo sempre nuove possibili letture. Una mostra è una macchina ermeneutica. Infine, grazie ad un’ottima campagna di relazioni pubbliche, ma anche una comunicazione personale ed informale, siamo atterrati sull’agenda culturale dell’urbe. 

La scelta del curatore Simon Würsten Marin e il coinvolgimento di oltre 24 artisti italiani e internazionali: come avete costruito questo dialogo tra arte contemporanea e memoria del luogo? 
Simon ha conseguito un master di storia dell’arte e ha fatto quindi prova di una sensibilità intellettuale per il problema della storicità del contemporaneo e della contemporaneità della storia. Il suo approccio non è perciò storicista, ma interessato ai diversi modi della produzione di memoria. Materiali, strutture e superfici, contesti sociali, espressioni corporee e la forza e violenza della parola sono faccette delle opere che lui ha disposto in modo che riflettano dei raggi di attenzione dall’opera all’architettura e viceversa. La mostra è un gabinetto di specchi che evoca diverse storie reali e possibili del luogo, pur sempre rispettando l’autonomia delle opere. In qualche modo le opere hanno popolato questo spazio narrativo e visivo come noi e i visitatori che ci siamo scambiati idee ed impressioni. Vedere lo spazio vuoto dopo la chiusura è stato desolante… 

Chi esce entra - A Tribute Exhibition to a Disappearing Building
Chi esce entra – A Tribute Exhibition to a Disappearing Building

Oltre 18mila visitatori in poco più di un mese e file costanti attorno al palazzo: questi numeri hanno superato le vostre aspettative? Cosa ci dice questo successo sul rapporto tra pubblico romano, i turisti, il passaparola culturale e patrimonio culturale? 
Malgrado non sembri, i romani amano la loro città. Vogliono vederla tutta. Anche qualche turista si è smarrito in Via Gregoriana 9, come ai tempi della galleria Spiridon, la cui entrata diffondeva una luce rossa e suoni viscerali sulla strada. Divertente che tanti romani ci abbiano detto, meravigliati: “Non sembra proprio Roma!”. Sì, c’è stato un passaparola nel quartiere, nella città e tra chi all’epoca ballava nella “Cage aux folles”. Sarebbe interessante ricostruire la rete sociale rizomatica che si è creata spontaneamente attorno all’evento e il luogo. Ho sottovalutato l’impatto dei social che hanno fatto effetto palla di neve. Anche se gli addetti ai lavori forse arricceranno il naso, usare una mostra come contenuto per influenzare è pur sempre un modo legittimo di appropriarsi della cultura che di per sé funziona per distinzione. Il bello è che non avevamo aspettative o necessità di affluenza; invece, il vivo interesse ci ha fatto capire che avevamo offerto qualcosa. 

Code, centinaia di prenotazioni, un’affluenza costante: come avete gestito dal punto di vista organizzativo questo interesse inaspettato? L’ingresso gratuito ha giocato un ruolo determinante? 
Ci aspettavamo una dozzina di visitatori nelle quattro ore di apertura giornaliera, quando invece sono stati fino a 1800, soprattutto la domenica, giorno in cui pensavamo non valesse la pena aprire. Assieme a un ottimo servizio di sicurezza e ad alcuni assestamenti logistici improvvisati ma necessari per far fronte all’afflusso, abbiamo cercato di rendere l’ingresso fluido e la visita sicura. Malgrado ciò si sono formate file. Siamo molto grati al pubblico romano, notoriamente paziente; nessuno si è lamentato. Sì, anche rispetto a questo la gratuità è stata importante. Anzi, se avessimo chiesto i dodici o quindici euro necessari per coprire i costi, avremmo escluso moltissimi per i quali l’arte contemporanea è intimorente e il costo della vita alto, quando era l’intenzione di invitare tutti a creare una memoria collettiva di questo spazio dimenticato. È stato commovente scambiare parole con un pubblico molto diversificato, riconoscente di questa esperienza fuori norma. C’era chi entrava col cane, chi per la terza volta, chi con i genitori o i figli, altri con la busta della spesa, poi a grossi grappoli per le visite guidate di Simon, oltre, ovviamente, i tantissimi del sistema dell’arte come noi. 

