L’arte è sempre politica (senza bisogno di autoghettizarsi nell’Artivismo)

  • Postato il 10 marzo 2026
  • Arti Visive
  • Di Artribune
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Nelle scorse settimane, hanno destato scalpore le dichiarazioni rilasciate da Wim Wenders durante la conferenza stampa di presentazione della Berlinale, della cui giuria era presidente: “I film possono cambiare il mondo ma non in modo politico. Nessun film ha davvero cambiato l’idea di un politico. Ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere. (…) Naturalmente, cerchiamo di parlare alle persone, a ogni singolo spettatore, per farle riflettere, ma non possiamo essere responsabili della decisione che prenderanno, che sia sostenere Israele o sostenere la Palestina. Ci sono molte altre guerre in cui viene commesso un genocidio e non ne parliamo”.  

Le reazioni alle dichiarazioni di Wim Wenders 

Oltre 81 registi e attori hanno replicato con una lettera aperta sull’impossibilità di tenere separati cinema e politica, criticando il silenzio del festival sul conflitto nella striscia di Gaza; e la scrittrice Arundhati Roy ha rinunciato alla sua partecipazione al festival, affermando di trovare ‘sconcertanti’ le parole del regista: “Questa mattina, come milioni di persone in tutto il mondo ho ascoltato le dichiarazioni inaccettabili dei membri della giuria del Festival del cinema di Berlino quando è stato chiesto loro di commentare il genocidio a Gaza. Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo. È un modo per chiudere ogni discussione su un crimine contro l’umanità che si sta consumando sotto i nostri occhi in tempo reale, mentre artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo” ().  

Il pensiero di Wim Wenders 

Particolarmente interessante dal nostro punto di vista è un altro pensiero di Wenders, con il quale aveva cercato di spiegare il senso delle sue dichiarazioni (e in questo caso la toppa, come si suol dire, è peggiore del buco): “Il cinema è diventato sempre di più il contrappeso al rumore che ci circonda. Viviamo in un tempo in cui si produce più rumore che mai, perché ci sono persone al potere che pensano di dover fare rumore ogni giorno per ricordarci che esistono. Per un po’ ne sono stato anch’io vittima: seguivo le notizie quotidianamente e quel rumore era assordante. Ora non so neppure più che rumore facciano queste persone, e so che tutto questo passerà, mentre il cinema resterà”. In difesa di questa idea è intervenuto Nick Cave sui suoi Red Hand Files, scrivendo: “L’ ‘arte politica’, portata all’estremo, è diventata ‘nessuna arte’”. 

L’arte è politica? 

Intanto, va chiarito che non vale in questo caso, e in generale direi, lo schematismo grossolano che contrappone l’arte politica, impegnata, come non-arte (o nessuna-arte) all’arte a-politica come arte vera (o unica arte). In prima battuta, perché ovviamente non esiste e non può esistere alcune arte a-politica, così come non esiste di fatto alcuna separazione, alcuna scissione: l’arte è infatti sempre politica, anche e forse soprattutto quando evita accuratamente di esserlo. E in secondo luogo, per il semplice motivo che – sembra ovvio dirlo, ma evidentemente oggi non lo è – l’artivismo non è affatto l’unica opzione possibile e praticabile per tradurre l’impegno in opera.  

Di certo, voglio dire, Courbet, il Picasso di Guernica, George Orwell, Francis Bacon, Pier Paolo Pasolini, Philip Guston, Ed Kienholz, Peter Saul, Martha Rosler, Philip K. Dick, Ursula K. LeGuin, Judy Chicago, Alighiero Boetti, Ana Mendieta, Leon Golub, Alan Moore, China Miéville, Hito Steyerl, Jon Rafman non rientrano affatto in questa categoria abbastanza problematica né in questa definizione francamente orrenda. 

Artivismo e il principio radicale nell’arte 

Esiste dunque un modo per essere radicali in arte, senza la necessità di rinchiudersi nel recinto o nella torre d’avorio auspicati da Wenders, in attesa di tempi migliori: il “rumore assordante” delle “persone al potere” potrà non toccare più lui, ammesso che sia possibile, ma di sicuro tocca centinaia di milioni, per non dire miliardi, di esseri umani sul pianeta (e alcuni di questi, per dirla tutta, quel rumore li tocca così da vicino da annichilirli…). L’artista, in momenti tremendi come quello che stiamo attraversando, ha il diritto e il dovere di essere in prima linea, non solo di dire la sua e di prendere posizione ma di contribuire attivamente al cambiamento, in ogni modo possibile e immaginabile. Nell’opera – e fuori dall’opera. Di mettere in chiaro le cose, senza ambiguità o reticenze. Si chiama “responsabilità”. 

La responsabilità dell’arte 

Intendo l’artista visivo, così come lo scrittore, il musicista, il regista, l’attore, il designer. E l’intellettuale. Hanno il diritto e il dovere di parlare anche per tutti coloro che non hanno voce né piattaforme a disposizione (e di lottare perché abbiano subito sia la voce che le piattaforme): il dovere di mettere in chiaro le cose dal proprio punto di vista parziale, personale, senza ambiguità e reticenze. E, purtroppo, le parole di Wenders e Cave sono piene di queste ambiguità e reticenze. Quando per esempio il regista afferma: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica” (ma che vuol dire?); oppure quando il cantante scrive: “Le sue parole [di Wim Wenders] erano un gesto gentile e protettivo verso non solo la comunità artistica ma verso l’umanità stessa”. 

Eh no, proprio no. In realtà stanno entrambi facendo capriole logiche e morali poco encomiabili. Prosegue Nick Cave, toccando il cuore della questione per come la vede e la considera lui: “Wenders sembra credere, come me, che usare l’arte per suscitare consapevolezza delle ingiustizie può essere molto efficace, ma crede anche che l’arte sia più della somma delle sue utilità; è più di uno strumento o di un’arma. Forse crede, come me, che la grande arte in fondo esiste solo per se stessa”. E siamo di nuovo all’arte per l’arte, ars artis gratia, art for art’s sake. Ancora. Sono questioni che si affacciano puntualmente secolo dopo secolo, epoca dopo epoca, decennio dopo decennio.  

La grande arte e la politica 

Ma non tutta l’arte politica infatti è per forza retorica, didascalica, scadente, decorativa – non arte. La grande arte è di fatto, semmai, solo e soltanto politica. Magari nonostante le apparenze, senza dichiararlo e sbandierarlo ai quattro venti. Ma sottrarsi in toto non è onorevole, e non genera capolavori (: infatti, per dire, mi sembra che Wenders e Cave non ne sfornino da un bel po’). 

E, per concludere, bisognerà pur dire che finora quelli che si sono esposti sulle grandi questioni del nostro tempo (in particolare un genocidio che ormai è come il proverbiale elefante nella stanza) sono sempre più o meno i soliti: Brian Eno, Roger Waters, Nan Goldin, Candice Breitz, Kneecap, Fontaines D.C., Massive Attack, Javier Bardem, Mark Ruffalo, Joaquin Phoenix. Spiccano, in questo elenco sommario, le assenze. 

Christian Caliandro 

L’articolo "L’arte è sempre politica (senza bisogno di autoghettizarsi nell’Artivismo)" è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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