Luigi Porto, il viaggio sonoro tra Cosenza e New York
- Postato il 19 marzo 2026
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Il Quotidiano del Sud
Luigi Porto, il viaggio sonoro tra Cosenza e New York

Compositore, polistrumentista e produttore: Luigi Porto racconta la sua musica che viaggia tra Cosenza e New York
Luigi Porto è compositore, produttore e polistrumentista. La sua carriera musicale nasce a Cosenza, poi a Roma e a New York. Oltre ai diversi gruppi, compone colonne sonore e crea un’etichetta discografia, la Respirano Records. Procediamo con lui nel lungo excursus delle sue esperienze musicali.
Che differenze vedi tra le tue prime esperienze musicali a Cosenza e il tuo presente a New York?
«Appleyard College è stato il primo progetto con un’etichetta, la Cold Current Production. Dal vivo suonammo nel 2006, con Massimo Palermo, Alberto La Riccia, Dario Della Rossa e Stefano Amato. Con Anima Virus suonavamo con un computer con schermo a tubo catodico, portato sul palco in un mobile da hi-fi. Faceva quello che oggi fa un telefonino. Con Gripweed fu un periodo totalmente creativo. Infine i Maisie, una collaborazione durata due doppi LP e un paio di tour. Cosenza ha un colloquio interclasse molto raro. A New York e altrove, non è così, la classe lavoratrice si degrada, e i ricchi vivono in “bolle”».
Con il trasferimento a Roma hai iniziato nel mondo del cinema come musicista e sonorizzatore. Oggi fai anche il fonico di presa diretta.
«I suoni mi hanno sempre affascinato fin da bambino. A Roma ebbi modo di lavorare nell’ultimissimo periodo del 35mm. Il lavoro sui documentari naturalistici è per me fondamentale per cambiare prospettive. Ho scritto musica o appuntato idee in viaggio in diverse città, nel deserto del Nevada, nel Pacifico, in Asia. E’ un lavoro molto fisico».
Lavori con Scavolini e realizzi Scimmie. Dovevano essere dei brani distaccati dalla pellicola, a conti fatti rimasta inedita?
«Doveva essere un’opera indipendente dalle immagini. Il film se uscisse oggi sarebbe già parecchio “vintage”, girato su nastro. Il disco è diventato un’opera a sé, con molti collaboratori, tra cui un rapper di Brooklyn, Rudi Assuntino, Carmen D’Onofrio. Il film prima o poi uscirà, è una trilogia di nove ore».
Parlaci dell’incontro con Angelo Badalamenti e di Between Worlds.
«Angelo un giorno mi lasciò un messaggio in segreteria, perché gli serviva un assistente in studio. Non ci potevo credere. Lavorammo solo su un film insieme, il suo ultimo da compositore, questo film folle con Nicholas Cage. Vedemmo Lynch in videochiamata poco prima del Covid».
Il tuo percorso artistico è un archivio in movimento. Ogni disco diverso dall’altro in una ininterrotta sperimentazione. Come spieghi che non sia la normalità per tutti?
«Noi artisti di nicchia abbiamo il privilegio della libertà di fare quello che ci pare. Quando si dice “erano meglio i primi dischi” non è una posa snob, i dischi che si fanno quando non si ha nessuno da accontentare sono quelli più autentici. Ecco, noi indipendenti siamo sempre lì a fare lavori autentici».
“Musica registrata attraverso una finestra appannata: vicinissima ma distante allo stesso tempo.” Definizione che mostra la tua produzione. È corretta questa impressione?
«Ho sempre pensato che la musica tra tutte le arti sia quella che meno possa allontanarsi dalla personalità di chi la fa. Guardando un quadro che ritrae una scena rurale tedesca, non diresti mai che l’ha dipinto Hitler. Ma quando ascolti musica riesci in qualche modo a risalire alla psiche dell’autore, e in primis a quelli che sono i difetti percepiti».
Da un ep, Respirano, hai creato l’omonima etichetta. Come nasce e si sviluppa questa idea? Tra New York e Cosenza?
«Respirano è il lavoro a cui sono più affezionato. È lo stile che volevo sviluppare in quegli anni. Poi ha dato il nome alla mia società di post-produzione audio e all’etichetta. Due anni fa siamo usciti con la compilation No Need To Fear, che unisce brani di musicisti e progetti tra New York e Cosenza, che hanno in comune una certa ricerca estetica».
My My After World era un mondo interiore, disco ambient/elettronico, e Respirano una camera mentale. Scimmie diventa deflagrazione. Ci spieghi? E i dischi successivi?
«MMAW, Respirano e Look At Me sono nati in periodi di auto-ispezione profonda, di grande dedizione alla ricerca. MMAW E’ un lavoro di pancia, Respirano è più psicanalitico. Scimmie è invece figlio di un momento vorticoso. Tell Uric arrivò subito dopo il Covid, in un mondo cambiato, che si pensava diventasse maggiormente riflessivo, invece il tempo ce lo ha restituito totalmente schizofrenico. Con i Manicburg abbiamo la musica era fatta per essere suonata dal vivo».
Il disco Tell Uric sposta l’attenzione sulla working class. Com’è stato fare questo salto dall’esperienza dei lavori per orchestra (Sei Cattedrali, Anita di Laguna)?
«Tell Uric era un progetto iniziato già a Roma, ma i primi anni a NY mi hanno dato le suggestioni giuste. E’ uscito nel momento in cui tutto improvvisamente ha avuto un senso. E quel senso l’ho trovato passando dalla borgata romana ai quartieri di nord Manhattan. Dopo una serie di cose per cinema e per orchestra avevo bisogno di tornare all’elettrico. Ho lavorato su questo sentore dell’inevitabilità della ricaduta nella propria condizione di partenza. Il pezzo chiave, in questo, è proprio Gabor».
Raccontaci di Gabor sia nella versione di Tell Uric che e in quella dello scorso anno con la tua voce e Idra.
«Gabor è la storia di una bambina che, nata povera, viene adottata da una famiglia di una classe medio alta. Cresce tra gli agi ma si porta appresso una “maledizione” che poi è quella freccia verso il basso. Il pezzo lo suonavo da anni e su Tell Uric prese quella forma, poi nel 2021 lo sviluppammo con gli IDRA, con molto interplay. Nei concerti funzionava alla grande, così un giorno lo registrammo in presa diretta».
Con la nuova formazione Manicburg fai un nuovo disco. Qui spazi tra post punk, dream pop, psichedelia e folk. Atmosfere oniriche e dark. Come nasce questo incontro musicale con Raymond J. Lusting?
«Con Ray ci siamo conosciuti a Juilliard, dove lui insegnava composizione, e iniziammo subito a collaborare. Successivamente dopo aver testato diversi musicisti arrivarono Daniel al basso, Rob all’altra chitarra e poi avevo posato gli occhi su questo straordinario batterista costafricano, Varo Barahona. L’estetica dei Manicburg nasce dal contrasto tra il vettore ascendente della musica di Ray e il mio discendente, come la succitata freccia. Uno verso il cielo, l’altro verso l’asfalto».
Parlaci del recente mini tour italiano dei Manicburg. Ci puoi dare qualche anticipazione sul futuro di Luigi Porto?
«Abbiamo fatto delle date in Italia in duo, all’Hard Rock Cafe di Milano e siamo stati ospiti di Michele Monina a PunkRemo su All Music. Il futuro più passa tempo e meno lo riconosco, vengo da un enorme giro di boa interiore che ancora non ho avuto il tempo di mettere a fuoco».
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