L’edificio diventerà il quarto spazio della Bibliotheca Hertziana, dedicato ai libri rari e alla fototeca. Ci racconta qualcosa in più sul progetto? Quando partiranno i lavori? Come sarà l’architettura? 
L’immobile della ex-galleria d’arte Spiridon, poi “Cage aux folles”, è stato acquistato dalla Fondazione Max Planck che lo adatterà alle nostre esigenze per poi darcelo in affitto. Forse si riuscirà a ritagliare uno spazio multifunzionale per attività culturali ispirate dalla nostra mostra. I lavori di consolidamento inizieranno tra poco. Il progetto architettonico, ancora da farsi, penso che si nutrirà anch’esso dell’esperienza fatta con Chi esce entra: immaginare una nuova storia dai ruderi del passato. Perché è quello che facciamo anche noi storici dell’arte. Abitiamo il passato, senza farne casa nostra. Credo che la storia stratificata dell’edificio riapparirà inevitabilmente in distacchi materiali e dislivelli spaziali. 

Il progetto ha ricevuto un’ampia copertura mediatica e ha suscitato grande interesse nella comunità artistica internazionale. Quali sono stati i riscontri più significativi? 
I riscontri sono stati diversi come il pubblico. Quello generico ha apprezzato il gesto di apertura il che avrà probabilmente un impatto positivo sull’accettazione locale dei lavori imminenti di ristrutturazione. Quello specialistico invece ha subito colto il concetto curatoriale. Il carattere eccezionale del luogo ha indubbiamente contribuito a suscitare un forte interesse mediatico, ma siamo soprattutto molto lieti che numerosi commenti, anche sulla stampa internazionale e nelle trasmissioni radiofoniche e televisive, abbiano sottolineato il concetto curatoriale per cui Via Gregoriana 9 è passata da un semplice luogo al protagonista della mostra. Poi anche noi dell’istituto siamo stati spettatori della nostra opera collettiva e abbiamo fatto l’esperienza che si possono fare cose memorabili con relativamente pochi mezzi. Credo che sia stato essenziale che Simon ed io avessimo basato l’impresa non su una teoria astratta da illustrarsi con opere “googlate”, ma su un concetto espositivo molto semplice e chiaro che si potesse espandere agilmente in tutte le dimensioni di una mostra e che si potesse condividere con tutti. Anche noi due abbiamo continuato a scoprire la mostra dopo l’apertura, e questa intervista mi dà l’occasione di continuare dopo la chiusura… 

Chi esce entra - A Tribute Exhibition to a Disappearing Building
Chi esce entra – A Tribute Exhibition to a Disappearing Building

Dopo questo successo straordinario, immagina che la Bibliotheca Hertziana possa replicare iniziative simili in futuro, magari aprendo altri spazi dell’Istituto al contemporaneo? 
Nel 2022 abbiamo installato un piccolo spazio espositivo semipubblico nel cuore della nostra biblioteca sotto gli affreschi di Federico Zuccari. L’intento di quelle che chiamiamo “research exhibitions” è di mettere in vetrina i nostri progetti di ricerca, anche artistica. La prima mostra, curata da Maria Giovanna Virga, era dedicata all’opera fotografica di Massimo Piersanti. Sono succedute le mostre degli artisti in residenza Christoph Keller e Grégory Sugnaux, curate da Lara Demori, e quelle di Elena Subach e Mauro Staccioli, curate rispettivamente da Oleksandra Osadcha e Marica Antonucci. Torneremo presto a questo formato piccolo, agile, economico. Ma siamo aperti a progetti in spazi esterni più ampi e impegnativi, anche in collaborazione, se il progetto offre un’interfaccia tra arte e ricerca scientifica, ambito in cui abbiamo acquistato esperienza. In questo senso sto sviluppando un programma di residenze artistiche negli istituti Max Planck, e cerco fondi per rendere accessibile un altro luogo sconosciuto di Via Gregoriana: l’antico, prezioso ninfeo di Lucullo nascosto sotto la nostra biblioteca…

Massimiliano Tonelli 

L’articolo "La mostra nel night abbandonato di Roma è stato il caso espositivo del 2025. Il direttore della Bibliotheca Hertziana ci spiega perché" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Artribune

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